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Dillo alla mamma

21 novembre 2019

Roma. Via san Giovanni in Laterano. Un posto che non è mai molto affollato al mattino. Il bar me lo fece conoscere Jep. Lo frequentava da parecchi anni. Da quando aveva accettato di trasferirsi in città.

Mi diceva, “Sai Gianlu, i cornetti qui sono ordinari, ma preparano un caffè al ginseng delizioso. E poi io non mangio cornetti…” La mia giornata da allora inizia così, solitaria, ma mai rattristata dai ricordi.

Stamattina c’è una coppia di mezza età, quasi anziana. Se ne stanno seduti al tavolino. Ciambelle mordicchiate, spremuta e caffè già bevuti. In piedi davanti a loro un ragazzo. Alto, magro, castano, un sorriso luminoso stampato in faccia.

I due lo osservano come si osserva un’alba. All’inizio ho pensato fosse un amico, un vicino di casa. Ma non sono del tutto abile a carpire una storia di spalle.

Il ragazzo ascolta e risponde. La signora invece è sorridente e sostiene una conversazione con lui in cordata con il marito.

Argomenti vari e domande veloci, quasi a volerlo trattenere per una frase in più. Un istante ancora da rubare a tutta una vita che non si riesce più a seguire. È sicuramente il figlio.

C’è una cosa che noto spesso guardando i ragazzi sopra i 30 parlare con i loro genitori. Anche se sorridono tutti, il sorriso dei figli è qualcosa che concede, quello dei genitori qualcosa che chiede. Per i figli si tratta di un lieve e spensierato indugio nella corsa. Per i più anziani invece è una ventata di aria fresca che arriva all’improvviso, da una finestra solitamente chiusa.

Il ragazzo sorride. Si porta addosso tutto lo splendore della vita. I genitori gli tendono la mano e accolgono la sua stretta forte e rapida. Poi la mimica di un bacio lasciato al vento. Il padre si alza per un ultimo abbraccio.

Capita sempre meno di inseguire le traiettorie delle persone a cui vuoi bene. Purtroppo la vita le disegna con una casualità spietata. Ma di solito avviene negli anni, qui invece è un istante.

Li ho visti sorridere e desiderare e poi di colpo spegnersi nella nebbia del “nulla da dirsi ancora”. Si erano incontrati per caso.

Immediatamente mi viene in mente mio padre. Le sue ricorrenti raccomandazioni. Penso di passarlo a trovare, ma no. Devo già ripartire. Allora temporeggio un secondo sul cellulare. Tergiverso coi polpastrelli sullo schermo. Gli racconto tutto questo. Poi guardo il Colosseo e ci sparisco dentro con gli occhi.

Roma è davvero un buon posto in cui sparire con gli occhi. E poi il Colosseo è il mio porto sicuro.

Persone. La vita ha fatto sì che arrivassimo insieme in questo bar e che ci scambiassimo questo muto messaggio tra viaggiatori. Senza volerlo. Senza nemmeno saperlo.

Oggi ho incontrato quello che sono diventato e quello che non vorrei mai diventare. Respiro, vado alla cassa, pago. Sorrido. “Ciao papà. Sto bene. Adesso sono qui. Ci sentiamo presto. Dillo alla mamma.”


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