Archive for novembre 2019

Magari succede qualcosa

30 novembre 2019

Che poi le persone non cambiano, come i significati. Lo fanno le parole e i contesti. Lo fanno i bordi di quelle vecchie polaroid lasciate a invecchiare in soffitta.

Intanto il tempo scorre e il contesto diventa più importante della sostanza. In questo si potrebbe essere facilmente platonici e dare una possibilità alle mura di questa stanza. Alle lenzuola di questo letto.

Mentre il mondo cambia e tutto mi sta cambiando intorno. Mentre gli “adesso” rilasciano costantemente istanti che si susseguono, io non cambio. Mi ostino solo a scrivere e fare uso delle parole costruendo situazioni, non storie.

Stasera mi viene voglia di fare un passo indietro e lasciar correre. Guardarmi scorrere per poi descrivere a qualcuno questo flusso reciproco. Magari succede qualcosa.

Un complesso gioco da adulti

28 novembre 2019

È già passato molto tempo. Di anni ne avevo 32. A quei tempi mi credevo un perfetto interprete di nuove filosofie aziendali. Pronto al grande salto in una qualche azienda del nord.

Con i mesi mi sono reso conto che nella mia vita non ero destinato a questo. C’era qualcosa di diverso. Non ci ho messo molto a capire che in realtà l’unica società dove avrei potuto convivere con altri manager, era la mia. Ed è così che sono diventato il piccolissimo imprenditore che sono. Una sorta di piccolo principe.

Quel giorno ero a Milano. Stage aziendale conoscitivo presso la direzione generale di una nota società di gestione fondi. “Uffici super e parafulmini umani”, avrebbe detto il ragioniere più famoso d’Italia.

Quella mattina decisi di rimanere in mensa e durante la pausa pranzo mi presentarono, con molto ossequio, un manager. Un ragazzotto magro. Ben vestito. Stessa mia età o poco più. Mi dicono – è un vero talento, unico nel suo campo. Lui è il “Responsabile – Mondo”.

“Accidenti pensai tra me e me”. Dieci minuti più tardi mi appariva circondato da un’aura coi connotati mistici un altro signore, più anziano. Il Responsabile – Europa”. Sorrisi. Il mio fu un commento sarcastico diretto al mio interlocutore, “questo è un po’ meno grave dell’altro?”.

“Grave?”rispose. Ma io glissai le spiegazioni. Oggi però mi sento di darle quelle spiegazioni. Anche se adesso di anni ne ho 49. Faccio tutt’altro e sicuramente della mia vita non interessa a nessuno.

Mi chiesi se sul pianeta potesse esistere un imbecille, talmente imbecille, da convincersi ad accettare una definizione come quella. Così immaginai i suoi bambini a scuola rispondere.

“Che lavoro fa papà?”

“Il Responsabile Mondo”.

Certo. Magari si trattava solo di gergo aziendale, ma le parole sono importanti. È il titolo del mio blog, tratto da una celebre battuta di Nanni Moretti. Le parole sono importanti, generano conseguenze e sono connesse ai significati.

A forza di chiamarci in un certo modo, di definirci o di accettare le definizioni che ci vengono date va a finire che un po’ ci crediamo, no?

E così diventiamo il nomignolo che ci portiamo addosso. È così che cominciamo veramente e spietatamente ad apparire. Si smette di essere e si comincia a sembrare. A fare un gioco più sottile, pigro e letale. Il gioco di ruolo.

Il gioco del crederci. Quello che ci massacra. Quello che con l’utilizzo dei social media diventa la tenace finzione che non rende vere le cose, ma le esaspera.

L’infanzia inizia nel giorno in cui crediamo in ciò che vediamo. Poi un giorno diventiamo adulti e cominciamo a vedere solo ciò in cui si vuole credere. A un tratto ci si preoccupa più di apparire, dato che è su quello che si basano reputazione, stima e fiducia.

Titoli, onorificenze e trofei, soldi, auto, vacanze, fisico atletico e tutto il resto. Perché si deve vedere per credere. Perché si appare più totalmente, integralmente fino al midollo, appunto.

Noi che giochiamo ai professionisti, agli innamorati, ai vincenti e ai perdenti, agli uomini e donne di successo. Noi che giochiamo ai mariti fedeli e agli amanti soddisfatti. Che siamo figli perfetti e padri o madri impeccabili, che a ogni giro di ruota siamo lì e guardiamo il nostro piazzamento rispetto al contesto.

Se fossimo su un treno lanciato a folle corsa verso un destino fatalmente certo, forse daremmo il nostro meglio. Forse finalmente lo potremmo passare quel poco tempo in compagnia dei veri noi stessi.

Continuo a scrivermi addosso. La vita intanto scorre fuori e dentro questo assurdo gioco dei ruoli. Due universi diversi. Qualche segnalino. Probabilità e Imprevisti. Milioni di inutili e raccapriccianti bugie. Miliardi di falsi perbenismi bigotti. Appaganti come “Vicolo Corto”.

Ogni tanto provo a scusarmi con me stesso per quelle volte che l’io dell’altro universo ha giocato in mia vece e con la mia voce. Ma il ritmo delle scuse oggi è un canto inascoltato e molto impegnativo. Allora mi limiterò a formalizzare un classico “non ero veramente io”.

Che la vita sia molto più simile alle storie che si raccontano i bambini, lo avevo già scritto. Eppure continuano tutti a considerarlo “un complesso gioco da adulti.”

Dillo alla mamma

21 novembre 2019

Roma. Via san Giovanni in Laterano. Un posto che non è mai molto affollato al mattino. Il bar me lo fece conoscere Jep. Lo frequentava da parecchi anni. Da quando aveva accettato di trasferirsi in città.

Mi diceva, “Sai Gianlu, i cornetti qui sono ordinari, ma preparano un caffè al ginseng delizioso. E poi io non mangio cornetti…” La mia giornata da allora inizia così, solitaria, ma mai rattristata dai ricordi.

Stamattina c’è una coppia di mezza età, quasi anziana. Se ne stanno seduti al tavolino. Ciambelle mordicchiate, spremuta e caffè già bevuti. In piedi davanti a loro un ragazzo. Alto, magro, castano, un sorriso luminoso stampato in faccia.

I due lo osservano come si osserva un’alba. All’inizio ho pensato fosse un amico, un vicino di casa. Ma non sono del tutto abile a carpire una storia di spalle.

Il ragazzo ascolta e risponde. La signora invece è sorridente e sostiene una conversazione con lui in cordata con il marito.

Argomenti vari e domande veloci, quasi a volerlo trattenere per una frase in più. Un istante ancora da rubare a tutta una vita che non si riesce più a seguire. È sicuramente il figlio.

C’è una cosa che noto spesso guardando i ragazzi sopra i 30 parlare con i loro genitori. Anche se sorridono tutti, il sorriso dei figli è qualcosa che concede, quello dei genitori qualcosa che chiede. Per i figli si tratta di un lieve e spensierato indugio nella corsa. Per i più anziani invece è una ventata di aria fresca che arriva all’improvviso, da una finestra solitamente chiusa.

Il ragazzo sorride. Si porta addosso tutto lo splendore della vita. I genitori gli tendono la mano e accolgono la sua stretta forte e rapida. Poi la mimica di un bacio lasciato al vento. Il padre si alza per un ultimo abbraccio.

Capita sempre meno di inseguire le traiettorie delle persone a cui vuoi bene. Purtroppo la vita le disegna con una casualità spietata. Ma di solito avviene negli anni, qui invece è un istante.

Li ho visti sorridere e desiderare e poi di colpo spegnersi nella nebbia del “nulla da dirsi ancora”. Si erano incontrati per caso.

Immediatamente mi viene in mente mio padre. Le sue ricorrenti raccomandazioni. Penso di passarlo a trovare, ma no. Devo già ripartire. Allora temporeggio un secondo sul cellulare. Tergiverso coi polpastrelli sullo schermo. Gli racconto tutto questo. Poi guardo il Colosseo e ci sparisco dentro con gli occhi.

Roma è davvero un buon posto in cui sparire con gli occhi. E poi il Colosseo è il mio porto sicuro.

Persone. La vita ha fatto sì che arrivassimo insieme in questo bar e che ci scambiassimo questo muto messaggio tra viaggiatori. Senza volerlo. Senza nemmeno saperlo.

Oggi ho incontrato quello che sono diventato e quello che non vorrei mai diventare. Respiro, vado alla cassa, pago. Sorrido. “Ciao papà. Sto bene. Adesso sono qui. Ci sentiamo presto. Dillo alla mamma.”

Amen

17 novembre 2019

Nei miei viaggi manca spesso il lieto fine. Magari un giorno dovrò rubarne uno. Non so ancora dove. Non so ancora come. Per ora so solo che è tornato il freddo e qualcuno un po’ peloso mi ha fregato una pantofola.

Le parole fuori posto ormai mi riconoscono e mi abbaiano sotto casa. Le porto a spasso. Fanno sempre più rumore che danni. Hanno probabilmente scoperto i miei trucchi e, a furia di annusare le cuciture, scoveranno presto dove nascondo tutti i miei sogni.

Nel frattempo gioco a tenere in bilico un calice. Le mani combaciano per un momento, divise da un amen e un tempo infinitamente piccolo. Quello che separa il presente dal passato.

Sull’equilibrio delle mie ginocchia si piega il capo dalla notte. Ma non mi annuisce. Non mi perdona. In fondo ogni demone avrebbe il diritto di guadagnarsi un posto in mezzo agli angeli tra i mille crimini del soddisfacente.

Alla fine sono quello che tiene in vita Jep. Quello che ascoltava Alice. Quello che cacciava il polpo nel bosco. Lo so, nessuno è “quello che prova”. Nessuno è “ciٍò che pensa”. Siamo soltanto “quello che facciamo”. Dettagli che alla fine portano comunque via il tempo.

Credo che l’errore più grande che può commettere un uomo alla soglia dei 50 è sicuramente il “dimenticarsi dell’esistenza di un dopo”.

#il portachiavi

14 novembre 2019

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi.

Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre esagerate, senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano le ultime possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.

È un incanto

9 novembre 2019

Nessun progetto nasce da solo. Nulla di quello che sogno può fare a meno di me. Perché alla fine tutto quello che spero è solo vederlo realizzato. Insomma, voglio che accada veramente.

Vivere. Non mi sono mai sottratto dal farlo. Si, qualche volta mi sono scontrato con la realtà che non ti aspetti. Inciampando. Cadendo. Sentendomi a volte inadatto. Altre volte inadeguato. Per rialzarmi lentamente, il più delle volte deluso e ammaccato.

Altrettante volte mi sono fermato davanti a uno specchio per ritrovarmi come ero. Le stesse espressioni di sempre. Stessi capelli. Più o meno le stesse rughe. Ogni tanto gli stessi sbagli da raccontare. E sempre, immancabilmente, lo stesso modo di dialogare con le mie emozioni.

Non è semplice fare della propria vulnerabilità una forza. È come illudersi di cedere il controllo alla vita stessa. E io lo faccio con lo stesso ottimismo di una barchetta di carta che si accinge ad affrontare un fiume in piena.

Ingenuamente. Consegnandomi all’acqua. Non sapendo del tutto dove siamo le rapide. Ma comunque convinto di arrivare al mare.

Lo so, tutto questo può sembrare banale e magari lo è. Ma il minimalismo è un dilettantismo di difesa. Il mio dilettantismo di difesa. Un comportamento che tengo spesso nel tentativo di dare un possibilità a tutte le mie più assurde personalità.

A me piace pensare che questa autoironia sia la miglior difesa. Aiuta ad avere la percezione di quale sia il proprio ruolo e come lo si svolge, con quale qualità.

Ecco. Mi è appena arrivato un messaggio sul cellulare. È di mio padre. Mi ricorda di guardare la partita domani. Dice che il bello deve ancora arrivare. E quindi?

Quindi niente. Mi metto ad aspettare. Credetemi, lasciar correre il tempo è un incanto. E somiglia molto allo “sperare”.

Ci sono giorni

7 novembre 2019

Forse avevano ragione i PFM a ritenere Settembre il mese delle impressioni. Che poi non si discostano neanche molto dai pensieri di ottobre e novembre.

O magari sono io che ho il potere di illudermi in maniera spietatamente creativa. Non ho alcuna voglia di partire. Eppure implacabilmente devo. Non trovo nemmeno lo spazzolino da denti.

Chiudo la borsa tirando la zip e sono pronto. Per cosa poi, nemmeno lo so. Sorrisi di circostanza, strette di mano, pacche sulle spalle.

Ci sono giorni in cui mi riconosco nella fisica degli accendini. Quelli che passano di mano in mano. Li cerchi in giro. Li ritrovi nel cassetto dell’auto, poi spariscono di nuovo per riapparire dopo mesi in una tasca a caso.

Insieme

1 novembre 2019

C’era una volta un giovedì. La foto di un abbraccio. C’erano un caffè che tossiva e le bustine di zucchero sul tavolo, allineate come tanti indecisi alleati.

C’erano i bambini che correvano in strada come finti pipistrelli. E poi i sorrisi portati via tra le caramelle.

C’era una volta un giornale sgualcito. Le mani “sporche” e l’odore di acqua ragia.

C’era un gigante buono, il rumore di biscotti spezzati e il volume del brusio che investiva la piazza. Che disarmava i curiosi. C’era un suono di sirene a portar via santi in paradiso.

C’era la pioggia fuori dalla porta. E il chirurgico ticchettio dell’autunno a far da avversario al tempo. Quello che non torna.

C’erano una volta nuvole lontane e navi alla deriva, convinte di avere ben salda la vela.

Jep aveva tempeste di pensieri nella testa e l’abbraccio di un amico che gli faceva da timone. Nel mentre una nube dalle sembianze di drago prendeva forma all’orizzonte. Una meravigliosa imitazione della vita da affrontare insieme. Laddove finiscono i palloncini.


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