Archive for settembre 2016

Svegliarsi tutti 

29 settembre 2016

E alla fine si ritorna sempre. A riavvolgere quei chilometri di strade già percorse. A chiedersi comunque dov’è che si sta andando. A vergognarsi di indossare sorrisi, come fossero coloratissime camice fuori moda. E per quanto possibile, a riempire di dolcificante la solita tazzina di caffè. Che non è mai troppo. Che non é mai abbastanza. Che non è nemmeno tuo. 

Stamattina accarezzo pagine di un libro incompiuto. Mi gratto nervosamente il naso e chiudo gli occhi, ma mai a sufficienza. Intanto un video dei Radiohead si impadronisce del laptop. Creep è una delle canzoni più belle mai scritte. Probabilmente. Un pezzo da sospirare insieme a un profilo di donna e a un sorso di birra gelata. 

Il non più nobile cavaliere cessa finalmente di guardarsi allo specchio. A volte bisogna essere spietati. Perché la gente è spietata. Perché la vita è spietata. È una ricetta dantesca di lunga data. Dan Brown direbbe che “Inferno è la cura”. Prima di bollire a fuoco lento la verità. Per poi aggiungere manciate di sale, pecorino sardo e menta forte. Così, senza nessuna prudenza.

Se il piatto è riuscito mangiatene singhiozzando ricordi. Poi finitelo sospirando. Immaginando un cielo inaspettatamente cupo su Roma e milioni di albe chimiche che fanno a schiaffi per impadronirsi dell’orizzonte.

Tutti si svegliano. Tutti possono svegliarsi. E nello stesso istante possono anche “svegliarsi tutti”.

Il libero pensiero

26 settembre 2016

A volte ti senti sul treno sbagliato e lo capisci quando è troppo tardi per scendere. Ma non tutti hanno ben chiaro cosa vuol dire saltare da un treno in corsa. Meglio che il corpo segua i binari fino alla stazione successiva. Lasciare che sia la mente ad andare per altre strade. 

Il centro di Roma diventa la mia periferia quando ripercorro un sogno. Pensieri di bassa manovalanza che si accalcano nel mio cervello. Immagini di vita che si occupano di fare il possibile per recuperare un umore accettabile. Tra loro emerge sempre un ricordo affaticato. Giunge quasi alla fine, goffo e rantolante. Deve essere dura per il buonsenso ascoltarlo. Due poveracci come tanti, il ricordo e il buonsenso. 

Ma come può la mia passione per la scrittura, per le passeggiate in centro e i lunghi viaggi, farsi distrarre dal rantolo intermittente di un vecchio ricordo? Ne vogliamo parlare? Che sia proprio questo il difetto tipico di un uomo sempre troppo fragile alla prova dei fatti?

Chiudo gli occhi. Sulla mia strada una stazione. Forse è un porto sicuro. Ma il cuore non si alza. La mente fa altrettanto. Ed entra nella testa un nuovo ricordo, più vecchio dell’altro. Cammina praticamente appoggiato al suo bastone. Piegato ad angolo retto. Sembra gentile.

-Posso sedermi qui? Nei suoi pensieri?

Mi da del lei. Non rispondo. Nemmeno apro gli occhi. I posti liberi sono moltissimi nella mia testa. Basta sedersi. Ma lui vuole proprio quel posto. Vuole sedersi lì, esattamente nel mezzo dei miei pensieri. Forse non lo desidera per un motivo strumentale. Forse lo considera soltanto il primo posto libero. E lui è un ricordo itinerante. Così stanco. Provato dal tempo. Privato dei sogni. Piegato in due dagli sbagli e dalle delusioni. In fondo quanti anni sono che lavoro su me stesso? Comunque troppo pochi. 

Sono imperfetto. Sbaglio strada. Rincorro e non percorro. Sviluppo ancora desideri da spettatore. Nessun copione da protagonista. Sogni banali. Reazionari e superficiali. E immagazzino dati. Conseguenze. Dannose esperienze. Ma rispondere è comunque buona educazione.

– Certo che può! 

Lui ammicca. E per sedersi ci mette una vita. La mia vita. Intanto il treno riparte, si scuote, traballa, frena, sterza di brutto. E il ricordo sta ancora completando l’operazione “culo stanco in mezzo ai miei pensieri”. Un’impresa che pare biblica. Che ha completamente sequestrato dai miei sogni il mio cuore.

– Ecco.  

Fa lui una volta seduto.

 – Ormai sono un lento ricordo. Quasi sbiadito. Ho i miei tempi.

– Ogni cosa ha i suoi tempi.

Gli rispondo io. Sorridendo. Lo punto fisso con gli occhi.

-Eh sì. Ma “ogni cosa ha i suoi tempi” è una stazione che non torna più. E lei non è sceso. La realtà è un pensiero nudo e mette a nudo anche chi lo osserva. Il libero pensiero è l’architettura imperfetta del mondo. Il posto dove si aggrappano tutte le tue più profonde incertezze.

All’improvviso mi ha dato del tu. E mi ritrovo oltre. Oltre quelle parole. Oltre le mie paure. Oltre la speranza di essere comunque sul treno giusto. Oltre l’educazione. Oltre le buone maniere. Oltre il desiderio di non essere così sbagliato. Mi ritrovo affogato da un’ondata così alta di presente che sento a stento di poterne sostenere l’urto. 

Forse non ho sbagliato treno. Forse ho seguito la mia strada incosciente che lo fosse davvero. La strada giusta, intendo. E la mia destinazione alla fine mi raggiunge sempre. Anche in quel tragitto che sembra sbagliato. Che sembra malato. Anche in un percorso che deraglia per distrazione. 

La vita è il presente quando sono connesso al futuro. E c’è solo una distanza minima che mi separa dal domani. Una barriera infranta dai sogni. Dai ricordi, Dai progetti. E da quel desiderio di vivere che la mattina mi toglie ogni incertezza. Per riproporla la sera prima di andare a letto.

Ieri ero in un supermarket di via florida. Nel centro di Roma. Non c’erano molte persone. Qualche turista e una bella ragazza in coda, proprio davanti a me. Se può chiamarsi coda una fila di due persone. Sembrava cupa. Pensierosa. Ma non avrai saputo dire se fosse o meno triste. Era però molto bella. Una “bella scocca” direbbe qualcuno che conosco. 

Poi proprio mentre l’addetto batteva i prodotti acquistati ho visto che iniziava a piangere. Prima in modo impercettibile. Poi sempre di più. Un pianto silente. Quasi disperato. Una ragazza incantevole. Un mattino qualsiasi a Roma. Una giornata di sole. Un ossimoro senza alcun senso. 

Io la osservavo. E non le spostavo lo sguardo di dosso neanche quando era lei a guardarmi distrattamente. Piangeva, ma senza vergogna alcuna. Sapevo di poter dire, o fare qualcosa. Ma non sapevo cosa. Non lo sapevo perdio. Io che penso di sapere sempre tutto. Forse era una questione economica? Avrei potuto pagarle la spesa? Migliaia di supposizioni silenziose le mie. 

“Ho 46 anni e lei può averne al massimo 30. Gianluca non sembrare quello che ci vuole provare, ti prego no. Se le offri la spesa sei un idiota e ripeti errori già fatti. Se la inviti per  un caffè sei lo squalo di turno. Se le poggi una mano sulla spalla non ti dico, ti arrestano con l’accusa di tentato femminicidio. Ma non ci sono altre donne in questo supermarket?”

Eccomi esposto alla mia solita platea di pensieri. Il mio essere spettatore di incertezze perdenti. Dubbi che servono solo a paralizzare le scelte e la vita. Il cassiere però era un bravo ragazzo.

-A me non piace guardare le belle clienti che piangono. Posso offrirti un un caffè? Posso fare qualcosa? La mattina desidero guardare le facce dei clienti contenti, preferisco le persone che sorridono.

Gli è andata male. La donna ha indossato la sua espressione più infastidita. Del tipo “ti prego non ti ci mettere anche tu”. 
Lo ascoltavo e pensavo. “Bravo ragazzo. Ci hai provato. Ma ti ascolti mentre parli? Sei peggio di me. Sei un vero disastro. Le parli di te e di quello che preferisci tu vedere la mattina!” In che incapacità epocale di pensieri sono finito?

Invece questi miei due vecchi ricordi sono ancora lì. Stanchi, ma desiderosi di insegnare. Mentre il treno della vita corre veloce. I miei pensieri con lui. E io con loro accomodato in prima fila. Ancora un decennio di “chissà”, di “vorrei”, di “potrei”. Poi forse il declino.

Tutto mi è presente mentre passeggio in piazza delle Cinque Scole. Tutto è in questo preciso momento. Come una scheggia ben conficcata nel futuro che comunque, a prescindere da tutto, alla fine verrà.


In caso vi faccio sapere 

24 settembre 2016

Sentirsi distanti dieci chilometri è comunque una questione di centimetri. Un milione per l’esattezza. Uno spazio abbastanza grande da contenere decine di paesaggi diversi, migliaia di altre persone, centinaia di promesse saettanti, molteplici possibilità e sporadici momenti di vita in comune. 

Anche oggi balbetto la mia commedia dell’assurdo come farebbe uno studente di quinta elementare. L’esistenza è proprio come quel teatrino dalle marionette al Gianicolo che mettevano paura a qualche bambino. E io ogni mattina vado a braccio con le mie paure, senza riguardare il copione. 

Facebook sta diventando noioso. Instagram è una sfilata di pressappochismi. Ma non è poi così diverso dal leggere un giornale e bere un caffè macchiato in un bar del centro di Roma il sabato mattina. 

Osservo la gente esternare superficialità e prendo appunti. Prima o poi sarà necessario mollare Bukowski come profeta di un certo modo di vivere e adottare qualcosa di meno edificante. 

Non aver nulla da chiedere è probabilmente uno stato a cui non si da la giusta importanza. Non chiedere. Non dire. Non fare. Sono un preciso atto di volontà. Non avere nulla da aggiungere invece è un qualcosa che ti si aggroviglia nello stomaco e preme in mezzo alle costole togliendo il fiato.

Non credo che in una esistenza emozionante ci sia spazio per la normalità, non in questa vita almeno. Nella prossima ancora non so, non ho ancora firmato niente. Non ho nulla da chiedere. In caso vi faccio sapere.

Il limite dell’onnipotenza

22 settembre 2016

Io non credo in nessun dio. E non credo nella speranza che alimenta l’esistenza di un qualsiasi dio. Ho fede nell’intelligenza, nella bontà e nella buona fede dell’uomo. Anche se più passa il tempo e più sembra un’eccezione. Una impercettibile rarità. 

Non credo esistano esseri onnipotenti. E se anche fosse non potrebbero in assoluto essere infinitamente buoni. Perché è la bontà stessa a porre dei limiti all’onnipotenza. Per questo o sei buono, o sei onnipotente. Altrimenti è solo un ossimoro.

Al di là del muro

20 settembre 2016

Davvero mi merito un viaggio, ma forse non ho abbastanza soldi per il viaggio che merito. Le navette spaziali costano e nello spazio non esistono zone franche. Offerte speciali e occasioni last minute.

Stamattina avrei bisogno di un passaggio per l’altro universo. Solo il pensarci è già una rassicurante anestesia. Credo sia questo quello che sto cercando. Un temporaneo oblio. Una fuga di qualche decina di minuti in un posto che sia al di là di questo mondo ormai così scontato.

C’è un momento in ogni vita che si rispetti che si parcheggia esattamente tra l’esistenza che vorresti e quella che hai. Una sensazione molto simile a una bella macchina. Un’emozione forte che ti aspetta con le chiavi nel cruscotto, come una Lamborghini pronta al parcheggio. 

La serenità è qualcosa su cui salire e sfrecciare veloce. Ma serenità è anche camminare da soli in un posto lontano. Sorseggiare un Nespresso offrendosi a quel tiepido sole che si affaccia la mattina presto a Roma. Riuscire a sostenere un dialogo senza modificare i toni. Avere sempre qualcosa di bello da raccontarsi.

Penso alle due forme d’amore in mezzo alle quali sono passato negli ultimi anni. Da un lato il sogno fiabesco di condividere la felicità con una donna speciale. Dall’altra il silenzio di una realtà alleggerito solo dal desiderio di vedere quella donna comunque felice. 

È dura per un sentimento trasformarsi in tutto quello che gli chiediamo di essere. Eccitante, emozionante, appagante, coinvolgente, reale, intimo, esplosivo, spiazzante, creativo, rasserenante, sorprendente.

C’è un po’ di coda all’ingresso del mio sogno stasera. Sarà un’attesa di minuti, magari di ore. O forse mesi. Questo non lo so.

Ogni universo ha le sue cattedrali e ogni cattedrale nasconde qualcosa di sacro che vale la pena profanare. 

Esce un profumo nauseante da questo chiosco cinese. C’è un muro infinito dentro e fuori di me. Un muro fatto di mattoni e un altro edificato sull’incomprensione. 

Che strano, aspetti per tutta una vita l’universo giusto e poi scopri che al di là del muro più imponente non c’è nulla che non avresti trovato da questa parte. Nulla che non fosse il pensiero di te.

Come se

15 settembre 2016

Lei mi parla come se ascoltarla fosse facile. Come se non dovessi mai chiudere gli occhi. Come se fidarsi di certe parole, pronunciate a occhi chiusi, non fosse un segno costante di fiducia incondizionata. Come se davvero non esistesse nulla di più importante. 

Come se non ci fosse mai stato questo scontro in campo neutro tra due universi così diversi. Come se le stelle che vedo cadere volessero dire qualche cosa. Come se non mi fossi mai scansato in tempo. Come se non lo avessimo mai fatto entrambi.

Noi tagliamo il cielo a metà con le parole. Ci consoliamo con le gocce di pioggia. Noi sopportiamo tragiche turbolenze e ininfluenti disinvolture. Viviamo le distanze inarrivabili di una quotidianità postulando pensieri inutili. A volte a muso duro. Altre volte sorridendo. Come se tutto alla fine fosse davvero raggiungibile. 

Nemmeno tu

13 settembre 2016

Non sono cresciuto. È solo accaduto che un giorno tutti i miei giocattoli hanno cessato di comunicare con me. È stato quando i miei sogni hanno iniziato a parlare. A interagire. A pretendere ascolto.

Ora tante altre cose mi parlano, ma io ho una forma diversa. Ho un altro peso. Mi impegno più a fare il morto a galla che a correre a perdifiato. Ho un alibi di ferro. Ho altri abiti. Più colorati. Arlecchino per i giorni di sole e Pulcinella per le serate importanti. 

Oggi tutto quello che non dura è solo uno scherzo col mantello. Ma almeno non mi annoio più. Penso “in fondo non me ne frega niente”. Sorrido e faccio scivolare frammenti di sogni sotto uno zerbino. Poi penso ancora e mi dico, “sbaglio bene, sbaglio da dio. E questo nessuno me lo potrà mai portare via. Nemmeno tu…”

Manca poco alle 3

11 settembre 2016

Non lo so. Oggi è stato uno di quei giorni leggeri che ti fanno smarrire il senso del tempo. Volevo riassumerlo in un solo pensiero. Magari riordinando le parole e salvando il meglio. Quel qualcosa che troppo spesso con il sonno tende a fuggire via. 

Controllo l’ora. Poi scorro immagini sul cellulare. Mi fermo davanti a un’espressione di “non condivisione”. Sorrido come un cretino e butto giù l’ultima goccia di caffè. Manca poco alla tre. 

Non voglio certo improvvisare un conto alla rovescia, ma i primi dieci giorni di settembre se ne sono andati. Passati. Veloci e distratti. Come quelle occhiate rapide lanciate alle vetrine nei periodi di festa. Niente saldi. Solo ricordi dal prezzo inavvicinabile.
Stanotte non riuscirei ad abbandonarmi all’incalzante incedere del tempo senza salvare nulla. Il profilo di certi sorrisi. Le espressioni meravigliate. Le chiacchierate infinite. I cornetti integrali al miele. Gli edamame. Gli sguardi da biscotto. 

L’acqua calda che mi scorre addosso sotto la doccia. Alcune foto di donna. Il volto rilassato di mio padre prima di un lungo abbraccio. Insomma. Cose da scrivere ne avrei prima di andare a dormire. E tante avrei addirittura voglia di riviverle. 

Tornare indietro. Farle meglio. E magari poi fermarmi a mangiare una pizza, bere una coca zero con molto ghiaccio e uno spicchio di limone. Tutte le cose belle hanno dentro dei piccoli inizi. Dettagli da incastrare come le tessere di un puzzle. Io le parole le ho raccolte tutte eppure preferirei viverle, che scrivere e mantenere un bel rapporto con la poesia.

Trasportarmi in luogo dove non ho ancora viaggiato. Città del Capo. Lima. Pechino. I ghiacciai del Polo Sud. Alla disperata ricerca di quella lucina che un tempo mi brillava negli occhi.

Incuranti universi

5 settembre 2016

La lucidità di pensiero è una prospettiva diversa che solo una sera di settembre può regalarti. Cammino. Mi fermo in piazza Mattei. Osservo la fontana del Bernini bisbigliando ricordi.

Rispetto il passato. Anche quello con cui decido di non aver più nulla a che fare. Basta andare veloce. La vita è una strada e quando incontri un rettilineo ti conviene approfittare. Accelerare il passo. Perché più sei rapido e più le incertezze si fanno da parte. 

Sorrido. Rientro in casa. Mi tolgo prima le scarpe e poi la soddisfazione di camminare scalzo. Scelgo un libro. A guardare gli scaffali sembra di stare ancora coi piedi per terra. Ma la mente è già decollata in un altrove dove le cose non finiscono.

A volte i libri sono come quando li avevo iniziati a leggere. Quello non è il caso. Questo lo leggerò. L’altro non lo posso toccare, è troppo bello. Poi ogni volta che lo apro mi parla e stavolta dovrei rispondere. Ma non ho voglia. 

Immagino una serata meravigliosa. Non c’è niente di più appagante dell’espressione di una donna che ti sussurra, “sono stata bene”. 

Mentre gli sguardi ti sfuggono da tutte le parti. Mentre altri universi continuano a orbitare incuranti del tuo mondo. Mentre fai finta di tutto, ma non riesci più a fare finta di niente.

Strada facendo

2 settembre 2016

A volte ti lasci andare ai ricordi. Volutamente rinunci al verbo resistere e a tutte le sue declinazioni. Chiudi gli occhi e permetti alla vita di attraversarti quel tanto che basta. Che poi io non sono nemmeno un veterano delle resistenze. Combatto poco e spesso dimentico. Questione di genetica. O forse è una delle mie più semplici opzioni di sopravvivenza.

In fondo sarebbe sciocco e inutile ricordare sempre tutti e tutto. Ed è molto più semplice scordare, che perdonare. Per perdonare bisogna usare il cuore e io credo di avere ancora qualche problema. Oggi ho bisogno di tagliare in due il centro della mia città. Ho necessità di calpestare i vicoli di Roma. Ho bisogno dei suoi consigli. Delle sue notti.

L’avete mai vista una notte a Roma? E non chiusi in casa a sgualcire un letto. Oppure ipnotizzati davanti alla TV. Magari appoggiati a pensieri a corto raggio. Al sicuro su colorati divani ergonomici. Intendo, l’avete mai vista davvero una notte a Roma? Camminando per le stradine del centro. Sfidando il tempo. La storia e tutti quei monumenti. I vicoli illuminati. Le piazze nascoste. I ponti e tutte le sue infinite fontane. 

La notte di Roma è fatta di aria leggera. Di incanto appena accennato. Di lampioni che colorano strade. Di estati che ti accarezzano i pensieri. Oppure di inverni freddi che vengono a chiederti scusa per il disturbo. La notte di Roma è fatta di tetti barocchi. Di musiche silenziose. Di gatti sornioni e indaffarati. Di litigi felini e di cortili bagnati. Di statue giganti che si contendono la storia e lo sguardo di turisti coraggiosi.

Ho poche certezze. E le mie hanno lo stesso sapore disinibito delle sbronze notturne. La stessa grinta di cui sono piene le auto parcheggiate in posti abbandonati. Quelle con i vetri appannati. Illuminate da uno spicchio di luna e dalle insegne gracchianti di un supermercato di periferia. 

Il viaggio è ancora lungo. Ho tempo per imparare il nome di qualche nuova stella. Rileggere il libro. Recuperare qualche vecchia lettera e lasciarla per strada. Magari appesa a una delle sei statue parlanti, per chi vorrà leggerla. Di iniziare una frase con una congiunzione. Un avverbio. Oppure usando un nome di donna. 

Ho bisogno di piccoli stupori, di sorprese minime. Di nuove geometrie di vita. Ho bisogno di una linea prospettica e infiniti punti di fuga. Ma anche di un abbraccio. Un cornetto appena sfornato e di un caffè doppio in tazza grande. Magari strada facendo. Nemmeno mi chiamassi Claudio Baglioni.

Fantasmi

1 settembre 2016

Non serve essere un vecchio castello per sentirsi infestato dai fantasmi. La mia testa ha stanze molto più vaste delle segrete di un antico maniero. La notte li incontro là. Nel labirinto dei miei corridoi senza fine. Sono tutti i fantasmi del passato. Ma anche quelli del mio presente. Pensieri disarmati dalla desolazione di tutti quei sogni che non esistono più.


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