Agitando le parole 

Lui scrive. Scrive anche bene. E stasera sta raccontando di come le persone abbiano la forma del tempo che scorre. Il rumore del suono delle parole che hanno davvero ascoltato. L’impronta dei giorni che hanno attraversato. E l’odore dei posti in cui hanno vissuto. Lui questo lo scrive. E mentre scrive osserva quello che entra ed esce dal perimetro di una grande finestra del gate di un aeroporto. Un aereo. Un uccello. Qualche nuvola rosa.

Quando l’ha chiamata, poco fa, stava fumando. E doveva appena aver acceso la sigaretta. L’ha capito nell’attimo in cui lei ha pronunciato la parola “pronto”.

Perché tutte le lettere suonavano un po’ come un’unica lunghissima P. Con gli spigoli delle consonanti ben levigati e l’accento stirato sulle vocali. Lettere accompagnate da un rilascio leggero di fumo. Come quando si soffia fuori qualcosa con la delicatezza di chi non vuol dare fastidio a nessuno. 

“Stai tornando?”

“Si, ma ci vorrà un po’!”

“Bene, se mi dici a che ora magari ti vengo a prendere.”

“Magari. Si.” 

Poi hanno parlato di tutto quello di cui si parla quando una vacanza è finita e ti ritrovi in aeroporto troppo presto per il tuo volo. Lui le raccontava della malinconia che avrebbe provato in questi giorni. Di come sia sempre facile lamentarsi di certe cose e di quanto sia difficile comunque farne a meno. Lei annuiva a distanza. Ma non troppo convintamente.

Poi sono rimasti in silenzio qualche secondo. E mentre una voce metallica recitava annunci, lui l’ha sentita ancora respirare. Ha avvertito prima i secondi, e poi i minuti, sostituirsi al fumo e alla nicotina. Li ha immaginati entrare e uscire. Ha immaginato un sopracciglio alzato. La mano destra fra i capelli che li spostava verso sinistra. Che disegnava un arco morbido, prima di lasciarli abbandonati sulla fronte a fare da sipario agli occhi. 

“Dimmi perché”, gli ha chiesto.

“Perché cosa”, ha risposto lui.

“Perché il tempo passa?”

“Non lo so, lo fa e basta. Perché se non passasse l’esistenza si ridurrebbe a una istantanea colorata. E tu sai quanto vengo male in foto.”

“Dimmi qualcosa che non so, allora.”

“Mi piaci abbastanza.”

“Ti avevo detto di dirmi qualcosa che non so.”

“Mmmh! Sei bella, ma dannatamente impegnativa?”

A quel punto sono rimasti un istante in silenzio. Poi sono scoppiati a ridere.

“Ok. Allora buon viaggio, scrittore.”

In questi giorni ho mi sono sempre alzato prestissimo. Ho visto il sole nascere e morire. E non è successo mai nel giro di pochi minuti. Ma è accaduto sempre. Con una precisione troppo aritmetica per le parole. Ma in fondo a chi interessa fare calcoli o spiegarsi la fisica dei sentimenti? 

A me bastano le mie storie. Mi basto io. E voglio restare così. Attaccato al filo quoitidiano dell’incertezza. A trarre soddisfazioni e risposte anche dalle cose apparentemente insignificanti. Un’alba. Un tramonto. Gli sguardi degli altri quando non si abbassano. Le parole quando non si disperdono. La limitatezza di un orizzonte mai abbastanza lontano. O quella sofisticata rassegnazione che precede il sonno.  

Oggi ho provato a immaginarmi annoiato, ma stonavo con tutto il contesto. Ho cercato trai miei ricordi. Ho provato a mordermi il labbro inferiore. A lasciarmi invadere gli occhi da una luce superba e malinconica. Quella luce che ho intravisto da qui. Da questo posto lontano da cui ora ti saluto, semplicemente agitando le parole come fossero le mie braccia.

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