Archive for settembre 2015

In un altrove che nessuno sa

22 settembre 2015

Finestre grandi quanto una facciata. Universi stellati. Mezzi pensieri assediati. Braccati da una vita che non regala mai niente. Stasera volevo anche smettere di credere alle rappresentazioni nella mia testa. Troppo teatrali. Lo riconosco. Ma il fatto è che ci ho preso gusto. E forse ho troppo sonno per sentirmi in colpa. La testa è accesa. Il volume è alto. E la tv illumina a giorno la stanza. Alla fine dormirò lo stesso. Senza contare il tempo. Senza sorrisi. Senza girasoli. Senza una crostata di fragole. Con una buonanotte sulle spalle e un’altra andata via per sempre. In un altrove che tutti conoscono, ma che nessuno davvero sa.

L’alba verrà

18 settembre 2015

Che poi alla fine non rimane molto da dire di questa serata. Un viaggio. Un’idea. Un’emozione. Un pensiero abbandonato da qualcuno di fronte all’insegna gialla di una pizzeria.
L’alba comunque verrà. E lascerà che siano le illusioni a riempire gli spazi ancora vuoti nella mia testa.

La meraviglia delle cose semplici

17 settembre 2015

Succede che una mattina mi ritrovo a parlare di lavoro. Di finanza. Di banche. Di ospedali. Del fare quotidiano. E dimentico il cielo ed i suoi spazi. Dimentico il mare che si vede della strada. Dimentico la mia scrittura. A volte assurda. Inutile. Difettata.
Succede che le fatture prendono il posto delle parole. Che un tramonto lo trovi tra gli imballaggi. E che per ogni emozione serva una bolla di trasporto. Numeri. Attività. Passività. Poco utile. Nessun dilettevole.
E invece vorrei tagliare le strade di Roma da parte a parte. Camminando. Passeggiare tutta la notte. Mangiare una pizza. Svelare misteri. Dimenticare aliquote. Partite doppie. Tasse. Iva. Estratti conto bugiardi. Sostituire i conti economici con una faccina e i business plan con l’icona di un polipetto.
Vorrei poter soltanto scrivere per vivere. Ma pare impossibile farlo. Scrivo per scrivere. Scrivo per rileggere. A volte per ricordare. Quando passavo a prenderti. Quando attendevo anche ore sotto casa. E aspettavo per vederti sorridere. Se potessi stasera ti porterei al cinema. Oppure in centro a mangiare quella famosa pizza. Trascorrerei il tempo ascoltando le tue storie attraverso un bicchiere di vino rosso. Avvolgerei i ricordi. Assedierei prima un’alba. Poi una bomba calda. Un cappuccino. Perché so che gli occhi non si aprono solo se non c’è vita. E questo è il mio vivere. L’ineffabile esistere. Costantemente amare. Con un infinito e inspiegabile bisogno di nostalgia. E in fondo credo ci sia della meraviglia in tutto questo.

Senza il tempo per dirlo

16 settembre 2015

Le giornate si accorciano. I tramonti incantano. I pensieri durano il tempo di uno sbadiglio. Stasera me ne vado in giro semplicemente. Senza un ombrello. Senza una storia. Senza niente. In compagnia del silenzio intorno. Quel silenzio che quando torno in camera si trasforma in parole. Molte mi guardano e vanno a gettarsi lontano. Non si fanno prendere. Alcune si nascondono tra le pieghe disordinate di un letto scomodo. Non mi lasciano spazio. Altre gridano al buio di farsi da parte. Sono davvero poche quelle che si accucciano nella mia testa. Magari scodinzolando.
C’era un tramonto anche ieri. Uno così. Come se ne vedono tanti. Una palla di fuoco. Polveri rosse e nuvole sospese. Non come quelli sul mare. Inarrivabili, ma comunque genuino. Fatto più di speranze, che di nostalgia.
I tramonti non fanno per tutti, non sempre. Ci si deve sprofondare con i pensieri. Alcuni si guardano meglio in due. E sembrano perfetti solo quando riesci a pensare che sono meravigliosi, senza avere il tempo per dirlo.

Meritatamente

15 settembre 2015

Sono sveglio da poco. Consapevole da tutta una vita. Ho sonno. E non ho davvero sonno. Come uno che dorme solo da poche ore. Tra poco regalerò un cucchiaino di zucchero al mio caffè. Accarezzerò una fetta biscottata con della crema alla nocciola. E forse dopo. Ma soltanto dopo, ne mangerò mezza.
Non so dove nasce il primo umore del mattino. Vorrei farlo stare in un pensiero. In una smorfia. In un sorriso che sia unico. Ma troppe parole. Troppe cose e troppa persone da evitare nella mia testa.

Stamattina ho preso una faccia di merda in prestito da un assistente del traffico. L’ho indossata con disinvoltura. Poi ho scritto quello che pensavo. Ho calpestato caroselli di formiche in fuga sul balcone. Ho asciugato il sudore e i ricordi senza evocarne nessuno in particolare. Tutte le frasi dette. Le piccole emozioni rubate. Mentre mio padre intanto si diverte a guardare in lontananza le anatre più piccole litigare con le altre piu grandi. Che si ostina a non imparare a usare un iPad. A non accendere il climatizzatore.

Mi rimangono tre ore per incastrare tutto. Tre ore per inviare una mail perfetta. Per dimenticare l’oggetto. Mentre una parte del mondo si ostina ancora a cercarmi e l’altra a guardarmi male. Sono ripetizioni di vita. Cose ormai lontane. Ricordi che sfioro. Giocattoli che forse non avrò più. Un libro in particolare di Saramago. Che ho prestato. Che non ritorna. Come i racconti di Goethe, che credo rileggerò presto.

E poi tutti questi pensieri. A volte assurdi. Che mi corrono davanti, dentro e in testa. E poi la sera, mangiare sempre più veloce. E la mattina svegliarsi presto. E sostituire la coca zero con una birra gelata. E i sentimenti con le storie pensate. Le persone dimenticate. Le scatole piene con quelle perdute.
Stanotte ho dormito con la luce accesa. Con il cellulare sotto la schiena. E una malinconia con le unghie che mi graffiava il fiato.
Poi stamattina mi sono svegliato senza aprire i social network. Ho sorriso. E l’ho fatto meritatamente.

Quelle al singolare

13 settembre 2015

Ho una devastante voglia d’inverno. Di temperature che scendono. Di vento forte. Di cose immerse nel ghiaccio e nella neve. Voglia di piccole sfide. Resistere al freddo. Evitare di cadere sciando, o scendendo le scale. Voglia di affrontare le piccole difficoltà con il senso dell’umorismo. Per poi passare a quelle più grandi, cercando di mantenere la stessa ironia.
Lui è ancora dentro. Io aspetto fuori. Mangio dei Ritz. Sbuccio qualche arachide. Lascio cadere i gusci in terra. Bevo una birra. Ascolto musica dei Queen. Intanto il nero del cielo tossisce l’apocalisse. Ma non piove. Non ancora. C’è un matrimonio nella chiesa di fronte. Da qualche parte qualcuno è felice. Esistono parole che scrivo e che tengo per me. Non tutto arriva su questo blog. Esiste anche un posto dove non può giungere nessuno. Un luogo in cui mi sento riparato. Un universo dove scrivere mi basta a sparire. A disintegrare non solo i morsi allo stomaco, ma anche tutti gli avvertimenti del destino. Tutte le mie disattenzioni. Tutte le parole di questo mondo. Soprattutto quelle al singolare.

Biglietto prego

10 settembre 2015

Notte fonda. Musica a tutto volume nelle orecchie. Le rotaie percorse veloci trasmettono una specie di singhiozzo. Una sorta di conto alla rovescia scandito dalle giunture delle traversine. Intanto i miei pensieri si riflettono sbiaditi su un finestrino. C’è la mia faccia la fuori. È al centro di un’alba deserta che circonda un universo dormiente. Pagine senza parole. Un romanzo illustrato sull’incontenibilità del cuore. Sull’impossibilità di vivere ignorando una parte di me. Quella che ogni tanto mi da fastidio. Quella che temo di più. Quella che conosco anche meno.

In questa cabina viaggiano forze contrapposte. Ricordi che si muovono come un controllore impazzito in cerca di umori clandestini. “Biglietto, biglietto prego! Che fa ? Il vago?”.
Alla mente a volte sfuggono i concetti più elementari. La mente trattiene il magma delle eruzioni nel cuore. Contiene le geometrie dei sogni. La lucidità. Il desiderio. L’istinto. La fisica. La filosofia e tutto il sapere possibile. Ma poi ci sono le parole rimaste nella bocca. Nella mia è in quella degli altri. Quelle che a volte mi sembra di rileggere negli sguardi. Nei frammenti di vita quotidiani. Molte volte spero di ascoltarle. A volte invece le temo. Altre volte ne sono spietatamente attratto. E so comunque che il loro destino è quello di rimanere non dette. Alcuni pensieri sono difficili da attraversare. Sono baratri tra me e un’altra persona. Ma sono anche crepacci dentro.

Forse dovrei cercare una “parola” per tutte quelle “parole”. Una definizione nuova che descriva in modo accettabile il crepaccio. Un sostantivo per ricondurre certe solitudini a qualcosa di comunicabile. Qualcosa da riscrivere in un linguaggio comprensibile. Perché in quello che non sono riuscito a dire ci sta già tutto. La vita. La sensazione del fato. Per dirla alla Milan Kundera, quell’insostenibile legerezza dell’inevitabilità. Stamattina vedere il mondo attraverso un finestrino mi aiuta a capire il punto di vista del destino. La vita che trascende risucchiata all’indietro. La realtà che sembra piccola. Indifesa. Quasi travolta dal fascino delle cose veloci. Come dire: “Biglietto, biglietto prego. Non ce l’ha? Inutile agitarsi. Stia calmo. Tanto non c’è niente da fare, non c’è mai stato e non ci sarà mai niente da fare”.

Senza passare dagli occhi

7 settembre 2015

Stanotte il raccordo anulare si accorda con le stelle. È buio intorno. Ogni tanto spunta una luce lontana. Eppure manca qualcosa in questo cielo. Qualcosa di importante. E non credo certo che dipenda da me. La nostalgia a volte stringe il cuore più delle dita di una mano. Stasera la lascio fare. Stasera guido veloce. Stasera osservo una nuvola allungarsi quel tanto che basta a coprire l’ultimo quarto di luna. E intanto tutto scorre. Intanto i ricordi dipingono i miei occhi di vecchie immagini. Esistono parole che mi vogliono toccare a tutti i costi. Pensieri capricciosi e inascoltati. Frasi che riporto su un foglio elettronico senza una vera linea di collegamento. A volte senza nemmeno un motivo.
Ho voglia di mare. Di vento. Di alternanze. Di amore e indifferenza. Di luci e ombre. Abbasso il volume della radio. Rallento il respiro. Chiudo gli occhi un istante mentre il rettilineo risucchia l’asfalto all’indietro. È vero. Il silenzio avvolge il presente e lo nasconde dalle cose passate. Dal profumo di certi sorrisi. Dalle scarpe chiodate. Dalle frasi non dette. Dalle cose inaudite.
E a un tratto mi manca una direzione dove guardare. Un portone dove aspettare e certi pensieri di Bukowski. Quelli mai scritti. Quelli solo immaginati. Forse in una vita che si rispetti ci vorrebbero le indicazioni. I semafori e i cartelli stradali. Mi pare di vederli, ai bordi della superstrada. Arrabbiati. Affilati. Suggestivi. Docili eppure pungenti. Desiderosi di vendicare l’erba tagliata. Magari si potessero raggiungere i sogni senza passare dagli occhi. Dimenticherei le cose giuste da fare e mi innamorerei perdutamente dei preliminari.

A mia sorella

5 settembre 2015

Niente sole. Nessuna luna. Solo nuvole inquiete. Gocce di pioggia che giocano a scarabocchiare i vetri della mia auto. Questo sabato è un prigioniero pericoloso. Ha voglia di gridare a tutti i suoi segreti. Le sue speranze e i suoi dilemmi.
Stamattina ho un orologio disegnato sulla schiena. Uno zaino dove custodisco attimi del giorno dopo. Quelli che verrano. Tutta felicità a tempo indeterminato. Perché ovunque ti allontanerai io ci sarò. Perché chiunque sceglierai io sceglierò. E per il tempo che mi sorriderai, io ti sorriderò. Stamattina guizzo come le fibre di un muscolo impazzito. Sono in ritardo. Il cielo è grigio. Il tempo sbiadisce i colori. E ogni volta che la pioggia li deforma arrivi tu e giochi a restituirli al mondo con un sorriso. Ti voglio bene sorellina.

Battiti inquieti

3 settembre 2015

Sembrano percussioni. Invece sono pulsazioni. Battiti inquieti. Antichi messaggi in codice, abbandonati tra lenzuola sporche di sogni e briciole di un’improbabile cena. Una di quelle che ti porti a letto.
Stamattina la realtà tace. Mentre i desideri si confondono con i pensieri e le parole mi dormono dentro. Alcune proprio sullo stomaco. In costante e precario equilibrio.
È che a volte vorrei riuscire a farlo oltre che a desiderarlo. Raccontarlo in poco spazio. In poche righe. Anche con una frase soltanto. Ma che sia ben chiara.
È che a volte mi pesa davvero e non solo sullo stomaco. Tutto quello che non ho il coraggio. Tutto quello che non ho la forza. Tutto quello che non mi rimane nemmeno la voglia.
C’è odore di distanze nell’aria. Di troppo sole e pochissima aria sul viso. Quel sole che non ti avvolge, ma ti consuma. Esiste una parte di me che proprio da sola non sa stare. Una parte di me che ogni mattina apre gli occhi. Che si guarda in giro. Che si ripara con una mano dal buio. Dalle parole dette. Dalle cose fatte.
In fondo vivere non è altro che perdersi. Cadere. E poi risvegliarsi ancora vivi, abbracciati a una tazzina di caffè.
È che quando i sogni sono belli poi non mi rimane nemmeno il tempo per crederci. L’incubo è questo. Comincia dal caffè e dura fino al prossimo sonno. Fino alla prossima luna. Fino al prossimo battito inquieto.

Braccia senza mani

1 settembre 2015

C’era una luna desiderabile fuori. Qualche nuvola. Strade deserte. Non sono tante le cose che desidero. Quelle che se ne vanno in giro di notte. Sono tante quelle avute. Tante quelle perdute. Tante le cose in cui credo. Il rimpianto. Il torto. La sfortuna. La fretta. La stupidità. La vanità. I carboidrati. L’indifferenza. L’ironia. Le fantasie. Credo nell’aspirina effervescente. Nel caffè della Moka. Nella Nutella. Nei figli di puttana e nelle loro madri. Credo nel piacere procurato e in quello ricevuto. Credo agli errori per rimediare ad altri errori. Credo ai veleni. Ai demoni sotto il letto. Alle quarte di seno. Ai soldi che sembrano sempre troppo facili. Al mare, alla morte e alle bugie. Credo alle parole. Quelle che rimangono scritte. Quelle non dette o sussurrate. Alle chiavi di casa dentro il posacenere sul tavolo. Alle passeggiate. Ai sorrisi. Ai post it. Alla rabbia. Al perdono. E al sapore delle cose buone.
Una volta ho avuto per le mani un incubo e non me lo sono fatto sfuggire. Con i sogni invece non sono mai stato così abile. Sembro impacciato. Pesante e con le gambe corte.
Stasera ho cenato come si conviene. L’amatriciana non era affatto male. Forse ho esagerato col pecorino, ma non credo che sarò dannato per questo.
Un caffè, una sigaretta, quattro chiacchiere e una serata orfana di confini. Chissà perché se mi fermo guardare il futuro, vedo un demone goffo. Una valigia vuota. Gambe corte. E braccia senza mani che sognano di stringere tutto.


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