Archive for maggio 2011

Alla maniera di Napoleone

18 maggio 2011

Al primo livello della pro league, un affascinante torneo live che ho giocato proprio domenica durante l’EPT di Sanremo, eseguo un quarto rilancio dopo una tribet (terzo rilancio) di Pier Paolo Fabretti, e su un board che recitava J 8 4 rainbow (senza alcuna possibilità di progetto a colore) decido di triplicare la sua puntata. Conosco bene l’aggressività del giocatore di Pokerstars ed avendo pescato un J sul board decido di testarne l’effettiva forza.

L’azione induce al fold sia l’ottimo Luca Pagano che un avversario in mezzo alla pista, ma Pierpaolo invece chiama. Scende un K al turn e probabilmente spaventa il mio avversario che a quel punto fa solo check. Io lo seguo per limitare il pot. Al river scende un altro K e l’azione del turn si ripete con un nuovo “check” di entrambi. Allo show-down io mostro un J debole per una doppia coppia JJ KK, mentre il povero Pier Paolo gira un 8 e un 4 per una doppia coppia inferiore, un punto che comunque al flop lo vedeva nettamente avanti al sottoscritto.

Questa mano è viziata da un errore che alcuni giocatori, incluso me, alle volte commettono. Quello di valutare un avversario per come ha giocato in un’altra occasione, dimenticando che l’approccio al tavolo di un giocatore cambia di torneo in torneo. Io non avevo, in quella fase iniziale, abbastanza dati per considerare Fabretti in bluff o attribuirgli una mano marginale ed ho valutato frettolosamente ed in modo superficiale l’azione opportuna da fare al flop che doveva essere chiaramente un “FOLD”.

Quello su cui ogni tanto si deve riflettere è se sia meno dannoso ponderare una scelta giusta al momento sbagliato o azzardare una decisione figlia dell’umore di un momento che è destinato magari ad essere quello giusto. Azzardare vuol dire solo rischiare. Vuol dire privilegiare il caso a dispetto di ogni possibile abilità e competenza ed almeno, per quanto riguarda il Texas Hold’em, vuol dire sbagliare. Quello che in poche parole ho fatto io.

Ma cosa significa “sbagliare”? La logica delle parole ci porterebbe ad abbinare questo verbo al verbo “perdere”, ma non è così. A volte, come nell’esempio riportato, si può comunque vincere sbagliando ed è questo che rende il Texas Hold’em, allo stesso tempo, croce e delizia dei suoi moltissimi sostenitori. Ma approfondiamo il concetto.

Lo Zingarelli alla voce “sbaglio” recita testualmente: “Un errore di valutazione, un’azione contraria all’opportunità, alla convenienza” ed il modo di dire “fare qualcosa per sbaglio“, viene invece indicato come “un atto determinato dalla casualità, dall’accidentalità“. Il vocabolario però non va oltre questa definizione. Non chiarisce per esempio se sbagliare può essere considerato la fine del gioco, oppure se in qualche modo anche dopo un grosso errore si possa raggiungere comunque un obiettivo.

In molti ritengono che non esista un giocatore in grado di giocare meglio di colui che non conosce le regole del poker. Quindi quella che più comunemente viene definita la “fortuna” del dilettante, può anche essere catalogata come una banale conseguenza di sbagli. Ma lo sbaglio, proprio poiché spietatamente legato al caso e all’accidentalità, spesso è la causa di un qualcosa che non si cercava, ma che pur trovata, fatalmente può trasformarsi comunque in un grande traguardo.

Dietro ad ogni pensiero creativo c’è sempre un dubbio inconscio a governarne le dinamiche del gioco. Così mentre si pensa consapevolmente che si stia agendo in modo giusto, la mente elabora un processo cognitivo parallelo, diverso, squisitamente cerebrale ed intrinseco, non evidente, non palese, né tantomeno definito.

Il dubbio prende forma attraverso modalità diverse, fatte di intuizioni repentine e sbalzi d’umore improvvisi, magari dovuti anche alla stanchezza. Ed a quel punto non si è più in grado di capire quale sia il concetto pensato e quale quello indotto. Dove sia la logica e dove invece si celi l’azzardo. Perché adoro il Texas Hold’em? Perché in questa variante di poker lo sbaglio può trasformarsi davvero nell’anticamera dell’eccellenza. Un capolavoro, e i capolavori, si sa, a volte nascono proprio per errore.

Molti professionisti del poker sono pronti a spiegare come alcuni ottimi risultati in carriera siano arrivati proprio rifiutando in pieno quelle regole che si dovrebbero seguire, ma che a volte non si riescono a rispettare. E cosa succede quando questo accade? Nulla. Si cerca di sostituirle con altre regole. Più semplici, più chiare. Si abbandonano i ragionamenti multilivello e si torna ad agire in modo essenziale, magari accettando di seguire schemi semplici e spietatamente elementari come le tabelle di Slansky.

Curiosando sul web ho scoperto che tra i dilettanti allo sbaraglio si narra anche di un certo Napoleone Bonaparte. Giocatore di poker di basso livello. Si racconta che fosse addirittura ossessionato dagli errori, dallo spazio e dal tempo. “Lo spazio posso perderlo e riguadagnarlo – diceva -, ma il tempo perduto sbagliando è perduto per sempre. In guerra come in una partita a poker, la sorte viene e va, l’abilità e la tattica sono le doti imprescindibili, ma alla fine è un semplice sbaglio che può farti vincere o perdere”.

La storia racconta però che non accettasse mai la sconfitta di buon grado e che il suo obiettivo fosse vincere comunque e ad ogni costo, anche sbagliando. Quello che forse oggi potremmo definire davvero un “donk-aggressive“.

Vincente o Perdente?

2 maggio 2011


A volte mi domando se sia opportuno o meno provare a suddividere i giocatori di Texas Hold’em in grandi categorie che ne identifichino un po’ i lineamenti fondamentali. Ebbene la risposta che ogni volta do a me stesso è che per quante sottocategorie esistano e per quante altre se ne possano trovare, forse nel poker come nella vita, tutto si riduce ad una mera divisione tra “vincenti” e “perdenti”.

Ed un perdente si riconosce. Magari è quel personaggio che ha sempre una scusa per ogni mano giocata male e che tuttavia persevera ripetendo meccanicamente gli stessi errori o che si proclama solo vittima di una deità negativa.

Sempre in tensione fin dai primi livelli, lo vedi giocare portando sulle spalle un macigno fatto di pensieri sfocati ed insicurezze lubrificate del quale sogna solo di liberarsi presto. Per questo si infila sovente in strade senza uscita e accoglie ogni eliminazione come una vera e propria liberazione.

Ci sono perdenti poi, che nel tentativo di generare simpatie diventano grandi parlatori al tavolo. Altri lo fanno lontano dal tavolo e non li senti comunque mai raccontare di sontuose vittorie, ma unicamente di strane ed improbabili mani perse.

Solo apparentemente solidi, sono tutti comunque affetti da una strana sindrome, la sindrome dell’angoscia da poker nota in ambiente clinico come “Nikefobia”. Quella particolare patologia dove il giocatore si convince che vincere sia una pratica faticosa e temibile. Dove in pratica non si riesce a star lontani dagli acuti del gioco, ma è solo per un compulsivo desiderio di uscirne al più presto, scrollandosi così via di dosso tutte le insopportabili tensioni.

Raccontata così, il perdente potrebbe assumere i lineamenti contorti di un simpatico personaggio partorito dalla penna di Ken Follet. Incerto, imperfetto, logorroico, sfortunato ed ora anche affetto da improbabili malattie che lo condannano ad occupare solo l’altro lato della medaglia.

E i vincenti? Si dice che i vincenti siano quei giocatori che hanno sempre una tattica testata, una risposta giusta e una soluzione congrua. Ma chi tra noi può definirsi veramente un vincente? Chi può vantarsi di appartenere a questa categoria? La risposta non può che rimanere un punto a metà strada, una soluzione confusa tra le nostre innumerevoli alternanze di stati d’animo. Quel punto dove il “vincente” e il “perdente” si trasformano nelle due facce di una stessa medaglia. Infatti non basta certo vincere, perchè spesso sono le sconfitte a creare dei vincenti.

Come esiste un universo e quindi anche il suo riflesso, esiste un mazzo di carte dove due assi rossi non si troveranno opposti sempre a due assi neri. Il vincente? Non può essere altro che quel giocatore disposto a giocarsi sempre e fino in fondo le sue carte, anche dopo aver visto battere tutte le mani migliori. Quello che non si arrende e sa che non si può vincere senza perdere mai, perché la vittoria e la sconfitta non esistono se non legate da un filo invisibile.

Jim Morrison scriveva “Vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai”, ma in fondo sarebbe più opportuno dire “Vivi ogni notte come se fosse l’ultima, ma la mattina non sottovalutare la forza dirompente dell’ironia e preparati a rinascere per vincere o perdere ancora”.

Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: croce. Sorrido. Sono comunque pronto a lanciarla ancora.


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