Archive for marzo 2014

L’altra versione di me

30 marzo 2014

Esiste una versione della mia vita che scorre via senza colpi di scena. Dove ogni mattina un uomo si sveglia e parte in cerca della sua quotidiana razione di felicità imparando a miscelarsi col mondo.
Poi ce ne sta un’altra dove ogni giorno è il gran giorno. Dove non mi preoccupo di quanto grande sia un obiettivo. Dove non mi spaventa quello che c’è da fare e non mi chiedo se davvero possiedo i mezzi per farlo. Dove anche fallire diventa una allegra routine e provarci uno spietato bisogno.
Copioni diversi dove il tempo scorre via comunque senza alcun compromesso di convivenza.

Ci sono giorni

29 marzo 2014

Ci sono giorni in cui non so dove sto andando. So solo che cammino più sicuro se mi tieni la mano.

La coppia perfetta

29 marzo 2014

Esistono coppie che insieme si completano. Ad esempio io e il cornetto con la nutella.

Dettagli

29 marzo 2014

Sono bravo a notare tutti quei piccoli dettagli che sembrano insignificanti. Peccato che molto spesso lo siano davvero.

Amanti

25 marzo 2014

Alcune persone non scelgono di fare gli amanti, succede e basta.
Quando questo accade nascono relazioni da cullare nell’ombra.
Storie senza programmi a lungo termine, rapporti che si nutrono del bisogno di compensare le frustrazioni e le monotonie di altre relazioni prive di complicità. Convivenze di lunga durata vuote di attenzioni a cui a un certo punto è venuto a mancare qualcosa.
Storie impossibili che nascono dalle macerie di altre storie, facilitate dalla totale assenza di quotidianità, di problemi e situazioni concrete. Si vive e si nutre solo un desiderio, un sentimento che si muove all’interno di un labirinto di emozioni intense, spesso facilitate dalla distanza, dal tendere verso o dalla segretezza di una trasgressione.
È un gioco di clandestinità e reciproche seduzioni che il più delle volte contribuisce solo a mantenere in vita altre relazioni ufficiali impolverate dal tempo e bersagliate dalla noia, dal quotidiano o dalla totale mancanza di rispetto, complicità e dialogo.
Ci sono casi in cui queste relazioni beneficiano di riflesso l’una dell’altra ed è allora che si instaura negli attori quella condizione di “non scelta” che mantiene immodificati i rapporti con il partner principale.
Succede però che qualche volta qualcuno si innamori. Magari proprio la persona che in quella situazione occupa il ruolo del single, dell’amante dal cuore infranto.
Un animo spesso gentile trafitto dalle mortificazioni dell’attesa e dagli interminabili momenti che sembrano non trascorrere mai. Annientato dai silenzi delle messaggerie virtuali, da tutti i weekend non trascorsi insieme, dalle telefonate che non arrivano e confuso dalla chirurgica latitanza dell’altro sui social network.
Vivere la distanza da innamorato è una tra le condizioni più complesse ed emozionanti di una relazione, ma necessita di un importante bagaglio di esperienza e autocontrollo. Servono un cuore d’acciaio e un carattere blindato, resistente sia alle frustrazioni dei comportamenti irrazionali che all’assenza degli stimoli della quotidianità.
Si, perché quando ti innamori poi ti manca tutto. Portare a spasso il suo cane, aiutarla nelle cose di casa, fare insieme la spesa e tante altre piccole attenzioni dall’apparenza insignificante che all’improvviso assumono una rilevanza quasi fondamentale.
Ad un tratto vuoi un ruolo diverso per te nella sua vita, un universo abitato da concretezze, pranzi ufficiali, viaggi, progetti e una casa, ma è proprio questo il preludio della fine della storia, perché come provi a porre la questione all’ordine del giorno lei o lui si allontanano immediatamente.
Un amante non transita quasi mai al ruolo di compagno o compagna.
Esiste un caso su cento.
Nessun partner rinuncia alla clandestinità, al suo amaro piacere, ineguagliabile e non sotituibile con una vita normale. Tutto va bene finché si vive una sorta di manutenzione continua al rapporto principale, in segretezza, in sordina, senza apparenti pretese, briciole di affettivita che spesso si estinguono dopo una sessualità consumata più a conferma dell’amore sognato che a riprova della reale dimensione dei sentimenti.
Le cose collassano invece quando uno dei due comincia a vivere male l’attesa di una notizia, di una chiamata, un messaggio di fumo che ovviamente non arriva e che impone assurde strategie di sopravvivenza per lenire il dolore del cuore e dell’anima.
Forse bisognerebbe volersi più bene. Convincersi di poter aspirare e meritare molto di più di quello che si considera erroneamente “fondamentale” e che invece, alla resa dei conti, contribuisce solo a farci stare male.

Sillogismi

24 marzo 2014

Il fatto che ogni tanto perda la pazienza non fa di me un uomo distratto. Come avere le palle rotte di frequente non fa di me una persona fragile.

Solitudine

24 marzo 2014

Stamattina batto i piedi come un bimbo al supermercato desideroso di amore e attenzioni. Non c’è nulla peggio che ricevere un giocattolo quando quello che vorresti è solo stringere forte una mano.
La sua mano.
Forse del sentirsi solo quello che pesa in un bimbo non è tanto il senso di solitudine, quanto il fatto che nessuno si accorga di quanto si senta davvero solo.

L’ultima mano

23 marzo 2014

Quando sono lontano da te il tempo non passa mai. Le ore, i minuti e anche i secondi hanno una consistenza diversa, si allungano, si dilatano, si caricano di impazienza.
Stamattina indosso lo sguardo del giocatore e gioco a ingannare la vita. Mischio le carte per sfidare il destino. Nascondo il dolore, quello sottile che sa scivolarti accanto come un predatore certo della sua piccola preda. Mi gioco un sorriso, poi un altro e un altro ancora. Ma perdo di continuo.
Strapperei queste carte come si strappa un pensiero che angoscia, ma ho bisogno di giocare e non posso fermarmi ora. Mi basta solo un altro piatto. Puntare tutto per confondere il tempo.
Mi gioco il coraggio, la speranza e la gioia di un ultimo sorriso contro tutti i giorni che mi separano da te.
Posso vincere, lo so. Posso batterli tutti.
In fondo non è altro che la mia ultima mano.

L’inutile e il dilettevole

23 marzo 2014

Se unisci l’inutile al dilettevole ottieni una pagina Facebook.

A denti stretti

22 marzo 2014

In un anno sono riuscito a schivare 4 bicchieri di cristallo, una pentola con fondo in acciaio (pesantissima), 3 forchette, 2 kiwi sbucciati, un remo del canotto, la torta del suo compleanno, il gatto persiano e 6 piatti del servizio buono. Mia nonna diceva sempre: “se lei ti manca tanto è amore”.
Credo di non essere mai stato così innamorato nonna!

Avere una figlia piccola ti può condizionare la vita. L’altro ieri a un pranzo di lavoro ho sbucciato due mele a un commercialista di Latina.

Scopare e fare attività fisica è meraviglioso. Adoro il Curling!!

Fa venire i brividi l’ignoranza che c’è su Facebook. Gente che parla di Mozart senza aver mai visto nemmeno uno dei suoi quadri.

Incredibile. Se te lo versi bollente sulla camicia il caffè ti sveglia ancora di più…

Mi fanno tristezza tutte quelle persone che a cena non parlano e nemmeno si guardano preferendo Facebook e le chat di un iPhone a una bella chiacchierata.
Ora vi devo salutare che è arrivata la pizza.

Da piccolo con meno di mille lire andavi al supermercato e tornavi con le caramelle, le cioccolate, la Coca-Cola. Ora invece è pieno di telecamere.

“Regalami”, sussurrò una rosa.
“Sette euro capo”, esclamò il cingalese.
“Tanto non te la da”, disse l’esperienza .
“Considerami cazzo”, intervenne il girasole.

Il T9 è diventato il mio nemico. Solo chi possiede un iPhone Sto Arrivando di cosa parlo.

Chissà se oltre alle cartelle fanno anche gli zaini equitalia. Potrebbe diventare un’idea regalo !

Emozioni forti

21 marzo 2014

Vorrei portarti nei miei sogni per farti innamorare. Ma forse non verresti.
Eppure i miei sogni non sono luoghi pericolosi.
Pensieri esigenti mi stringono il cuore mentre rileggo le mie parole.
Cerco di interpretarle, tento di riordinare le frasi per trovare l’intenzione inespressa di dire dell’altro.
Cerco esitazioni, puntini di sospensione, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non ci ho mai capito nulla. Non so nemmeno come siano fatti.
Potrei chiudere gli occhi e sognare ancora. Sfidare il baratro e provare quel gusto sadico di rimanere ancorato a una ringhiera con una mano mentre provo a scartare una fiesta con l’altra senza farla cadere. Ingozzarmi gettando la carta nel fondo dell’abisso e poi guardarla precipitare lentamente fino a scomparire nel buio di un baratro simile alle nero delle orbite di un Dio cattivo.
Tanto nero per non vedere la via di casa. Nero per non permettere alla luce di illuminare la mia strada.
Questo accade ogni notte quando non sei con me e contro questo io lotto senza rassegnarmi mai.
Vorrei essere capace di rimanere in silenzio a guardare un tramonto.
Alzarmi una mattina, prenderti in braccio e accompagnarti ad ammirare un’alba.
Non servono una grande testa e spirito d’iniziativa, basta un cuore grande e potrei mostrarti tutto questo anche a occhi chiusi.
Pensavo di esserne capace e forse lo sono. Ma non senza di te.
La tua assenza è diventata una circostanza insopportabile. Negarlo è come ammettere di avere un buco scoperto nel cuore e credere che qualcuno possa curarti solo infilandoci un dito dentro.
Non sono mai andato al di là del necessario nella mia vita. Ma di fiori d’albero ne ho collezionati troppi e frutti nessuno.
Adoro le ciliegie e vorrei mangiarne tante. In uno dei miei sogni c’era ancora il grande albero del giardino dei nonni. Potevo arrampicarmi per metri e mangiarne a sazietà. Staccarne tantissime dai rami con le mie mani poco convinte e smaniose. Eppure in quel sogno non ne ricordo il sapore, solo la gioia che provavo nel raccoglierle e il viso di mia nonna preoccupato che potessi cadere.
Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano sentire ancora quegli occhi addosso. I suoi e i miei insieme che erano tanto ed erano altro.
Che pena sognare. È la pena di chi non sa rinunciare alle emozioni e decide di vivere chissà quali ricordi.
Belli o brutti non importa. L’importante è che siano emozioni forti.

Unghie lunghe verde acido

20 marzo 2014

Vorrei esserti sempre accanto. Proteggerti anche quando non mi vedi.
Osservarti per un tempo indefinibile mentre il tempo stesso se la ride, passa e se ne frega.
Guido piano, ti penso e mi scappa da vivere.
Posso amarti senza eco.
Ascoltarti senza cercare risposte.
Scriverti senza avere lettori.
Sognarti senza sonno.
Aprire la mano e non trovare altro che una mano, dieci piccole dita e unghie lunghe verde acido.

Infettato

19 marzo 2014

Esiste un momento chiave della nostra maturità. È quando si comincia a riflettere sull’origine delle nostre emozioni senza limitarsi ad accettarle come se si trattasse di un ordine.
Pensare a cosa e perché si prova è l’unico modo possibile di interpretare il nostro “modo di interpretare” l’esistenza.
Come in un assurdo gioco di corteggiamenti e rifiuti i miei pensieri stamattina si rincorrono, si respingono, si annullano, ti cercano e rimangono focalizzati su una ragazza meravigliosa che a tratti dimentica di esserlo.
Sono infettato dalla voglia di esserti accanto, contagiato dal desiderio di viverti.
Roma, Bergamo, Claviere o in qualsiasi altra parte del mondo non esisterà mai mondo, senza di te.

Squisitamente irrazionale

19 marzo 2014

L’irrazionalità è nell’istinto, nel sentimento, nell’intuizione, nella fede e nella pazzia.
L’irrazionalità è intollerante, non ammette esperienza, ragionamenti, coerenza, distinzioni, deduzioni o definizioni oggettive.
Tutto il resto è ragione.
Esiste in tutti noi un modo logico e uno irrazionale di affrontare o definire le cose. È facile essere pragmatici o scettici quando si tratta di giudicare gli altri, molto più difficile è mantenere un profilo razionale se si tratta di noi, di tutto ciò che ci riguarda e che a volte ci fa stare male. Si perché le cose che ci fanno stare bene non le analizziamo mai troppo, le accettiamo a prescindere senza farci troppe domande.
È tutto così squisitamente soggettivo eppure esiste sempre una versione logica e una irrazionale di ogni cosa.
“Adoro mangiare tanti dolci, ma so che fa male, quindi dovrei evitare di esagerare”, classico ragionamento logico.
“Adoro mangiare tanti dolci, so che fa male, ma magari non a tutti alla stessa maniera e poi senza dolci sto depresso, quindi li mangio”, classico ragionamento illogico.
La questione non è mai “logico” o “illogico”? Ma “giusto” o “sbagliato”? E “per chi”?
Chi è freddo, insensibile o fatalista magari vive la cosa in modo risoluto, ma le persone dotate di una spiccata sensibilità subiscono ben altri contrasti interiori. Dubbi con i quali spesso convivono, che lacerano dentro, che confondono facendo perdere di vista ciò che davvero conta. E ciò che conta non è tanto sapere cosa è “giusto” o “sbagliato”, ma cosa succede dopo.
Definire irrazionale quello che non abbiamo la forza di cambiare è il limite umano più grande, ma in fondo è anche la cosa più semplice da fare.
Essere irrazionali ogni tanto è comunque una necessità accettabile.

La grande bellezza

16 marzo 2014

“La grande bellezza” non è una pellicola, ma un olio su tela. Un quadro astratto di difficile comprensione. Un capolavoro dal mio punto di vista. Eppure dal numero di critiche sterili che sono riuscito a leggere su Facebook sembra che solo in pochi ne abbiano colto il senso. Eppure c’è un messaggio che questo lungometraggio trasmette dalla prima all’ultima scena.
“La grande bellezza” non è solo un film, ma un’occasione per riflettere sulla nostra vita.
Non sono un critico ed è complicato per me improvvisare un’analisi della trama, eppure mi sento così legato a questo capolavoro, e deluso dai giudizi di tutti, che voglio comunque fare un tentativo.
Ho visto ed amato diverse precedenti realizzazioni di Paolo Sorrentino, ho letto il suo libro e mi sento decisamente legato a tutti i suoi personaggi.
Uomini che sconfinano nel grottesco mostruosamente interpretati da Tony Servillo e disegnati dal regista con una geniale esagerazione, mai surreale, mai forzata, ma sempre lineare e costruita nei minimi dettagli.
Personaggi delusi, frustrati, difettosi nello stile di vita e spesso vittime di un conformismo che spesso degenera nell’alienazione. Titta Di Girolamo, Jep Gambardella, il Giulio del “Divo”, tutti esseri animati da una perfida ironia che spesso si trasforma in sarcasmo puro con battute che non fanno mai ridere, ma al massimo sorridere, riflettere oppure indignare.
All’inizio il regista sottolinea il capolavoro di Roma. Il giapponese che sviene richiamando chiaro il concetto della sindrome di Stendhal mentre la cinepresa indugia sul profilo della capitale, incurante di tutto quello che sta succedendo.
Poi subito un’incursione nella mondanità romana e il compleanno del protagonista. I suoi 65 anni.
Ma chi è Jep Gambardella e chi siamo noi rispetto a “Jep Gambardella”?
Perché “La grande bellezza” ci pone proprio questo quesito.
Lui è uno che ha scritto un libro ricco di sensibilità, “L’apparato umano” con il quale ha vinto il premio bancarella 40 anni prima ottenendo anche la fama, ma che ora si è lasciato risucchiare dal vortice della mondanità e non ha più voglia di scrivere.
Ha rinunciato a quella sensibilità che lo aveva caratterizzato da giovane. Perché?
Perché da scrittore promettente si è trasformato in un giornalista da strapazzo specializzato nelle interviste a personaggi improbabili o impossibili?
Perché ha rinunciato alla sua sensibilità e preferisce frequentare gente superficiale e artisti da quattro soldi?
Perché partecipa a feste vuote che tra l’altro dichiara di voler fare fallire?
Possibile che abbia davvero perduto ogni passione per la vita?
Il suo modo di rapportarsi con gli altri è cinico, talvolta maligno, ma sempre impeccabile ed educato.
Il sesso non lo soddisfa e sembra mal celare qualcosa dietro a una troppo ostentata allegria. Ma cosa?
Un amore di gioventù apparentemente non ricambiato. Le sue radici lontano da Roma. Una grande bellezza dimenticata.
Quando la sua ex ragazza di 40 anni prima muore Jep scopre che in realtà era sempre stato amato, fino all’ultimo respiro e allora comincia a chiedersi del perché fosse stato lasciato.
Qui comincia il viaggio di Jep Gambardella che ha per metà il punto di partenza. Un tour della sua esistenza passata, ripensata e ridiscussa nei minimi dettagli.
Da questo punto la mondanità in cui si era rifugiato comincia decisamente a pesargli. Questa vuota apparenza lo infastidisce e la sua stessa fama giornalistica che detiene senza nessun merito specifico gli sta decisamente sullo stomaco.
Cosa cercava quando ha scritto il libro?
Jep comprende che c’è stato qualcosa che non è andato, ma stenta a capire cosa. Poi un giorno un mediocre artista suo amico gli confessa di essere deluso da Roma e dalla sua gente. Gli annuncia il suo ritorno al paese di origine. Il suo riavvicinamento alle radici e a Jep comincia a riaprirsi un mondo.
Intanto nella sua mente continuano a scorrere i ricordi del suo vecchio amore che gli parla e lui, sopraffatto dalla nostalgia e dal desiderio di rivivere il suo passato, si rende finalmente conto di non essere nessuno.
Comincia allora a frequentare una attempata spogliarellista e stanno talmente bene insieme da non avere neanche bisogno di consumare rapporti sessuali. Forse Jep ha ritrovato la sua sensibilità, ma non è facile capirlo, perché lei muore e con la sua morte gli ritornano vivide in mente le immagini della sua ragazza defunta. Ora che farà mai Jep?
Arriva la depressione. Gli è difficile resisterle e nasconderla agli altri. Ma insieme alla depressione torna anche quella sensibilità che sembrava sopita in qualche anfratto dell’anima. Medita di scrivere un nuovo libro anche se ora, tirate le somme della sua insignificante esistenza, non sa proprio da quale punto partire.
Intanto il marito della sua vecchia fidanzata è diventato anche suo amico e quando gli confessa che passa le sere a casa a guardare la televisione con la nuova fiamma, una dolce invidia mista a sarcasmo inondano lo sguardo di Jep Gambardella: “Ma quanto siete belli”, gli dice.
Jep sta riscoprendo i valori della vita. Quelli semplici. Quelli fatti di una quotidianità condivisa e rivissuta giorno dopo giorno.
Poi arrivano le immagini di un improbabile artista, che si è fotografato tutti i giorni per ogni giorno della sua vita, e lo trascinano in un vortice di domande a cui trovare risposta.
Qualcosa sta davvero cambiando in Jep.
Infine la cena con la suora e il cardinale.
Lui osserva queste due figure religiose. È ansioso di trovare quelle risposte. E non ne riceve dal cardinale, ma dalla suora.
Una donna che ha sacrificato e consacrato tutta una vita a degli ideali. Un capolavoro di coerenza in pace con tutte le forze della natura.
Un essere rinvigorito dalle sofferenze che gli rivela il segreto più grande.
Non possiamo prescindere dalle nostre radici.
“La grande bellezza” è capire ciò che siamo e confrontarlo con quello che volevamo essere. A volte il cambiamento più grande è prendere coscienza di quello in cui ci siamo trasformati e che non volevamo diventare. Per questo non dobbiamo dimenticare le nostre radici. Per avere la possibilità di correggersi.
Jep fa proprio questo quando alla fine devide di ritornare nei luoghi della sua gioventù.
Il film termina con una carrellata di immagini fantastiche riprese seguendo il profilo di un fiume che scorre da sempre senza nulla chiedere a Roma che sembra quasi disabitata.
Una sequenza che ricorda molto gli ultimi secondi di Blade Runner con la sequenza delle montagne decontestualizzata dagli scenari futuristici.
Il film commuove e alla fine passato e presente si ricongiungono sempre e la vita scorre come un fiume in piena su un unico orizzonte.
Questo è il messaggio.
Un’opera meravigliosa, essenziale, fondamentale.
Perfettamente diretta e dalla fotografia devastante.
Potete criticare oppure osannare Paolo Sorrentino, ma non prima di averlo conosciuto a fondo, guardato tutti i suoi film e letto il suo libro.
Io sono felice che qualcuno riesca ancora a concepire pellicole del genere. Ma “La grande bellezza” si sforza di rappresentare la vita. Un qualcosa di spietatamente soggettivo e a interpretazione squisitamente soggettiva. Quindi normale che a qualcuno possa non piacere, come può non piacere una vita rispetto a quella di un altro.


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