Biglietto prego

Notte fonda. Musica a tutto volume nelle orecchie. Le rotaie percorse veloci trasmettono una specie di singhiozzo. Una sorta di conto alla rovescia scandito dalle giunture delle traversine. Intanto i miei pensieri si riflettono sbiaditi su un finestrino. C’è la mia faccia la fuori. È al centro di un’alba deserta che circonda un universo dormiente. Pagine senza parole. Un romanzo illustrato sull’incontenibilità del cuore. Sull’impossibilità di vivere ignorando una parte di me. Quella che ogni tanto mi da fastidio. Quella che temo di più. Quella che conosco anche meno.

In questa cabina viaggiano forze contrapposte. Ricordi che si muovono come un controllore impazzito in cerca di umori clandestini. “Biglietto, biglietto prego! Che fa ? Il vago?”.
Alla mente a volte sfuggono i concetti più elementari. La mente trattiene il magma delle eruzioni nel cuore. Contiene le geometrie dei sogni. La lucidità. Il desiderio. L’istinto. La fisica. La filosofia e tutto il sapere possibile. Ma poi ci sono le parole rimaste nella bocca. Nella mia è in quella degli altri. Quelle che a volte mi sembra di rileggere negli sguardi. Nei frammenti di vita quotidiani. Molte volte spero di ascoltarle. A volte invece le temo. Altre volte ne sono spietatamente attratto. E so comunque che il loro destino è quello di rimanere non dette. Alcuni pensieri sono difficili da attraversare. Sono baratri tra me e un’altra persona. Ma sono anche crepacci dentro.

Forse dovrei cercare una “parola” per tutte quelle “parole”. Una definizione nuova che descriva in modo accettabile il crepaccio. Un sostantivo per ricondurre certe solitudini a qualcosa di comunicabile. Qualcosa da riscrivere in un linguaggio comprensibile. Perché in quello che non sono riuscito a dire ci sta già tutto. La vita. La sensazione del fato. Per dirla alla Milan Kundera, quell’insostenibile legerezza dell’inevitabilità. Stamattina vedere il mondo attraverso un finestrino mi aiuta a capire il punto di vista del destino. La vita che trascende risucchiata all’indietro. La realtà che sembra piccola. Indifesa. Quasi travolta dal fascino delle cose veloci. Come dire: “Biglietto, biglietto prego. Non ce l’ha? Inutile agitarsi. Stia calmo. Tanto non c’è niente da fare, non c’è mai stato e non ci sarà mai niente da fare”.

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