Certe distanze 

La ragazza indossa un costume bianco. Se ne sta seduta a pochi metri dal bagnasciuga. Io procedo rapidamente. Il vento è forte e soffia a raffiche irregolari. “Gostly Wind”, lo chiamano qui alle Hawaii. E non esiste una vela giusta per questo vento. Ma non esiste nemmeno un motivo per non provare lo stesso. 

La spiaggia alle mie spalle è quasi deserta. Non c’è il solito traffico di persone che incontreresti a Ostia, o Fregene. Per un attimo le invento io. Migliaia di entità invisibili. Mamme. Papà. Bambini e coppie nascoste da qualche parte nell’etere. Un vociare inesistente che arriva da 18000 km di distanza. Il caos qui sembra una divinità imperscrutabile. Un dio occultato nei colori radiosi di un cielo azzurro. Talmente azzurro da sembrare dipinto a olio. Eppure sono reali. Il cielo. Il colore della sabbia. L’acqua trasparente. Gli occhi irraggiungibili di quella ragazza. 

La vela si piega. Scende in picchiata verso sinistra, ma la recupero subito con un colpo secco della barra verso destra. Poi la allontano dal petto. Ma troppo tardi. Per un attimo sembrano strapparsi le linee. La forza mi scaraventa in avanti e finisco con la faccia nell’acqua salata. Perdo la tavola. La recupero. Intanto la vela è ancora in aria. La porto in alto sulla mia verticale. In un ipotetico orologio disegnato nel cielo, che segnerebbe mezzogiorno esatto. Inclino ancora leggermente la barra verso sinistra, tirandola contemporaneamente a me. La vela ondeggia. Si allunga. Poi curva e ondeggia di nuovo. Ci guardiamo per un istante io e la ragazza. Chissà a cosa sta pensando. È bravo? È scarso. Forse ha alzato un sopracciglio. Non posso distrarmi. Voglio tornare a riva. Intanto la vedo a distanza che abbassa la testa. Forse è tornata a contemplare la propria vita attraverso lo schermo di un cellulare. 

Vorrei dirle che ha degli occhi bellissimi. Vorrei dirle di non avere paura. Che riesco a governare la vela. Potrei rientrare anche subito. Vorrei dirle andiamo a prendere un caffè allo Starbuck sulla Kailua road. Vorrei dirle di fare un aeroplano di carta di tutti i pensieri e lanciarlo lontano. Perché con questo vento forse riuscirei a prenderli anche da qui. Vorrei dirle che il tempo è solo un sasso rotondo da tirare fortissimo sul pelo dell’acqua. Che in fondo si può restare a guardarlo per sorridere a ogni rimbalzo. E magari scoppiare a ridere quando affonda. Vorrei dirle “Sai, sei bellissima e triste. E hai una disperazione che somiglia assolutamente alla mia”. Ma in inglese non capirebbe nemmeno il senso delle parole.

La vela è in acqua. Il mio istruttore recupera il Kite e io finalmente metto di nuovo piede sulla spiaggia. Sono trascorsi 20 minuti, eppure sembra già un altro sogno. Un posto diverso. Oggi la fantasia non mi ha chiesto nemmeno il permesso. Lei invece alza la testa. Mi guarda. Sorride. E io cerco di inventarmi un dove, un come, un quando, ma soprattutto un perché. Mi slaccio il giubbetto di salvataggio. Poi le restituisco il sorriso sperando che ne lasci cadere ancora uno sulla sabbia, uno soltanto. 

Ma sta raccogliendo le sue cose. Quando alzo gli occhi la vedo scivolare dietro le palme lungo la strada che porta al parco. Il costume bianco ora sembra giallo, o forse arancio. Non lo so, non vedo più così bene da lontano. C’è il sole. Annuso un po’ l’aria e metto le mani in tasca. Mi volto ancora una volta, poi lascio stare. Arrivano raffiche di vento che accompagnano gli odori del mare. È arrivato il momento di tornare. Di riempire le distanze che mi separano da casa. Magari un giorno la rivedo, mi sussurro. Sto mentendo spudoratamente. E intanto, cammino. Roma mi attende e a “certe distanze” l’assenza è una parola difficile da tradurre in vita.

Una Risposta to “Certe distanze ”

  1. Gabriele Romano Says:

    L’ha ribloggato su GABRIELE ROMANO.

    Liked by 1 persona

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