Il libero pensiero

A volte ti senti sul treno sbagliato e lo capisci quando è troppo tardi per scendere. Ma non tutti hanno ben chiaro cosa vuol dire saltare da un treno in corsa. Meglio che il corpo segua i binari fino alla stazione successiva. Lasciare che sia la mente ad andare per altre strade. 

Il centro di Roma diventa la mia periferia quando ripercorro un sogno. Pensieri di bassa manovalanza che si accalcano nel mio cervello. Immagini di vita che si occupano di fare il possibile per recuperare un umore accettabile. Tra loro emerge sempre un ricordo affaticato. Giunge quasi alla fine, goffo e rantolante. Deve essere dura per il buonsenso ascoltarlo. Due poveracci come tanti, il ricordo e il buonsenso. 

Ma come può la mia passione per la scrittura, per le passeggiate in centro e i lunghi viaggi, farsi distrarre dal rantolo intermittente di un vecchio ricordo? Ne vogliamo parlare? Che sia proprio questo il difetto tipico di un uomo sempre troppo fragile alla prova dei fatti?

Chiudo gli occhi. Sulla mia strada una stazione. Forse è un porto sicuro. Ma il cuore non si alza. La mente fa altrettanto. Ed entra nella testa un nuovo ricordo, più vecchio dell’altro. Cammina praticamente appoggiato al suo bastone. Piegato ad angolo retto. Sembra gentile.

-Posso sedermi qui? Nei suoi pensieri?

Mi da del lei. Non rispondo. Nemmeno apro gli occhi. I posti liberi sono moltissimi nella mia testa. Basta sedersi. Ma lui vuole proprio quel posto. Vuole sedersi lì, esattamente nel mezzo dei miei pensieri. Forse non lo desidera per un motivo strumentale. Forse lo considera soltanto il primo posto libero. E lui è un ricordo itinerante. Così stanco. Provato dal tempo. Privato dei sogni. Piegato in due dagli sbagli e dalle delusioni. In fondo quanti anni sono che lavoro su me stesso? Comunque troppo pochi. 

Sono imperfetto. Sbaglio strada. Rincorro e non percorro. Sviluppo ancora desideri da spettatore. Nessun copione da protagonista. Sogni banali. Reazionari e superficiali. E immagazzino dati. Conseguenze. Dannose esperienze. Ma rispondere è comunque buona educazione.

– Certo che può! 

Lui ammicca. E per sedersi ci mette una vita. La mia vita. Intanto il treno riparte, si scuote, traballa, frena, sterza di brutto. E il ricordo sta ancora completando l’operazione “culo stanco in mezzo ai miei pensieri”. Un’impresa che pare biblica. Che ha completamente sequestrato dai miei sogni il mio cuore.

– Ecco.  

Fa lui una volta seduto.

 – Ormai sono un lento ricordo. Quasi sbiadito. Ho i miei tempi.

– Ogni cosa ha i suoi tempi.

Gli rispondo io. Sorridendo. Lo punto fisso con gli occhi.

-Eh sì. Ma “ogni cosa ha i suoi tempi” è una stazione che non torna più. E lei non è sceso. La realtà è un pensiero nudo e mette a nudo anche chi lo osserva. Il libero pensiero è l’architettura imperfetta del mondo. Il posto dove si aggrappano tutte le tue più profonde incertezze.

All’improvviso mi ha dato del tu. E mi ritrovo oltre. Oltre quelle parole. Oltre le mie paure. Oltre la speranza di essere comunque sul treno giusto. Oltre l’educazione. Oltre le buone maniere. Oltre il desiderio di non essere così sbagliato. Mi ritrovo affogato da un’ondata così alta di presente che sento a stento di poterne sostenere l’urto. 

Forse non ho sbagliato treno. Forse ho seguito la mia strada incosciente che lo fosse davvero. La strada giusta, intendo. E la mia destinazione alla fine mi raggiunge sempre. Anche in quel tragitto che sembra sbagliato. Che sembra malato. Anche in un percorso che deraglia per distrazione. 

La vita è il presente quando sono connesso al futuro. E c’è solo una distanza minima che mi separa dal domani. Una barriera infranta dai sogni. Dai ricordi, Dai progetti. E da quel desiderio di vivere che la mattina mi toglie ogni incertezza. Per riproporla la sera prima di andare a letto.

Ieri ero in un supermarket di via florida. Nel centro di Roma. Non c’erano molte persone. Qualche turista e una bella ragazza in coda, proprio davanti a me. Se può chiamarsi coda una fila di due persone. Sembrava cupa. Pensierosa. Ma non avrai saputo dire se fosse o meno triste. Era però molto bella. Una “bella scocca” direbbe qualcuno che conosco. 

Poi proprio mentre l’addetto batteva i prodotti acquistati ho visto che iniziava a piangere. Prima in modo impercettibile. Poi sempre di più. Un pianto silente. Quasi disperato. Una ragazza incantevole. Un mattino qualsiasi a Roma. Una giornata di sole. Un ossimoro senza alcun senso. 

Io la osservavo. E non le spostavo lo sguardo di dosso neanche quando era lei a guardarmi distrattamente. Piangeva, ma senza vergogna alcuna. Sapevo di poter dire, o fare qualcosa. Ma non sapevo cosa. Non lo sapevo perdio. Io che penso di sapere sempre tutto. Forse era una questione economica? Avrei potuto pagarle la spesa? Migliaia di supposizioni silenziose le mie. 

“Ho 46 anni e lei può averne al massimo 30. Gianluca non sembrare quello che ci vuole provare, ti prego no. Se le offri la spesa sei un idiota e ripeti errori già fatti. Se la inviti per  un caffè sei lo squalo di turno. Se le poggi una mano sulla spalla non ti dico, ti arrestano con l’accusa di tentato femminicidio. Ma non ci sono altre donne in questo supermarket?”

Eccomi esposto alla mia solita platea di pensieri. Il mio essere spettatore di incertezze perdenti. Dubbi che servono solo a paralizzare le scelte e la vita. Il cassiere però era un bravo ragazzo.

-A me non piace guardare le belle clienti che piangono. Posso offrirti un un caffè? Posso fare qualcosa? La mattina desidero guardare le facce dei clienti contenti, preferisco le persone che sorridono.

Gli è andata male. La donna ha indossato la sua espressione più infastidita. Del tipo “ti prego non ti ci mettere anche tu”. 
Lo ascoltavo e pensavo. “Bravo ragazzo. Ci hai provato. Ma ti ascolti mentre parli? Sei peggio di me. Sei un vero disastro. Le parli di te e di quello che preferisci tu vedere la mattina!” In che incapacità epocale di pensieri sono finito?

Invece questi miei due vecchi ricordi sono ancora lì. Stanchi, ma desiderosi di insegnare. Mentre il treno della vita corre veloce. I miei pensieri con lui. E io con loro accomodato in prima fila. Ancora un decennio di “chissà”, di “vorrei”, di “potrei”. Poi forse il declino.

Tutto mi è presente mentre passeggio in piazza delle Cinque Scole. Tutto è in questo preciso momento. Come una scheggia ben conficcata nel futuro che comunque, a prescindere da tutto, alla fine verrà.


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