Archive for luglio 2016

Message in a bottle

31 luglio 2016

Certi pensieri si fanno sospingere dal tempo come dalla corrente. Si lasciano trasportare per giorni e poi rimangono là.

Bloccati dall’onda. Intrappolati sul bagnasciuga, tra l’acqua e la sabbia. Nello stesso identico punto dove, in certi film d’amore, le bottiglie vanno alla deriva. Quelle con un messaggio all’interno. 

Forse è proprio questa l’immagine più adatta a descrivere ciò che ho dentro ora. Una bottiglia con un messaggio.

Il problema è aprirla e leggerlo, senza la paura di cosa potrei trovarci scritto. Perché la paura è il meccanismo che blocca i sogni e tiene distante il desiderio di realizzarli.

La paura di non andare bene. La paura di non essere all’altezza. Di non piacere. O di non avere argomenti così originali di cui saper parlare. Quella di sembrare “meno di”, e offrirsi in pasto al giudizio di chi ci sta intorno. Gli altri. 

Perché alla fine sono proprio gli occhi degli altri quelli veneriamo con tutte le nostre forze. Insomma, che si voglia o no, bisogna essere pronti a piacere. A essere giusti. A essere simpatici. Opportuni. Dinamici. Costi quel che costi.

Esistono le spiagge. E poi c’è l’immensità del mare che ci sbatte contro. Ci sono le onde e sulle onde galleggiano migliaia di bottiglie che custodiscono tutti quei sogni che devono ancora nascere. Quelli mai letti. 

Oggi in una di quelle bottiglie c’è anche il mio. E stavolta non ho più paura.

I miei anni

30 luglio 2016

Uno specchio non parla, eppure riesce a dirti tutto. Che ti piaccia, o no, questa è la tua faccia. Truccata. Sbattuta. Stanca. Che ti piaccia, o no, queste sono le tue espressioni. Le tue maschere. 

Davanti a uno specchio io sono protagonista e pubblico. Io sono tutti i dubbi, fino all’ultima certezza. Alzo un sopracciglio. Strizzo l’occhio. Sorrido. Improvviso l’effetto che desidero. Scorciatoie. Aggettivi. Trucchi.

Peccato, perché alla fine quella ruga si vede lo stesso. Quel ricordo non cambia. E quello che deve essere stento comunque a vederlo.

Allora chiedo al futuro di darmi il tempo necessario. Quanto basta per guardarmi con occhi diversi. Per continuare a esistere senza paura.

Un giorno il tempo si vendicherà di tutte le parole che non sono riuscito a scrivere. Punirà la mia indifferenza. I miei rumorosi silenzi. E non avrò nemmeno il coraggio di domandargli dove sono finiti i miei anni migliori. 

Abbasso la radio

24 luglio 2016

La Cristoforo Colombo è un’arteria che unisce Roma alle spiagge di Ostia. Si cammina a passo d’uomo. Ma non c’è il solito intasamento di auto che vanno al mare. Io la percorro in senso opposto. Cerco di raggiungere il centro. Sono quasi le due. Il sole è alto e picchia forte. Le ville di Casalpalocco scivolano lentamente alla mia sinistra. E alla fine sono quasi fermo. In una fornace a cielo aperto, a poco meno di 500 mt dalla rampa del grande raccordo anulare. Intanto i Clash tossiscono musica alla radio e accompagnano il ronzio del climatizzatore. 

Ci sono cose che mi hanno sempre infastidito. Cose che non riesco a digerire. E parlo soprattutto di me. Del mio modo di fare. Del mio essere sempre opportuno e presente. Con gli altri. E mai con me stesso.

Pensieri dimenticati su piani diversi. Ma in realtà sono intollerante alla mia insopportazione. Questa guerra tra le cose che faccio e tutto quello che non andrebbe fatto, ma che comunque mi ostino a fare, scorre quotidianamente dentro di me. Ed è una “guerra” con la quale sono in guerra da sempre.

Faccio ancora qualche metro. Sarà un incidente. La strada in questo tratto è brutta. Soprattutto di domenica quando la gente poco abituata a guidare esprime maldestramente la sua gran voglia di superare il prossimo. Almeno in strada, visto che nella vita non gli riesce.

Non sopporto neanche questo di me. Questo mio esprimermi giudicando gli altri. Soppesando. La stessa parte di me che quando vede un sorpasso azzardato maledice e augura il peggio. Ma il peggio si augura all’errore. Non a chi lo commette.

Intanto la fila scorre. La mia corsia avanza di qualche decina di metri. Ora l’incidente è davanti ai miei occhi. Un’ambulanza è ferma sulla carreggiata. Poco più avanti una Smart ha il parabrezza spaccato. Attraversato da qualcuno. C’é del sangue. Altre due auto sono ferme probabilmente implicate nella cosa. Una è imbiancata dal getto degli estintori. Sembra una vecchia Mercedes classe A. L’altra è parzialmente incastrata con la fiancata sul guard rail. È una jeep. Li di fianco un telo verde adagiato sul prato. Copre un cadavere. C’è sangue. I paramedici non si affannano. Non esiste un momento di concitazione. Soltanto silenzio. Quello che ti prende dentro e che ti strozza le parole.

Rifaccio mentalmente le traiettorie. Ripercorro i puntini che il destino ha unito per creare quella scena. Sempre che sia andata come penso.

Abbasso subito la radio, non so perché. Forse un segno di rispetto. Qualcuno non lo sa ancora, ma la sua vita è appena cambiata per sempre.

Siamo pensieri poco onniscienti in scatole craniche fragili. Pure ipotesi di vita prigioniere di un corpo. In auto. In treno. In metro. Su una qualsiasi strada. Da questo punto dei miei pensieri vedo un altro me stesso. Laggiù, piccolissimo. Provvisorio. Evanescente. Impotente.

Non so chi tu sia, ma possa il tuo percorso continuare senza altri incidenti. Possa la strada esserti amica, per sempre. Con la speranza che di strade da percorrere ne possano esitere ancora.

Pensavo fosse amore e invece era un pokemon raro

23 luglio 2016

Credo che esista sempre un significato da attribuire a ogni situazione, ogni persona, ogni fatto o azione. Qualcosa di specifico. Di logico. Senza soppesare ragione, torto o verità. E poco importa che si tratti di una mia verità. Da bambino non mi sono mai preoccupato del senso delle cose. Forse ero più orientato a viverne le emozioni. Poi con gli anni qualcosa è accaduto. 

Le storie importanti. Le crescenti esperienze. Le immancabili delusioni. I successi raggiunti, ma anche le innumerevoli strade lastricate di obiettivi mancati. Internet. Gli eclatanti fatti di cronaca. I telegiornali. L’ambivalente e illusoria variabile dei social network. Ma più di tutto la scrittura. 

Pian piano ho sentito sempre più necessario il bisogno di scrivere e descrivere. E se è vero che scrivere non mi può aver cambiato, è altrettanto vero che è successo rileggendomi. Poco alla volta.

Stamattina ho aperto un social network. Lo faccio ogni mattina come una consolidata abitudine. E non ci ho trovato nulla. Il solito vuoto culturale per il quale non credo mi ammalerò mai. Lo stesso vuoto che vi ritrovo dopo eventi sportivi, feste comandate. Ma anche fatti di cronaca. Assurde stragi. Dopo notizie disperate di bambini che annaspano fra le macerie di un conflitto. Navi e pescherecci che affondano vite. Uragani e tsunami che cambiano il volto umano dei luoghi che devastano. 

Cade un aereo e mi passano davanti tutti gli aerei presi nella mia vita. Tutti i viaggi fatti. Ed è la stessa cosa quando persone muoiono in un cinema, in un teatro, o passeggiando mangiando un gelato. Ogni volta mi chiedo di chi siano tutte quelle vite che non esistono più. 

Anche dopo una strage in un supermercato è lo stesso. In un’università. In una redazione di un giornale che non avrei mai letto. O peggio ancora in una scuola. Ogni tanto immagino che qualcuna di queste persone sia seduta a tavola con me e mi parli direttamente. Che mi chieda se tutto quello che è successo aveva o ha mai avuto un suo senso da trovare e raccontare.

Leggere è molto diverso che scrivere. Guardare le altre vite e rapportarle con la propria. Spesso crediamo di vivere anche quando non lo facciamo, solo perché abbiamo la possibilità di farlo rispetto a chi non può più. Ma siamo anche noi, studenti, ostaggi, giornalisti, turisti e passeggeri quasi sempre nel concreto. Dipendiamo da. Ci affidiamo a. Ci fidiamo di. 

Affidiamo la nostra vita al meccanico che ci ripara i freni della macchina. Al cuoco che ci cucina una pasta con le cozze. Al prete che ci confessa. Allo psicologo. All’architetto. All’amico che guida l’auto. Al medico. Al chirurgo. Al farmacista. Alla guida alpina. All’istruttore di kitesurf o all’allenatore di body building.  

È essenziale che tutto abbia un senso e un significato. Che tutto funzioni e che anche gli altri facciano sempre bene. Che da ogni maledetto lunedì fino alla successiva domenica mettano la testa in quello che fanno. Che siano seriamente connessi a se stessi.

Durante un viaggio siamo spietatamente disinteressati a come si sente il pilota o l’autista. Ogni tipo di pilota cui affidiamo quotidianamente la nostra vita. Siamo abituati a dare tutto per scontato.
Sia chiaro, non posso arrivare a prendermi cura del mondo. Con il destino non si tratta. Ma potrei prendermi cura dello stato delle cose. Dei significati. Dell’umore di tutti quelli che condividono con me anche un minimo tratto di strada in questa assurda quotidianità.

Non lo saprò mai. Magari un sorriso. Un buongiorno. Una gentilezza, anche che si trattasse solo di un caffè corretto offerto, potrebbe aver salvaguardato delle vite. Ascoltare quello che qualcuno aveva da dire, anche solo per poco, potrebbe aver allontanato delle tragedie. Non lo so e non esiste un scatola nera che potrà mai dirmelo. Però mi piace pensare che sia così.

Stamattina è scattato qualcosa nella mia testa dura e sensibile. Se esistono bambini che vivono in condizioni spaventose. Se nel 2000 donne di paesi civilizzati subiscono violenze nel segreto delle proprie case. E se le massonerie. Se le associazioni segrete. Se le mafie. Se i giochi di potere sempre più pericolosi e perversi. Se l’abbrutimento culturale delle persone sui social network. Se la perdita di valori. Se i soldi per gli armamenti. Se tutto questo continua a crescere, la mia sfera intima reagisce. Se faccio parte di questa comunità che è il pianeta, anche la mia vita respira questo clima globale e vengono in qualche modo condizionati i significati che attribuisco alle cose che faccio. Che dico e che scrivo.

Non potrò raccontare a mia figlia quanto era difficile ai miei tempi. Per me non è mai stata davvero difficile. Lo è di più adesso. Eppure in queste difficoltà c’è qualcosa che mi fa sentire molto meglio di quando ero ragazzo. Mi fa sentire forte. Desideroso di lottare con questo universo difettato che non funziona, ma che deve trovare il modo di risorgere e di ripartire. 

Le mie storie sono piccole cose. Però se sopravvive Ulisse e crediamo ancora in una balena bianca significa che non possiamo buttarle via. Perché alla fine rimangono solo le favole. Quelle vere. Quelle fatte di gente semplice che lotta, desidera, ama, agisce e vince o perde. Ma con tutta se stessa. 

Ho cominciato a scrivere dell’amore molto prima di sapere che fosse l’amore. Mi emozionava e questo mi bastava. Qualche uragano dopo il mio cuore si è connesso con il mondo. Con le ingiustizie. Con le guerre. Con le tragedie. Lo so che in fondo su questo pianeta io non sono niente. Ma so anche che non c’è niente che sia davvero come me. Mi basto. E questo è il significato più grande che posso dare alla mia vita oggi.

Dedico questo pensiero a chi ogni giorno è Natale, o San Valentino. A chi ancora si emoziona se gli regalano un fiore. A tutti quelli che hanno un figlio, una compagna e una quotidianità da amare. A quelli che hanno provato a scrivere qualcosa, almeno una volta. A quelli che non sanno cosa sia un pokemon e che preferiscono trascorrere qualche ora in relax ascoltando musica, o bevendo un bicchiere di vino rosso davanti a un tramonto, magari leggendo un po’.

Sono pazzo?

18 luglio 2016

Sono un pazzo solo perché non credo di esserlo? O magari non lo sono proprio perché lo sto pensando? Oppure sono un indomabile folle perché sono gli altri a dirlo. E gli altri chi sono? Sono tutto? Sono niente? Che differenza vuoi che faccia per un pazzo, la moltitudine, o nessuno. Probabilmente sono un matto in quanto me lo sto chiedendo. Ma cosa c’è di più coerente di una lucida follia? Forse pazzi lo siamo tutti, più o meno capaci a fingere di non esserlo. Più o meno indottrinati a credere che sia tutto normale. E se la vera libertà fosse proprio la pazzia?

Mi guarda

17 luglio 2016

Stamattina ho l’impressione che le cose intorno mi osservino. Roma mi guarda, ma non distrattamente come farebbe un dilettante osservatore. Roma mi studia. E probabilmente si ricorda anche di me. Di quello che sono stato in passato camminando su questa stessa strada.

E io continuo a regalargli attenzioni. Istantanee. Sostantivi. Verbi. Aggettivi. Tutti trucchi per colorare di vita i ricordi. Peccato, perché alla fine, per quanto possa essere bravo a scrivere, o a fotografare, quello che ho dentro comunque non si vedrà mai. Che vi piaccia o no, questo è il mio modo di vivere. Che vi piaccia o no, queste sono le mie pagine migliori. 

E continuo a mettere in fila pensieri come se avessi un pubblico. E continuo a immaginare l’effetto che desidero. A modellarmi  intorno agli ostacoli che incontro. Ad aderire alla vita per toccare nel cuore. Ma questo Roma non lo sa, per questo continua a regalarmi emozioni. Mentre io ci metto dentro qualche sorriso, le parole e i ricordi di tutta una vita.

Uccidere non rende eterni

16 luglio 2016

Se mi metti paura mi togli la capacità di sognare. Se mi terrorizzi mi spegni i desideri. Mi comprometti il bisogno di vivere. Chi può voler destinare tutto questo all’uomo? Un essere molto cattivo, forse. Oppure i figli di un dio più cattivo di loro. Ma non è nella natura di un dio essere buono? 

Sarà che a me i racconti con i cattivi non mi hanno mai convinto. Più che altro perché quando esiste il cattivo, è implicito che esista anche il buono. Ed è soprattutto ai buoni che non ho mai creduto. Non mi inoltro a improvvisare analisi come fa il popolo dei social network. Muoio dalla voglia di dire la mia, ma cristo santo non sono all’altezza. Però non parlo dei possibili risvolti politici, storici, o religiosi. Perché quelli potrei approfondirli solo attraverso qualche libro. E non ho più tempo. Non ho più voglia. Oggi sento solo un gran desiderio di leggerezza.

Il desiderio di effettuare un check in senza la paranoia di cercare con lo sguardo chi, tra chi mi sta intorno, potrebbe farsi saltare con una bomba. O andare a una partita di calcio con i miei nipotini, privato dall’apprensione di vivere in un evo sbagliato. 

Non può esserci alcun messaggio in tutto questo odio. L’inizio del viaggio è in un aeroporto. La fine del viaggio non può essere un aeroporto. Per me l’inizio e la fine del viaggio sono nell’abbraccio delle persone che amo. Quando le incontro ancora dopo essermi allontanato. Perchè in ogni viaggio c’è la metafora di tutta una vita, ma i più difficili sono quei viaggi che iniziano e finiscono dentro di noi.

Lanciarsi sulla folla e investire uomini, donne e bambini con un camion non ha nessuna collocazione umana. Sparare addosso alla gente che cerca leggerezza non può far parte dei comandamenti di alcun dio. Farsi saltare in aria per disintegrare decine, centinaia di persone che partono, che arrivano, che incontrano o che compiono il proprio percorso è proprio di chi sta reagendo alla folle volontà di un dio che probabilmente nemmeno esiste. 

Non sono così preparato per cogliere l’entità di quei pensieri che portano alla follia degli uomini. Io continuo a vedere la terra inserita in un sistema solare. A vedere il sistema solare inserito in una galassia e la galassia far parte di un equilibrio. Un tassello che impedisce anche a tutte le altre di collassare. È questa la cosa più vera che conosco e che, volenti o nolenti, ci riguarda tutti. Una prospettiva diversa e un’angolazione più distante ci mostrerebbero come saremmo in grado di vivere anche a testa in giù. Senza una fede e senza alcun dio.

Ormai ho una età che mi sottolinea gli anni che passano. Eppure c’è ancora una moltitudine di esseri che sono disposti a credere che uccidersi renda eterni. E proprio per questo non affrontano la vita. Non sognano. Non desiderano veramente nulla che non sia odio. Perché sono accecati dall’orizzonte murato che hanno di fronte. Quel nulla cosmico edificato ad arte da chi sa rendere ciechi con le parole. E poi ti sbatte in rete una profezia del cazzo con l’attenuante che è stato un dio a organizzare tutto.

La vita per quanto difficile, è meravigliosa. La vita è intensissima. Eppure c’è chi crede che la vita non sia degna di essere vissuta nel rispetto delle vite altrui. E non parlo solo del terrorista. Della religione. Della politica. Basterebbe entrare nelle case della gente più comune  e osservare cosa succede sempre più spesso. Uomini che uccidono donne e bambini, perché non tollerano un no, un abbandono e una fine. Questo devastante non saper accettare di non essere “tutto” e di non essere “per sempre”. 

La cosa peggiore di tutta questa paura è che ci impedisce di saper vivere e di riuscire davvero ad amare.

Colpa dei temporali estivi

14 luglio 2016

Una birra fredda. Il chiassoso fascino di un temporale. Nessun accenno di luna tra le nuvole. Soltanto piccoli sorsi e improvvisati sorrisi. Gesti apotropaici. Attimi che precedono la compulsiva ricerca di una parola giusta. Quella perfetta. Quella pronunciata al momento opportuno.  

Forse tutto ciò di cui avrei bisogno stasera è qualcuno che mi aggiusti i pensieri. Perchè anche i ricordi a volte si spezzano. E quando succede gli equilibri si rompono, e le persone cessano di funzionare. Anche se a occhio nudo, cambiando prospettiva, tutto potrebbe apparire comunque normale. Anche se la birra è fredda e aiuta le buone intenzioni. Anche se non mi sta piovendo addosso e il cuore è lo stesso in fuga. Mentre la testa e gli occhi se ne stanno sempre buoni al loro posto. 

Stanotte me ne andavo in giro con tutta l’immaginazione possbile. E a un certo punto l’ho creduto davvero. Che cosa? No, niente. Solo che potessero essere la stessa cosa, lo “stare fermo” e il “non pensare”. Ma non è così. 

Colpa dell’infantile presunzione di un uomo. Di quella sua assurda convinzione di poter sempre fare qualcosa per qualcuno. Colpa dei temporali estivi che rendono indissolubile quello che la vita invece gioca a nascondere tra le pieghe dei giorni più normali. Quelli vissuti a temperatura ambiente. Quelli che ti riempiono ogni mattina di quotidianità, ma che ti svuotano di emozioni.

Ci vorrebbe un altro me stesso per ripararmi. Per sistemare i sentimenti e i pensieri. E non so nemmeno quanto sarebbe in grado di fare un ottimo lavoro. Si dice che per le cose fatte bene serva tanta qualità. Io credo occorra il tempo. Ma purtroppo non basta mai. Ed è per questo che diventiamo sempre più veloci e meno esperti. 

Da qualche parte, però. Dentro di noi. Resta comunque qualcosa. Magari è solo un profumo. Una musica. Un pensiero positivo. Un’impressione. Magari è solo l’eco di una vecchia speranza. E alla fine mi ritrovo trasportato puntualmente lì. Appoggiato allo sportello di quella macchina. Con lo sguardo trasognato e il sorrisetto beota di un sedicenne. 

Quel finestrino che si abbassa è quanto mi resta. Insieme all’assordante volume dei tuoi occhi che oscura la luce dei lampioni e ridisegna il profilo di una città eterna. Insieme al caldo insopportabile di quella notte di luglio, che sembrava non voler finire più.

Agitando le parole 

8 luglio 2016

Lui scrive. Scrive anche bene. E stasera sta raccontando di come le persone abbiano la forma del tempo che scorre. Il rumore del suono delle parole che hanno davvero ascoltato. L’impronta dei giorni che hanno attraversato. E l’odore dei posti in cui hanno vissuto. Lui questo lo scrive. E mentre scrive osserva quello che entra ed esce dal perimetro di una grande finestra del gate di un aeroporto. Un aereo. Un uccello. Qualche nuvola rosa.

Quando l’ha chiamata, poco fa, stava fumando. E doveva appena aver acceso la sigaretta. L’ha capito nell’attimo in cui lei ha pronunciato la parola “pronto”.

Perché tutte le lettere suonavano un po’ come un’unica lunghissima P. Con gli spigoli delle consonanti ben levigati e l’accento stirato sulle vocali. Lettere accompagnate da un rilascio leggero di fumo. Come quando si soffia fuori qualcosa con la delicatezza di chi non vuol dare fastidio a nessuno. 

“Stai tornando?”

“Si, ma ci vorrà un po’!”

“Bene, se mi dici a che ora magari ti vengo a prendere.”

“Magari. Si.” 

Poi hanno parlato di tutto quello di cui si parla quando una vacanza è finita e ti ritrovi in aeroporto troppo presto per il tuo volo. Lui le raccontava della malinconia che avrebbe provato in questi giorni. Di come sia sempre facile lamentarsi di certe cose e di quanto sia difficile comunque farne a meno. Lei annuiva a distanza. Ma non troppo convintamente.

Poi sono rimasti in silenzio qualche secondo. E mentre una voce metallica recitava annunci, lui l’ha sentita ancora respirare. Ha avvertito prima i secondi, e poi i minuti, sostituirsi al fumo e alla nicotina. Li ha immaginati entrare e uscire. Ha immaginato un sopracciglio alzato. La mano destra fra i capelli che li spostava verso sinistra. Che disegnava un arco morbido, prima di lasciarli abbandonati sulla fronte a fare da sipario agli occhi. 

“Dimmi perché”, gli ha chiesto.

“Perché cosa”, ha risposto lui.

“Perché il tempo passa?”

“Non lo so, lo fa e basta. Perché se non passasse l’esistenza si ridurrebbe a una istantanea colorata. E tu sai quanto vengo male in foto.”

“Dimmi qualcosa che non so, allora.”

“Mi piaci abbastanza.”

“Ti avevo detto di dirmi qualcosa che non so.”

“Mmmh! Sei bella, ma dannatamente impegnativa?”

A quel punto sono rimasti un istante in silenzio. Poi sono scoppiati a ridere.

“Ok. Allora buon viaggio, scrittore.”

In questi giorni ho mi sono sempre alzato prestissimo. Ho visto il sole nascere e morire. E non è successo mai nel giro di pochi minuti. Ma è accaduto sempre. Con una precisione troppo aritmetica per le parole. Ma in fondo a chi interessa fare calcoli o spiegarsi la fisica dei sentimenti? 

A me bastano le mie storie. Mi basto io. E voglio restare così. Attaccato al filo quoitidiano dell’incertezza. A trarre soddisfazioni e risposte anche dalle cose apparentemente insignificanti. Un’alba. Un tramonto. Gli sguardi degli altri quando non si abbassano. Le parole quando non si disperdono. La limitatezza di un orizzonte mai abbastanza lontano. O quella sofisticata rassegnazione che precede il sonno.  

Oggi ho provato a immaginarmi annoiato, ma stonavo con tutto il contesto. Ho cercato trai miei ricordi. Ho provato a mordermi il labbro inferiore. A lasciarmi invadere gli occhi da una luce superba e malinconica. Quella luce che ho intravisto da qui. Da questo posto lontano da cui ora ti saluto, semplicemente agitando le parole come fossero le mie braccia.

Certe distanze 

7 luglio 2016

La ragazza indossa un costume bianco. Se ne sta seduta a pochi metri dal bagnasciuga. Io procedo rapidamente. Il vento è forte e soffia a raffiche irregolari. “Gostly Wind”, lo chiamano qui alle Hawaii. E non esiste una vela giusta per questo vento. Ma non esiste nemmeno un motivo per non provare lo stesso. 

La spiaggia alle mie spalle è quasi deserta. Non c’è il solito traffico di persone che incontreresti a Ostia, o Fregene. Per un attimo le invento io. Migliaia di entità invisibili. Mamme. Papà. Bambini e coppie nascoste da qualche parte nell’etere. Un vociare inesistente che arriva da 18000 km di distanza. Il caos qui sembra una divinità imperscrutabile. Un dio occultato nei colori radiosi di un cielo azzurro. Talmente azzurro da sembrare dipinto a olio. Eppure sono reali. Il cielo. Il colore della sabbia. L’acqua trasparente. Gli occhi irraggiungibili di quella ragazza. 

La vela si piega. Scende in picchiata verso sinistra, ma la recupero subito con un colpo secco della barra verso destra. Poi la allontano dal petto. Ma troppo tardi. Per un attimo sembrano strapparsi le linee. La forza mi scaraventa in avanti e finisco con la faccia nell’acqua salata. Perdo la tavola. La recupero. Intanto la vela è ancora in aria. La porto in alto sulla mia verticale. In un ipotetico orologio disegnato nel cielo, che segnerebbe mezzogiorno esatto. Inclino ancora leggermente la barra verso sinistra, tirandola contemporaneamente a me. La vela ondeggia. Si allunga. Poi curva e ondeggia di nuovo. Ci guardiamo per un istante io e la ragazza. Chissà a cosa sta pensando. È bravo? È scarso. Forse ha alzato un sopracciglio. Non posso distrarmi. Voglio tornare a riva. Intanto la vedo a distanza che abbassa la testa. Forse è tornata a contemplare la propria vita attraverso lo schermo di un cellulare. 

Vorrei dirle che ha degli occhi bellissimi. Vorrei dirle di non avere paura. Che riesco a governare la vela. Potrei rientrare anche subito. Vorrei dirle andiamo a prendere un caffè allo Starbuck sulla Kailua road. Vorrei dirle di fare un aeroplano di carta di tutti i pensieri e lanciarlo lontano. Perché con questo vento forse riuscirei a prenderli anche da qui. Vorrei dirle che il tempo è solo un sasso rotondo da tirare fortissimo sul pelo dell’acqua. Che in fondo si può restare a guardarlo per sorridere a ogni rimbalzo. E magari scoppiare a ridere quando affonda. Vorrei dirle “Sai, sei bellissima e triste. E hai una disperazione che somiglia assolutamente alla mia”. Ma in inglese non capirebbe nemmeno il senso delle parole.

La vela è in acqua. Il mio istruttore recupera il Kite e io finalmente metto di nuovo piede sulla spiaggia. Sono trascorsi 20 minuti, eppure sembra già un altro sogno. Un posto diverso. Oggi la fantasia non mi ha chiesto nemmeno il permesso. Lei invece alza la testa. Mi guarda. Sorride. E io cerco di inventarmi un dove, un come, un quando, ma soprattutto un perché. Mi slaccio il giubbetto di salvataggio. Poi le restituisco il sorriso sperando che ne lasci cadere ancora uno sulla sabbia, uno soltanto. 

Ma sta raccogliendo le sue cose. Quando alzo gli occhi la vedo scivolare dietro le palme lungo la strada che porta al parco. Il costume bianco ora sembra giallo, o forse arancio. Non lo so, non vedo più così bene da lontano. C’è il sole. Annuso un po’ l’aria e metto le mani in tasca. Mi volto ancora una volta, poi lascio stare. Arrivano raffiche di vento che accompagnano gli odori del mare. È arrivato il momento di tornare. Di riempire le distanze che mi separano da casa. Magari un giorno la rivedo, mi sussurro. Sto mentendo spudoratamente. E intanto, cammino. Roma mi attende e a “certe distanze” l’assenza è una parola difficile da tradurre in vita.


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