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Il suo migliore amico

26 ottobre 2018

Alice si addormentava accarezzata da un raggio di luna. Poco importava che si trattasse di una panchina gelida, un pavimento anonimo, oppure un letto comodo.

“Qualcuno si sta prendendo cura di lei” pensava Jep, distante anni luce. E nei suoi pensieri si affollavano figure senza un volto definito, senza apparente identità.

Jep ne avrebbe voluta scegliere una per credere in lei. Una, per sperare che qualcuno si stesse davvero prendendo cura di Alice, come avrebbe fatto lui in un’altra vita. Ma come diceva il suo amico Titta di Girolamo, è difficile scegliere tra le cose che non ti fanno dormire.

“Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali. Di tutte le età, razze e religioni. È la setta degli insonni. Io ne faccio parte da dieci anni.

Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’.

Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice. Chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione. Addormentarsi.”

Stanotte l’incertezza sembra più reale del me stesso riflesso in questo specchio. “Io non sono un bastardo” mi ripeteva Jep, “non lo sono mai stato. L’universo intorno ha complottato che mi trasformassi in ciò che fino a ieri credevo di non poter mai diventare.

Per questo la continuo a cercare tra la cenere dei ricordi. Anche se continuo a sostenere che sto bene solo. Anche se ancora m’inganno con il sesso e gioco a fare finta che sia amore.

Un tempo passeggiavo per le strade di Roma. A volte solo. Altre volte con un cane stanco al guinzaglio. Oggi non riconosco più quei palazzi. Le fontane e i monumenti non mi appartengono. Tutti quei luoghi che sembravano il nostro gioco somigliano alla sceneggiatura di un vecchio film finito nel dimenticatoio.

Che fine hanno fatto i vicoli semibui che percorrevo spensierato. Che fine ha fatto Dio? Ogni giorno si prende una parte della mia vita. Un po’ di me scompare. E anche queste figure sono cambiate nella mia testa.”

Una sola cosa avrebbe desiderato Jep. Io lo so. Che ogni tanto, tra le pagine della sua vita, in mezzo a una distesa di persone, o tra i vicoli semideserti della sua città, Alice si fosse finalmente fermata malinconicamente a pensare. Osservando il nulla attraverso una fontana. Immobile. E avesse preso, anche solo per un istante, in considerazione il fatto che lui, Jep Gambardella, era stato il suo migliore amico.

#Questa sostenibile pesantezza dell’essere

1 aprile 2018

La realtà ci osserva. Le cose intorno e le persone ci annotano. Ci stavo riflettendo qualche istante fa mentre ordinavo una spremuta al bar della stazione.Improvvisamente mi si è allungato il viso dentro il riflesso del bicchiere.

A pensarci bene non sembravo nemmeno così male. Una caricatura di ovale oblungo. Indefinito. Pallido. E dietro un arancione imperante, quasi omogeneo. Noi guardiamo le cose e le cose ci guardano di rimando.

Le cose ci studiano. Con una consapevolezza quasi formale e quella padronanza di linguaggio tipica di chi ti sa osservare. E volendo anche raccontare, ma senza parlare.

Stamattina ho lasciato che un piccolo pensiero rimasto inesploso deflagrasse nella ma testa, col suo carico di ricordi e di persone passate. Si può sempre entrare, o uscire dalla mia vita. La porta è aperta. Ma non si può sostare a lungo sulla soglia.

Penso ancora alle questioni irrisolte. Alle decine di cose da fare. E tutte quelle che davvero mi sarebbe piaciuto fare. Penso a mia madre. A mio padre. A quel disincanto bambino che ogni tanto si legge nei suoi occhi. Ai desideri di un tempo. Al mio essere spietatamente e continuamente insoddisfatto di tutto.

Penso al mio modo di sbuffare, senza gonfiare la bocca. Soffiando fuori l’aria un po’ a destra e un po’ a sinistra. Penso che probabilmente non lo nota nessuno, ma è un’evidenza meno eclatante di un sopracciglio alzato.

Continuo a centrifugare parole e mi stupisco ancora che qualcuno le legga. O che esista una qualche minima possibilità che qualcun altro le capisca. Ciò che è oggetto di troppa riflessione, diventa sempre inquietante.

Eppure ci sono ancora alcune persone da cui vorrei essere compreso. Persone importanti che vorrei imparare a comprendere. Stamattina scrivo con l’ingenua consapevolezza di un uomo che non sa raccontare quello che in realtà gli si annida nel cuore.

Forse è colpa di questo caffè improponibile che sa di brillantante. O magari è solo una questione temporanea. Quella sostenibile pesantezza dell’essere. E Milan Kundera non me ne vorrà certamente.

La verità è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E lo scrivo qui, dallo stipite di questo foglio elettronico. Con l’ottimismo di chi parcheggia in divieto di sosta e spera ancora che non gli venga recapitata una multa.

Manca una fine

7 dicembre 2017

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.

In fondo al corridoio 

28 ottobre 2017

Stanotte il cielo era dorato. Alieno. Quasi prigioniero di riflessi postatomici. 

Il lavandino del bagno ancora gocciola. Un tempo certi automatismi mi avrebbero spinto a chiamare un tecnico e farlo riparare immediatamente. A cercare di sistemare il sistemabile.

Invece oggi rimango un secondo a fissare le gocce, poi lo specchio e infine finisco col dare le spalle al bianco e nero di questi secondi. 

Nell’aria c’è odore di dentifricio e di cose che hanno smesso di essere. C’è odore di tempo. 

Se fumassi mi accenderei una sigaretta. Devo solo ricordarmi il perché non abbia mai iniziato a farlo. 

Che differenza c’è tra il senso e il significato che si da alle nostre scelte?

Il senso è oggettivo, mentre il significato è una interpretazione del tutto personale. Tu eri il senso, o il significato? Eri tutto, oppure niente? 

Davvero non lo so. E a dire il vero non ho così tanta voglia di darmi risposte ora, a meno che non riesca davvero a nasconderci dentro la scomodità di certe domande. 

Preferisco spiegare un lenzuolo. Uscire e fare quattro passi. Scegliere qualcosa da non comprare. Scorrere tra il passato e gli scaffali di un negozio. 

Oppure mangiare un piatto di pasta, cercare un parcheggio, o guidare veloce con i fari accesi e la musica alta.

A volte la felicità è ricordarsi una faccia buffa. È questo quello che davvero mi scuote. La normalità. Come, da studente, era normale andare a scuola e rincorrere un dondolante autobus verde. 

Gli autobus di oggi invece hanno cambiato colore, sono arancioni come il cielo di questa sera. Sono sudati e anche l’aria ha cambiato consistenza. Ed io? Pure io ho perso parte del mio spessore. Non li inseguo più.

Credo che stanotte finirò col mettermi a scrivere. Una lettera. Una di quelle che poi non spedisco. Che rimane dentro un cassetto, o magari diventano una palletta di carta da affidare alle cure della raccolta differenziata. 

Prima, soltanto per un attimo, mi sono perso per i vicoli del centro di Roma. Perdersi non è poi così male. Lasciarsi andare, abbandonarsi, non aver nulla da dire e nessun posto dove andare. 

Apro la finestra, fa freschetto. C’è qualcosa che entra improvvisamente e sembra confusa. Una zanzara, un ronzio leggero. Poi una lama intermittente di luce. Sì, credo ci sia qualcosa che non funziona nel lampione sulla strada.

Credo anche di non saperlo descrivere bene. L’amore intendo. Magari è solo un punto interrogativo. 

Chiedetemi ora il perché, in questo momento, tutto quello che davvero mi attrae è sentire un vento freddo che mette i brividi. 

Quella pelle d’oca leggera che precede l’incoscienza della consapevolezza, della percezione totale, del riposo dall’inquietudine.

Quando saremo dei gatti, in un’altra vita magari, potremo abbracciarci ancora. Ma se davvero accadesse, allora fai in modo che sia indimenticabile. 

È arrivato il taxi. Si è chiamato da solo. Adesso mi siedo dietro e guardo un po’ il tassametro. Ho voglia di sentire il valore del tempo. 

La macchina parte, le ombre diventano incerte, le pareti della strada ora sono palazzi.

Non c’è una linea d’orizzonte. Non c’è possibilità di coniugare il verbo raggiungere. C’è una solitudine espansa, una compressione tutta interiore, una supernova in procinto di esplodere tra stomaco e cuore. 

Sorrido. Guardo il profilo mezzo addormentato del conducente e me la rido ancora. La felicità è un momento asettico e puro e l’amore non è fatto per quelli prolissi. 

Ho finito l’inchiostro nel telefono e non sono nemmeno arrivato all’ultima pagina. Quella parola l’ho scritta. Quella di cinque lettere. Quella che inizia per A e finisce per E. Quella che da senso e significato a tutte le lancette del mondo.

Sono solo le cinque ed è quasi ora di bere un caffè. Nemmeno molto fuori orario. È quasi tempo di fare un check in nei ricordi. 

Basta solo ricordarsi di allacciare le cinture. In fondo è un giorno come tutti gli altri e le uscite di sicurezza sono sempre in fondo al corridoio. 

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

La mattina presto

20 settembre 2017

C’è uno spazio infinito davanti a me, ma non ho abbastanza tempo e capacità per attraversarlo tutto. 

Stamattina il lungomare di Ostia è trasparente. Sembra addirittura più tiepido dei diciotto gradi centigradi delle previsioni. Colpa di una brezza leggera che arriva dal mare e che accarezza le spiagge semi-deserte. 

Io passeggio. Gioco con le profondità dell’animo. Mi immergo ingenuamente con lo sguardo in un orizzonte lontano e riemergo, solo ogni tanto, per prendere fiato. Galleggio tra i disciplinati semafori e le ammiccanti vetrine dei bar. 

E poi un’altra cosa. C’è tanto silenzio. È un tempo giusto per leggere, per ascoltare, per guardare e raccontare. La città è ammutolita. I pensieri precipitano fuori, oppure restano in equilibrio sulla linea delle necessità. Per la prima volta sto osservando il futuro da una prospettiva diversa. Meno seria e più profonda.

Il domani sembra un luogo sinistro. Roma pare arrabbiata per questo. E io? Io me la cavo con uno sguardo da topo addomesticato. Con la mia solita faccia da schiaffi e gli occhi di chi si è smarrito tra i “perché” di ogni giorno. 

Intanto nel mondo la terra trema. I terroristi agiscono. Gli ideali crollano. Resistono solo le maledette banche. Quelle non falliscono. E le trasmissioni televisive, sempre più ridicole. Ammiccanti produzioni con le gambe aperte che mi fanno venir voglia di spegnere la tv.

Questo immenso spazio davanti a me sfila via più veloce del tempo necessario a percorrerlo tutto. Forse l’universo mi sta suggerendo qualcosa di quello che potrei essere. Non solo dettagli di quello che non sono più. 

Ci sono attimi in cui la vita ci regala la straordinaria possibilità di fermarsi. Di riflettere e pensare. Riconoscere questo silenzio assordante e spiazzante. Succede quando cammini sul lungomare della tua città la mattina presto. Quando all’improvviso ti accorgi che la vita ti sta cambiando l’aria.

L’unità di misura

17 settembre 2017

Domenica mattina. Percorro a piedi viale Trastevere. Destinazione Porta Portese. Non sono un collezionista di cose antiche, ma camminare tra le bancarelle è sempre l’occasione giusta per osservare un campionario di persone particolare. Gente che, negli ambienti che frequento, non incontrerei mai. 

A Trastevere le variabili cambiano. Si nota immediatamente. La prima a farlo è il tempo. Un mercatino si muove al rallentatore. Un acquisto è sempre la conseguenza di una scelta ponderata e valutata, ma a Porta Portese è tutto un rito.

Perché in effetti i personaggi ruotano tra le bancarelle, ma non come chi vuole davvero comprare qualcosa. Bensì come chi sente forte la necessità di respirare l’aria degli anni passati. È una macchina del tempo.

Anche io voglio viaggiare a ritroso stamattina. Comprerò qualcosa? Non lo so. L’ultima volta ho acquistato un’orsacchiotto con la zampa semi scucita per cinquanta centesimi. Ora se la spassa sul letto di mia figlia insieme a un polpo blu.

Supero piazza Mastai. C’è profumo di cornetti caldi appena sfornati nell’aria. Peggio delle Sirene di Ulisse. Resisto. Ancora duecento metri e volto a sinistra. Vedo di tutto. 

C’è qualcuno che offre quei barattoli di pasta mimetica per il viso che usano i soldati. Alcune confezioni sono a metà. Da dove arrivano? Davvero da qualche fronte? A volte la storia delle cose è camuffata. Non posso fare a meno di pensarlo. 

Ci sono anche i lampioni dei vicoli di Roma. Quelli che l’amministrazione Raggi ha fatto sostituire con le Lampade a led. Meravigliosi. Chiedo il prezzo. Settanta euro. Li comprerei tutti se qualcuno mi aiutasse a rimetterli al loro posto.

Faccio qualche passo. Svolto un angolo. Avanzo lentamente tra giacche fuori moda e jeans usati. Vorrei acquistare una vecchia clessidra. Sono affascinato da questi oggetti. Invece mi imbatto in mucchi di posate semiarruginite, vecchi telefoni analogici, colline di dvd e proiettori di grosso calibro. Qualcosa di sottratto ai ricordi di un cinema che non c’è più. Forse muto.

Nonostante il tempo che passa. Nonostante la gente che cambia. Nonostante i muri culturali e generazionali, Porta Portese rimane la stessa. 

Merito delle persone che vivono e sanno adattarsi agli scenari che cambiano. In fondo il verbo “vivere” è “sopravvivere” soltanto nella desinenza. Cambia la radice. A volte le parole della stessa famiglia etimologica indicano cose così profondamente differenti.

Non ho ancora trovato la mia clessidra. Magari tornerò. O forse no. Nel frattempo intorno a me la vita continuerà a scorrere fluida. E io mi divertirò a osservarla passeggiando. 

Stamattina l’unità di misura sono i ricordi e io posso continuare a misurare questo meraviglioso universo soltanto sbattendo gli occhi.

Solo a Roma 

9 aprile 2017

I vicoli di trastevere sono un fiume in piena che esonda turisti di ogni credo e nazione. Il chiacchiericcio trascina la mente. Sembra lo stesso da sempre. Il chiacchiericcio tiene per mano il desiderio, di ogni persona, di vedere se qualcuno si volta e ti guarda solo perché riconosce la sua lingua.

Mentre mi ascolto parlare sorrido. Vicolo della Renella è a pochi passi da Santa Maria in Trastevere. Si scherza. Si scatta qualche foto. Ma è a cena che iniziano le risate vere. Prima un accenno di battuta. Poi sempre di più. E sono sorrisi che che vivono all’interno della necessità che ognuno di noi ha di fuggire la realtà. Quella realtà che porta a conseguenze reali. 

La leggerezza di un sorriso invece tiene sospesi. È come una musica. Una felicità che nasce da dentro e che ci mostra un altro orizzonte sconosciuto. La capacità di contenere le emozioni. Non di negarle. Non di reprimerle, né viceversa di provarle a caso. Essere liberi di viverle, di farle rivivere e di contenerle all’interno del tono della voce, più che nelle parole, quando si pronuncia una battuta. 

Ci siamo seduti alle dieci, ma quando ordiniamo sono le undici passate. La cameriera improvvisa danze tribali intorno ai tavoli. Non è del mestiere. Poco importa. Mezza frase a testa basta per un’altra risata. È pura mimica, sorrisi e infantili ammiccamenti. Ormai il sabato sera è segnato e anche questo passaggio di vita apparentemente noioso e difficile risplende di piccole allegrie. 
Il tempo perso con le sue assurde regole è già stato digerito e diventa sangue che scorre nelle vene. Diventa respiro. 

Qui. In questa città. In questo punto più che in altri nasce una magia profonda. La compostezza di una storia. Solo a Roma, e mai in nessun’altro posto, mi sono sentito padrone di me stesso e un uomo così dannatamente libero.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Sogno giallorosso

27 aprile 2010


La sera prima di una appuntamento importante, le luci dei lampioni intorno al foro italico diventano evanescenti ed ipnotiche. Lo stadio Olimpico si trasforma in una sorta di monte Olimpo che, fino al fischio dell’arbitro, assiste ad ogni derby giocato prima su un piano metafisico.
Se la Roma perde questa partita giocherò il prossimo torneo in pigiama..
Questo é il clima che si respira…
Oggi gli sfottò hanno il sapore del tabacco ed anche gli amici piu cari che tifano per l’opposta fazione, possono finire inesorabilmente nella lista degli inaffidabili.
E’ una lista particolare che a Roma, prima di ogni derby, si allunga più velocemente di quanto si accorci.
Da oggi, e per 48 ore, smetto di ascoltare quello che la gente cerca di dirmi, sono perso nei miei pensieri.
Quando mi sveglierò, troverò un grande fiocco a nascondere la mia passione per i colori giallorossi ed una curva gravida di gente che spera…
Bisogna smetterla di fare finta di non volere…
Questa vittoria la vogliamo tutti…
Andiamocela a prendere…

Questo è reato..

19 febbraio 2010


Stamattina anche Roma sembra quasi soffocare sotto un cuscino di nuvole indifferenti..
Mi sveglio nella mia vecchia camera tra ricordi impolverati e tutto è esattamente allo stesso posto di dieci anni fa’..
Pensieri disarmati ora si muovono confusamente e danno vita ad un ragionamento a salve che non fa male a nessuno….. tantomeno a me stesso..
Tutto intorno è rumoroso silenzio..
Un niente sordo fatto di dubbi controllati.. Chiudo ancora gli occhi ed inconsciamente maturo l’ingenua certezza che qualcuno, in fondo, mi voglia davvero bene..

Dubbi obliqui fanno da supporto
ad ipotetiche storie rallentate.. Mi alleno con la mente a disinnescare un dubbio ed è un po’ come pompare l’addominale..
Faticoso..
Credo sia per questo che mi sento stanco..
Tanto vale mollare ogni allenamento ed inseguire l’indecifrabile canto della sirena di turno..
Perdermi in un mare fatto di sogni con il solo scopo di naufragare contro scogli di vita reale..
Giocare e perdere tutto per poi ricominciare ancora.. ed ancora.. ed ancora..
Stamattina il mio immutato bisogno di comunicare si frantuma in gorghi di scrittura che poco hanno a che vedere con la cultura..
Mi vengono in mente insensate frasi e storie di rara banalità.. ma tutto questo mi diverte..
Quando l’ironia prende possesso delle mie idee.. le riprese migrano in un controcampo immaginario..
Pensieri buffoni giocano a rubarsi il ruolo da protagonista e si azzuffano per guadagnare un po’ di attenzione..
Questo è reato.. e parte la mia arringa..

“Chiedo perdono a voi giudici e giurati..
Sono solo un pessimo poeta che, ubriaco di parole, stamattina ha voluto osservare da vicino la follia..
In fondo che cosa è la follia se non una donna bellissima che la ragione vuole soltanto portare a letto..
Eccomi qui quindi..! Innocuo.. dissacrante e balordo intellettuale..
Miei cari giurati non siate preoccupati..
Non verrà fatto male ad alcuno..
Non abbiate paura delle mie frasi banali..
Non temete i miei dubbi spietati..
Scrivo soltanto parole e qualche volta magari vivo sparando pensieri a salve..”

Mentre la giuria decide, io mi allontano da questa sala immaginaria senza far rumore..
Lascio un pensiero pagliaccio al posto mio.. lui sa parlare.. è un grande attore.. giudicassero lui per bene mentre io me ne vado..

Per me è giunto il tempo di fare colazione.. spremuta e bombolone..
Oggi ero solo nella mia solita stanza di quando ero piccolo..
Ed un sogno m’ha fregato..

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