Pensavo fosse amore e invece era un pokemon raro

Credo che esista sempre un significato da attribuire a ogni situazione, ogni persona, ogni fatto o azione. Qualcosa di specifico. Di logico. Senza soppesare ragione, torto o verità. E poco importa che si tratti di una mia verità. Da bambino non mi sono mai preoccupato del senso delle cose. Forse ero più orientato a viverne le emozioni. Poi con gli anni qualcosa è accaduto. 

Le storie importanti. Le crescenti esperienze. Le immancabili delusioni. I successi raggiunti, ma anche le innumerevoli strade lastricate di obiettivi mancati. Internet. Gli eclatanti fatti di cronaca. I telegiornali. L’ambivalente e illusoria variabile dei social network. Ma più di tutto la scrittura. 

Pian piano ho sentito sempre più necessario il bisogno di scrivere e descrivere. E se è vero che scrivere non mi può aver cambiato, è altrettanto vero che è successo rileggendomi. Poco alla volta.

Stamattina ho aperto un social network. Lo faccio ogni mattina come una consolidata abitudine. E non ci ho trovato nulla. Il solito vuoto culturale per il quale non credo mi ammalerò mai. Lo stesso vuoto che vi ritrovo dopo eventi sportivi, feste comandate. Ma anche fatti di cronaca. Assurde stragi. Dopo notizie disperate di bambini che annaspano fra le macerie di un conflitto. Navi e pescherecci che affondano vite. Uragani e tsunami che cambiano il volto umano dei luoghi che devastano. 

Cade un aereo e mi passano davanti tutti gli aerei presi nella mia vita. Tutti i viaggi fatti. Ed è la stessa cosa quando persone muoiono in un cinema, in un teatro, o passeggiando mangiando un gelato. Ogni volta mi chiedo di chi siano tutte quelle vite che non esistono più. 

Anche dopo una strage in un supermercato è lo stesso. In un’università. In una redazione di un giornale che non avrei mai letto. O peggio ancora in una scuola. Ogni tanto immagino che qualcuna di queste persone sia seduta a tavola con me e mi parli direttamente. Che mi chieda se tutto quello che è successo aveva o ha mai avuto un suo senso da trovare e raccontare.

Leggere è molto diverso che scrivere. Guardare le altre vite e rapportarle con la propria. Spesso crediamo di vivere anche quando non lo facciamo, solo perché abbiamo la possibilità di farlo rispetto a chi non può più. Ma siamo anche noi, studenti, ostaggi, giornalisti, turisti e passeggeri quasi sempre nel concreto. Dipendiamo da. Ci affidiamo a. Ci fidiamo di. 

Affidiamo la nostra vita al meccanico che ci ripara i freni della macchina. Al cuoco che ci cucina una pasta con le cozze. Al prete che ci confessa. Allo psicologo. All’architetto. All’amico che guida l’auto. Al medico. Al chirurgo. Al farmacista. Alla guida alpina. All’istruttore di kitesurf o all’allenatore di body building.  

È essenziale che tutto abbia un senso e un significato. Che tutto funzioni e che anche gli altri facciano sempre bene. Che da ogni maledetto lunedì fino alla successiva domenica mettano la testa in quello che fanno. Che siano seriamente connessi a se stessi.

Durante un viaggio siamo spietatamente disinteressati a come si sente il pilota o l’autista. Ogni tipo di pilota cui affidiamo quotidianamente la nostra vita. Siamo abituati a dare tutto per scontato.
Sia chiaro, non posso arrivare a prendermi cura del mondo. Con il destino non si tratta. Ma potrei prendermi cura dello stato delle cose. Dei significati. Dell’umore di tutti quelli che condividono con me anche un minimo tratto di strada in questa assurda quotidianità.

Non lo saprò mai. Magari un sorriso. Un buongiorno. Una gentilezza, anche che si trattasse solo di un caffè corretto offerto, potrebbe aver salvaguardato delle vite. Ascoltare quello che qualcuno aveva da dire, anche solo per poco, potrebbe aver allontanato delle tragedie. Non lo so e non esiste un scatola nera che potrà mai dirmelo. Però mi piace pensare che sia così.

Stamattina è scattato qualcosa nella mia testa dura e sensibile. Se esistono bambini che vivono in condizioni spaventose. Se nel 2000 donne di paesi civilizzati subiscono violenze nel segreto delle proprie case. E se le massonerie. Se le associazioni segrete. Se le mafie. Se i giochi di potere sempre più pericolosi e perversi. Se l’abbrutimento culturale delle persone sui social network. Se la perdita di valori. Se i soldi per gli armamenti. Se tutto questo continua a crescere, la mia sfera intima reagisce. Se faccio parte di questa comunità che è il pianeta, anche la mia vita respira questo clima globale e vengono in qualche modo condizionati i significati che attribuisco alle cose che faccio. Che dico e che scrivo.

Non potrò raccontare a mia figlia quanto era difficile ai miei tempi. Per me non è mai stata davvero difficile. Lo è di più adesso. Eppure in queste difficoltà c’è qualcosa che mi fa sentire molto meglio di quando ero ragazzo. Mi fa sentire forte. Desideroso di lottare con questo universo difettato che non funziona, ma che deve trovare il modo di risorgere e di ripartire. 

Le mie storie sono piccole cose. Però se sopravvive Ulisse e crediamo ancora in una balena bianca significa che non possiamo buttarle via. Perché alla fine rimangono solo le favole. Quelle vere. Quelle fatte di gente semplice che lotta, desidera, ama, agisce e vince o perde. Ma con tutta se stessa. 

Ho cominciato a scrivere dell’amore molto prima di sapere che fosse l’amore. Mi emozionava e questo mi bastava. Qualche uragano dopo il mio cuore si è connesso con il mondo. Con le ingiustizie. Con le guerre. Con le tragedie. Lo so che in fondo su questo pianeta io non sono niente. Ma so anche che non c’è niente che sia davvero come me. Mi basto. E questo è il significato più grande che posso dare alla mia vita oggi.

Dedico questo pensiero a chi ogni giorno è Natale, o San Valentino. A chi ancora si emoziona se gli regalano un fiore. A tutti quelli che hanno un figlio, una compagna e una quotidianità da amare. A quelli che hanno provato a scrivere qualcosa, almeno una volta. A quelli che non sanno cosa sia un pokemon e che preferiscono trascorrere qualche ora in relax ascoltando musica, o bevendo un bicchiere di vino rosso davanti a un tramonto, magari leggendo un po’.

Una Risposta to “Pensavo fosse amore e invece era un pokemon raro”

  1. fede63 Says:

    se è così, vuol dire che lo dedichi anche a me, grazie ed a presto

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