Archive for luglio 2019

#il settimo giorno

26 luglio 2019

Forse il settimo giorno Dio creò il carciofo alla Romana, il Brunello di Montalcino e un divano. Per questo poi ha dimenticato di creare tutto il resto.

Apro gli occhi. Adesso posso esistere. Ho trascorso una notte a confondere l’utile col necessario. La serenità con la rassegnazione. La speranza con l’illusione.

In fondo il sonno non è altro che una dimensione diversa. Necessaria. Nessuna parola. Niente numeri. Solo un universo fatto di immagini sbiadite che scorrono. Mentre fuori la realtà muore.

Stamattina gioco con le dita a rincorrere pensieri, eppure quello che vorrei dire non riesco ancora a scriverlo. Raccontarmi esorcizza la solitudine. Si va bene, però ci vorrebbe un altro caffè.

La mattina ho poco da dire e parecchio da descrivere. Non mi piace abitare nei ricordi degli altri. Preferisco rimanere in silenzio. Aspettare qualcosa. E non so neanche cosa, ma non fa niente.

Aspetto lo stesso. In fondo non c’è molta differenza tra convincersi che qualcosa stia per accadere, e assistere a qualcosa che sta finalmente accadendo.

Realtà alterative

17 luglio 2019

Un ricordo esce dalla mia testa spalancata. Mi fissa. Mi gira intorno. Mi supera. Mi solletica i pensieri. Poi si ferma. Parla con questa piazza deserta, con la mia birra fredda, con le luci di un vicolo.

All’improvviso scivola di nuovo via e un altro ricordo si alza fino alla grondaia. Cerca una stella qualsiasi che metta fuori la testa. Un astro da accarezzare. Qualcuno da proteggere.

Quante idiozie. Quante cattiverie. Tutte queste voci, il chiacchiericcio e tutte quelle sciocchezze che scorrono e si specchiano nel rettangolo illuminato di uno smart phone.

Se tirarsi merda addosso fosse una disciplina olimpica, almeno avremmo l’impressione di poter vincere qualcosa. Invece lo si fa quasi automaticamente. Tanto per farlo. Come se se ne sentisse soltanto il bisogno.

I social networks sono torri di castelli in aria, che nascondono false principesse e draghi meccanici. Sporchi cavalieri e maghi che non fanno la differenziata. Feudi del nulla. Innalzati sopra una briciola di fetta biscottata essiccata al sole. Realtà alternative, figlie di un destino oscuro e di un evo annoiato e solo.

Glielo porto io

16 luglio 2019

Jep sorride. Legge senza molta attenzione l’articolo e non disdegna un ghigno. A volte si vince. Altre volte si perde. Il più delle volte si ignora e questo è il momento di ignorare, amico mio.

Ultimamente gli capitava spesso di passare dal tempo a ignorare. Niente prati stellati dove inseguirsi, o bere in santa pace una birra. Nessuna storia. Niente di vero che fosse mai valsa la pena raccontare.

“Il mondo in fondo è pieno di personaggi improvvisati e falsi profeti.” Diceva Jep. “È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.”

Falsi profeti. Li ho visti sorridere, desiderare e poi di colpo sparire senza nemmeno lasciare un segno. Un messaggio.

Il tempo ha fatto sì che arrivassi a questo punto con Jep. Che mi ritrovassi insieme a lui in questo bar e che ci scambiassimo un muto messaggio tra dilettanti scrittori.

Lui sospira. Io intanto ho finito da tempo il mio caffè. Sono con i gomiti poggiati al bancone del bar. Una posizione che non assumo praticamente mai. Di solito tendo a non toccare le cose nei luoghi pubblici. Stavolta però mi è utile per guardare e insegnare la mia stanchezza alle persone che non conosco.

Ogni giorno ci svegliamo. Indossiamo. Raccontiamo. Fingiamo. Insistiamo. Sbadigliamo. Telefoniamo. Messaggiamo. Ci arrabbiamo. E poi abbiamo tutti bisogno di una pausa. Di un buon caffè. Di un momento poco zuccherato che ci restituisca a noi stessi.

Un lampo di lucidità mi dice che sono a fine giornata. Jep mi guarda. Il suo non si capisce mai se sia davvero un sorriso. Non sai mai cosa vuole far sembrare che sia.

Oggi ho incontrato quello che ero e quello che non vorrei mai diventare. Respiro. Sgomito per arrivare alla cassa. Pago.

Un caffè e un whiskey doppio malto, con ghiaccio. È per il mio amico giù in fondo. Però non si disturbi. Glielo porto io.

Mai lo sarà

10 luglio 2019

La luna ha disinnescato per un attimo il caldo di questi giorni. Osservo mio padre. È sulla porta di casa. Mi guarda come si guarda la vita scorrere.

“Sono appena arrivato papà”. Mi sbadigliano i pensieri. Lo fanno sempre quando è il momento di andare a dormire. Mi sorride. Mi stringe forte.

Non è ancora notte, ma le stelle sono già in assetto antisommossa. Non riesco a guardarle in faccia. Non è la stessa cosa per gli abbracci di mio padre. Potrei chiamarli per nome ed assegnare a ognuno un significato.

Gesti spontanei. Lunghi abbastanza per intrecciare sguardi. Storie. Traguardi. Sconfitte. Un oceano di sentimenti profondo e innavigabile. C’è una luna percettibile, ma non è ancora abbastanza notte. Questa notte, come tutte le altre notti, non lo è mai stata. E con te mai lo sarà.

Un giorno

6 luglio 2019

Ho aggiunto all’acqua tonica succo di limone e mezza foglia di basilico. Poi ho aumentato il ritmo del battito del mio cuore e alzato il volume di una canzone dei Negramaro.

Ho preso una vecchia mappa sgualcita, due tacche di cellulare e una confezione di biscotti senza olio di palma. Ho lasciato cadere tutto sul sedile di una Camaro argento vivo.

La solitudine è un passeggero prezioso quando non hai idea del “dove ti porterà la strada”. Ma in fondo che importa. Sempre meglio che rimanere e spassarsela dondolando con un destino traditore e muto.

Il tempo intanto raccoglie i cocci migliori. Li riunisce come i pezzi di un puzzle infinito. Li rincolla con l’oro. Mentre io gioco a superare i miei limiti. Accelerare. Frenare. Eccedere. Eppure so che non ci sono multe in arrivo.

Un giorno di questo incubo farò un’esperienza. Del caldo di questa notte un ricordo. Dell’ansia di questi assestamenti un racconto. E di tutto questo buio farò un alba curiosa che mi indicherà il percorso.

#il pallone bucato

5 luglio 2019

Quand’è che sono diventato quello che sono? Com’è successo. Un giorno? Un’ora? All’improvviso? E l’espressione che porto con tanta disinvoltura, quando si è disegnata? E’ stato un evento preciso? Una scelta? Ed io ho mai capito di averla fatta questa scelta?

C’era una volta un ragazzo che giocava a pallone sotto casa con gli amici. Senza nulla da chiedere al tempo. Niente preoccupazioni, niente retropensieri. È accaduto prima che la vita cominciasse a modellarmi la faccia e il desiderio a istruire le mie strategie.

Allora non c’erano gol da realizzare. Solo una serie infinita di passaggi. E l’unica paura era che qualcuno arrivasse e bucasse il pallone.

Ovunque e sempre

2 luglio 2019

E quindi? Quindi niente. Tu di che non sei deluso anche se dentro lo sei. Prova a cantare a squarciagola sotto la doccia, anche se non conosci le parole. Biascicale. Fai versi. Difendi l’indifendibile. Sostieni l’insostenibile. Cambia punto di vista.

Cambia anche parere, se pensi sia giusto. Fai ciò che devi, perché la storia prenda sempre la giusta direzione. Ma non calpestare per forza gli altri.

Credi all’incredibile. Confida nell’imponderabile. Inventa. Incanta. Fregatene di quello che non sei. Ma ricorda quello che hai amato con tutto il cuore. Sempre. Anche se poi lo hai rinnegato.

Vabbè e quindi? Quindi niente. Ho scelto l’estenuante fatica del “tentare di andare bene e piacere sempre a tutti”. Ma il perché lo ignoro.

Ho scelto di vivere senza una religione, senza sentirmi per questo perso. Ho scelto di avere convinzioni, senza farne di ognuna una bandiera. Ho scelto di parlare senza farlo diventare per forza un “me” contro “te”. Ho scelto di arrabbiarmi quando ci tengo.

Ho scelto di esorcizzare la profonda e ingannevole religiosità dei nostri tempi. La spietata deferenza alle apparenze. Il classismo. Le palestre. L’essere conforme al “social pensiero”. Rigidità. Intolleranza. Schemi e credo assoluti, degni di una nuova santa inquisizione.

“Sindrome di accerchiamento”, l’avrebbe chiamata Jep. Solitudine. Quella tipica del passerotto caduto fuori dal nido. Perduto. Destinato a essere predato, schiacciato o smembrato dalle formiche.

Stamattina sorrido alle mie paure più oscure. Uso il sarcasmo e mi attacco alla mia più devastante logicità. Non temo di morire. Non l’ho mai temuto. E nemmeno di scomparire, o di essere schiacciato e allontanato.

Vorrei solo essere compreso. Sentito nella pancia. Riconosciuto come concorrente legittimamente qualificato di questa maratona in salita. Quella che chiamiamo vita.

Dove non conta certo arrivare, o fare finta di essere primi, ma esserci. Magari aiutando chi non tiene il passo. Ma aspettandoti da lui lo stesso aiuto. Ovunque e sempre.


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