Archive for marzo 2015

Factotum

31 marzo 2015

Avere molto a cuore una persona è un oceano dove, a volte, forse e non sempre, ci si perde. Per necessità, più che per volontà.
Lo so. Ho un carattere. Sogno. Desidero. Immagino. Qualche volta ottengo. Tiro le somme e alla fine mi giudico.
Mi costringo a fare o a non fare qualcosa. A dire o a incamerare silenzi.
Se parlassi la metà del tempo che dedico alla scrittura sarei un tipo particolarmente espansivo. E invece.
Invece sono contratto.
La verità?
Sono un introverso.
A me gli introversi piacciono molto. Per quella loro musicale capacità di ascoltare. Mi piace anche chi ha una sensibilità particolare.
Stamattina questa pagina è uno specchio appannato che trattiene segretamente tutto quello che scrivo sulla sua superficie. Le parole si confondono col mondo intorno, ma non spariscono mai del tutto. Certi sogni rimangono.
Perché noi introversi siamo fatti così. Assorbiamo emozioni. Incassiamo illusioni. Digeriamo giudizi. Freddezze. Distacchi.
Certe distanze esistono anche se a volte non le senti, anche se spesso non le vedi. Eppure in un momento spariscono. Me ne accorgo in quell’attimo preciso. Quando sorridi. Quando alzi un sopracciglio. Quando abbatti pareti di diffidenze, innalzi con la tua ironia castelli di carte e poi mi inviti a soffiarci contro.
Suppongo tu conosca quale sia il mio problema col mondo. Sono innamorato di te. Sono un improvvisato Bukowski la cui unica attività è quella di dissacrare la bellezza nelle pieghe dei giorni.
Per questo metto in gioco il cuore. Senza imbarazzi e opportune incoscienze. Sembra strano detto da uno che non beve, eppure amo ubriacarmi dei tuoi universi.
Amo le cose semplici, innocue. Ascoltare i tuoi racconti. Ridere alle tue battute. Camminare per le stradine del centro di Roma. Mischiarmi con la gente. Amo la tua mano che mi raggiunge e non mi fa domande. E io che la tengo stretta in un “anch’io” silenzioso.
Nonostante le delusioni, nonostante i litigi, nonostante me.
A volte sei il buio, ma sei anche una luce fortissima ed è difficile guardarti negli occhi.
Non sarà semplice. Non è mai stato facile. Magari sarà tutto sbagliato e a me un giorno mancheranno le parole da scrivere. Ma se non altro lo avrò vissuto. Sarà accaduto. E io non avrò smesso di provarci.
In barba a quella gatta randagia che sa ancora fare le fusa. Alla faccia di quei due monosillabi, che a parlarne mi trema la voce e non riesco nemmeno a dire, “ti amo”.
Ti amo, perché ho bisogno di scriverlo a qualcuno. E quel qualcuno ha i tuoi occhi e somiglia tanto a te. A te che sei l’assoluta protagonista di questa folle storia.
Non voglio stupirti. Desidero solo che tu vada fino in fondo. Intanto invidio quel cuore di Tiffany che tieni sempre intorno al collo, come una cosa cara. Leggo Bukowski e non smetto di guardarti più.

“Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Altrimenti non cominciare neanche. Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l’isolamento. L’isolamento è il premio. Tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo. E tu lo farai. Nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare… Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Non c’è una sensazione al pari di questa. Sarai da solo con gli Dei, e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta. È l’unica battaglia buona che ci sia.” (Charles Bukowski, Factotum)

Una volta per tutte

30 marzo 2015

Dicono che dietro ogni notte trascorsa a scrivere si nasconda una buona idea. Un’ottima idea, probabilmente. Io ho questa presunzione. Quella che alla fine sia davvero così.
In fondo il mio problema non sono mai state le insicurezze, ma le troppe certezze.
Agire non mi ha mai turbato nemmeno un po’ ed è qualcosa che probabilmente ha a che vedere con il mio passato. Una storia intangibile.
Ultimamente non sogno più come vorrei. Desidero. Immagino. Penso e racconto cose di cui controllo la punteggiatura, ma non il senso. Ieri sera ho scritto un’altra storia. Stamattina l’ho letta e riconsiderata parola per parola. Ne ho sentito le emozioni espandersi. Contrarsi. Diventare diverse. Consapevoli. Le stesse che avrebbe un verme scavando il suo percorso all’interno di una mela già marcia.
Ho ritrovato la dolcezza dei condizionali. Ho celebrato le liturgie del tempo perso. Dei passi indietro e di tutte quelle pindariche rincorse prese per sfondare una porta chiusa.
Probabilmente io e te arriviamo da universi lontani e diversi. Tu non hai mai una risposta in cui credere. Io ho sempre demagogiche certezze. Alcune nuove. Altre di cioccolata.
Per esempio che il tempo passa. Che l’egoismo dilaga. E che amare non è sempre un buon motivo per restare. Perché il punto non è mai trovare la forza per non rimanere. Ma avere la forza di non andarsene.
Le negazioni implicano uno sforzo di volontà maggiore.
Ma amare non può ridursi a un atto di volontà, o peggio ancora al “non pensare”, come scriveva Pessoa. Almeno non in quella versione dell’amore che conosco io.
Amare è un atto creativo. È lasciarsi trasportare dagli eventi. È luce che illumina e non importa che si tratti del sole o del suo riflesso sullo specchio. Amare è inconsapevolezza. Un piccolo e detonante dettaglio che genera supernove e oscuri baratri in cui sprofondare. Una parete dove affrescare un universo nuovo senza disperdere patrimoni di parole.
C’è amore nei tuoi occhi assenti. Nelle tue innumerevoli insonnie. Nelle tue mani piccole e lungo le tue gambe infinite.
C’è amore nel vino rosso anche quando sa di tappo. In tutti i nostri sbagli. Nei girasoli che appassiscono. Negli abbracci. Nelle lacrime. Nei capelli lasciati cadere sul pavimento in bagno e nelle foto da sola. Anche in quelle che non pubblicheresti mai su un social network.
L’amore è profanazione. La revisione di un progetto di vita ordinario che non funziona più. Una musica da fischiettare con le mani in tasca. Quel pericoloso binario da attraversare di notte, con la nebbia, solo perché porta dritto a un cuore.
Esiste un posto nella mia testa dove le storie sono già successe. Un luogo dove si lasciano osservare. Immobili e silenziose come le pagine di un libro. Si fanno leggere e raccontare.
Anche tra l’erba delle citazioni di Pessoa può nascere un fiore.
Ma non esiste strega senza mela avvelenata. Non c’è drago che non contempli un eroe. Non c’è amore che sia spiegabile completamente. Amare è illogico, ma non lo sono le sue conseguenze.
E intanto, ai confini di questa storia, un uomo si aggira pallido e stanco. Scuote la testa, si scrolla di dosso qualche leziosa parola d’amore e poi dimentica tutto prima di perdersi nel ventre oscuro di un mondo che forse ha creato proprio lui. Ovunque esso sia.
Esiste un universo per chi vuole imparare ad amare e un’altro per chi desidera smettere di farlo.
Io vorrei solo trovare il mio, una volta per tutte.

Convivenze

29 marzo 2015

Mi sono abituato a convivere con quella percettibile sensazione di essere, come ogni notte, nel letto sbagliato. Sarà un interminabile viaggio il mio.

Impegni

28 marzo 2015

Sono talmente impegnato a sognare che non ho più tempo per realizzare.

La legge di gravità

27 marzo 2015

Dicono che la mattina sia il momento migliore per sciogliere tutte le matasse di pensieri che ti sei creato la sera.
E quel copilota depresso che si è suicidato schiantandosi con un aereo e 149 persone a bordo? Lui che matasse aveva?
La scatola nera dovrebbero istallarla nella testa delle persone.
Forse anche il terrorismo è sinonimo di depressione. Si spiegherebbe così questa incontenibile desiderio che hanno certi individui di morire portandosi appresso il mondo.
La mia coscienza stamattina si è incagliata. Colpa del mio compulsivo chiedermi “come si possa arrivare a questo punto”. Del mio continuo domandarmi “dove si può arrivare di questo passo” e di un rumoroso notiziario del mattino che racconta di un aereo fatto schiantare a caso.
La morte provocata disincanta l’incanto del vivere. Chiude il sipario. Rimuove il significato di questo esistere così ingannevolmente piacevole.
Esistiamo se esistiamo per qualcuno. Se siamo osservati, riconosciuti e ascoltati. Da una parte il confronto feroce con la quotidianità, dall’altro un certificato di nascita. E in mezzo la sconsiderata follia di un uomo che decide di mettere fine a tutto.
Stamattina il mio risveglio è stato abbastanza operoso e fastidiosamente efficiente, perché credo che la mia vita sia meravigliosa anche con tutti quei noiosi automatismi e incastri che mettono a dura prova la voglia di alzarmi dal letto. Malgrado le delusioni che segnano. Gli amori che ingannano. I mal di testa. Le complesse allergie e i sorrisi che mancano. La vita è qualcosa di più di una curiosa abitudine.
Oggi ho aperto gli occhi 5 minuti prima che suonasse la sveglia e sono rimasto a scrivere mentre il tempo e le cose da fare mi vorticavano attorno.
A volte risolvo così i miei pensieri. Mettendo tutto in pausa. Tanto poi so che recupero con l’avanti veloce. Fermarsi e correre per poi fermarsi ancora fa parte del crescere e io ho un’immagine di me stesso ben al di sopra dell’immagine di me che hanno gli altri.
Sono un film di Jean Jaques Annaud. Sono i colori primari di un arcobaleno. Sono la serenità tenuta insieme per i capelli. Sono i jeans a zampa di elefante che indossavano i miei genitori. Sono tutti i miei “ti amo”. Tutti i miei “ti voglio bene”, i “non ti preoccupare” e i “ci penso io” sussurrati a un orecchio.
Sono un capitano Acab che non sa andare alla deriva. Quel segnale che non sparisce sui radar. Sono la coscienza sporca di chi non sa scrivere le favole con il lieto fine. Un uomo arrotondato per difetto. Una particella di vita. Una quasar pulsante. Una stella esplodente.
Forse aveva ragione Jim Morrison quando diceva che “La vita ti sorride se la guardi sorridendo”. E Marzo è il mese delle certezze. O forse sono io che non riesco mai ad annoiarmi in maniera sufficientemente creativa.
Considero con interesse il valore del verbo esistere e mi rendo conto di quanto i pensieri rivestano più importanza del senso, degli accenti e delle frasi scritte che ne determinano le metriche su un foglio elettronico. Chiudo lo zaino tirando la zip che rigorosamente si incastra a metà strada. Un colpettino e si sblocca. Sono pronto. Per cosa poi, nemmeno lo so. Saranno nuovi sorrisi. Vecchie delusioni. Incerte strette di mano o rassicuranti pacche sulle spalle. Mi guardo ancora un secondo allo specchio. Improvviso due facce da foto con le fossette che si atteggiano a un sorriso circostanziato. Penso alla legge di gravità. All’attrazione universale. Al magnetismo terrestre.
Poi penso alla donna che amo e faccio finta di niente. O faccio finta di tutto.
Perché io non sono solo i pensieri e le parole che scrivo, ma anche tutti quei silenzi, tutti quei respiri e tutto quel tempo meraviglioso trascorso insieme a lei.

Le parole più belle

26 marzo 2015

Quando le mie pagine rimangono incomplete somigliano ai vetri rotti delle case abbandonate.
Stamattina invidio le planimetrie che indicano una via d’uscita. Invidio la musica che arriva da cinque punti diversi. Invidio quelle parole che iniziano con la lettera maiuscola. Invidio il terreno con gli alberi aggrappati.
C’è una canzone di Phil Collins a fare da colonna sonora ai miei desideri. Ed è come se avessi le cuffie al cervello e il volume dell’anima al massimo.
L’universo delle cose e delle persone mi scivola addosso. Mi viene ancora da scrivere. Pensieri incastrati nel perimetro perfettamente rettangolare di questo iphone.
Quel poco che basta per sentirmi un improvvisato Bukowski che si sbatte e si danna. Che scrive e cancella. Che vive. Ma non è colpa sua.
In fondo le parole più belle nascono dal cuore e ci tornano sempre, per morire come certi animali stanchi.

Cambiare

25 marzo 2015

Cambiare. È un qualcosa che succede quando ciò che siamo diventati non ci piace. Quando la vita non scorre più come vorremmo. Quando ci sentiamo stranieri in una casa che dovrebbe essere un porto sicuro. Quando ogni cosa al suo posto è “fuori posto”.
Ma il “capire” che bisogna cambiare non basta per cambiare. La consapevolezza non è mai abbastanza. Bisogna anche lottare. Con le convinzioni sbagliate. Con le costrizioni ambientali. Con le costruzioni mentali. Un cambiamento richiede forza, iniziativa, grinta, speranza, fiducia, passione, ottimismo, coraggio e infinita stima di noi stessi.
Cambiare è un valore che siamo sempre in grado di esprimere e la nostra vita può solo adeguarsi al cambiamento.
Cambiare.
Senza lasciarsi sopraffare dai ricordi. Senza negoziare ogni minuto con la paura soppesandolo col passato.
Cambiare vuol dire rubare il fuoco agli dei per dare alle fiamme molto di quello che ci circonda o che ci si vuole lasciare alle spalle. Non credo sia un “peccato” fare terra bruciata.
E non solo per il gusto di ricominciare. Ma per contemplare prima la scienza esatta della demolizione e poi provare la ricostituente emozione di edificare qualcosa di nuovo. Di più solido e appagante. Di meno contemplativo. Di più consistente.
La più importante scoperta che sono riuscito a fare a 45 anni è che c’è sempre il tempo per cambiare. Quindi mi domando perché le persone a volte si rifiutano di farlo. Cambiare si può, sempre. Con incoscienza. Con stile. Con decisione. Ma anche con l’eleganza un po’ damerina dell’uomo irrisolto. Con quella falsa modestia che a volte ci rende così fragili e drammaticamente deboli.
Cambiare. Mutare. Abbandonare. Ricominciare. Insomma vivere.
Magari iniziando appena smette di piovere.
Cambiare è battezzarsi di nuovo a ogni parola che scrivo ed è più facile che indossare una corazza solo per sembrare diversi.

lo starnuto

24 marzo 2015

È vero. Ci sono mattine in cui perdo i miei superpoteri. Il fatto è che succede ogni giorno. Tutti i giorni. Così non posso mutare lo spazio. Non so come riavvolgere il tempo. Non mi vesto di foglie di fico. Non galleggio come un vecchio tronco e non volteggio come una foglia al vento. Non mi sazio di bacche e non guardo stupidi programmi alla tv. Anzi, non riesco proprio a guardarla la televisione. La accendo su un canale a caso e lei provvede a tenermi compagnia, intanto dormo. Poi al mattino la ritrovo lì. Distesa su un fianco. Sfinita. Confusa. Con l’entusiasmo sbiadito di una vergine caravaggesca e morente, che strizza l’occhio al cielo stellato che ogni tanto si affaccia alla finestra.
Colpa mia e dell’ultimo sogno che ho dimenticato nel cassetto.
I sogni sono come le camice in fondo. Vanno spiegati. Indossati. Provati. E non c’è sogno che stia bene a tutti, perché ogni desiderio ha la sua taglia e non si accettano resi.
Disordinatamente scrivo. Distrattamente sorrido.
Ma senza un opportuno sdoppiamento della personalità non si va da nessuna parte con la scrittura.
Ho provato a duplicarmi.
A riconsiderarmi. A trasportarmi da qui all’altro emisfero dello stesso universo, senza necessariamente cambiare storia, ma vivendone due contemporaneamente.
Nei limiti di quello che mi consente la scrittura.
Il punto è che anche il Caravaggio avrebbe avuto i suoi bei problemi a dipingere questa storia. Migliaia di istanti trascorsi a scrivere tra edificante gioia e irrecuperabile malinconia. Centinaia di pagine a cui affidare i pensieri più profondi.
Il mondo che ho creato nella mia testa non è certamente il mio universo, ma sento di aver maturato un qualche diritto di cittadinanza. Colpa del mio stare fermo tra le parole di sempre. In pericoloso equilibrio tra la consapevolezza di aver detto tutto e la speranza di avere ancora una bella storia da raccontare.
Stamattina va tutto bene. Credo. Continuo ad avere fiducia nella follia. In quel mio essere il poderoso starnuto da opporre a questa scontata, umanissima e assurda quotidianità.

Vederle davvero

23 marzo 2015

Stamattina c’è un silenzio ovattato che odora di agguati e cose che stanno per terminare. Roma è una città dove il destino può attenderti furtivo dietro una colonna, lungo la passeggiata che affianca un fiume o accanto agli angoli sempre più sporchi di una strada del centro.
Il destino in genere non fa mai tardi. Arriva sempre. Con premeditata intenzione e chirurgica puntualità.
Certe distanze invece te le costruisci in modo involontario. Proprio per tenerlo d’occhio il destino. Camminare nella direzione opposta a quella dove soffiano i desideri è l’alibi più adatto da spendere in questa quotidianità.
E io lo faccio osservando con attenzione il disegno geometrico dei sanpietrini di via dei Coronari. Valutando la possibilità di calpestarli con la punta dei piedi.
Oggi mi andrebbe di contarli tutti. Uno a uno. Ma c’è troppo disordine e non è nei grandi numeri che si trovano le risposte che cerco.
Dio mio, ci fosse una scheggia in giro forse la troverei conficcata nei miei pensieri. Dovrei evitare di sbagliare strada così spesso. Dovrei bere un caffè più forte. Dovrei tirare in ballo le cose del passato e giocarci un po’ come farebbe un cane col suo giocattolo di pezza, per poi dimenticarlo da qualche parte. Dovrei rileggermi un po’ e lasciarmi riposare. Dimenticarmi di me, invece di continuare a camminare. A disseminare pensieri a caso e a raccogliere idee senza nemmeno chinarmi troppo.
C’è un oceano buio nascosto nelle pozzanghere sui marciapiedi del centro. Forse anche io potrei essere così ingannevolmente profondo. Restare in superficie, smettere di guardare soltanto le cose e cominciare a vederle davvero.

Quando ho aperto gli occhi

20 marzo 2015

Quando ho aperto gli occhi avevo cento anni o forse poco più di uno. Di certo sentivo il profumo dei gelsomini di una siepe, misto all’odore della pioggia sull’asfalto.
Quando ho aperto gli occhi l’universo era un gioco di stagioni diverse. La vita era fatta di anni luce e la felicità di metri sotto al cielo.
Quando ho aperto gli occhi i pensieri erano tutti lì. Ad imbottire le pareti della mia testa. Ad impedire ai desideri di farsi male. Quanti cieli ci sono in questa stanza? L’odore del tempo lasciato a decantare arricchisce i secondi e somiglia a quello del vino buono. Mi ubriacavo del tempo e dei momenti trascorsi insieme.
Oggi invece servirebbe una formula a sostegno di certi numeri fatti di parole ed emozioni non lineari.
Quando ho aperto gli occhi la ragione mi ha poggiato una mano sulla spalla. Poi mi ha interrogato con occhi salmastri, pieni di nostalgie che non so scrivere.
Non so. Mi ha detto. Lo scrittore sei tu e solo tu puoi inventarti un finale, ma stavolta fai in modo che sia credibile.
Quando ho aperto gli occhi ero ancora solo. La tv spenta. Il caffè sul fuoco. Altre vite. Altri luoghi. Altre emozioni.

Ogni notte

17 marzo 2015

La vita non è tutto ciò che accade quando sbagliamo, ma tutto ciò che ci sfugge mentre ci poniamo inutili domande su di essa.
Esiste una distanza tra le cose che scrivo, le storie che vivo e le persone che leggono. Uno spazio che ognuno colma a modo suo. Riempiendolo di personalismi e interpretazioni.
Io adoro scrivere. Mi piace farlo la sera tardi o la mattina presto. Quando tutto tace e l’unico rumore di sottofondo è quello generato dal mio respiro.
Perché il silenzio non giudica ciò che dico. Non interviene a correggere. A commentare. A sottolineare. Lui mi ascolta paziente.
Il silenzio insomma, sa essere comprensivo.
Purtroppo viviamo poco. Imbalsamati dalla paura di commettere sciocchezze.
Eppure in uno sbaglio c’è molta più vitalità e salute che in mille vite trascorse a pensare a come evitare di sbagliare. Si perde troppo tempo a riflettere. A giudicare. A rimproverare le persone a cui vogliamo bene, invece di soffermarci e provare a comprenderle davvero. In profondità. In silenzio.
Stamattina sono dilaniato dal desiderio di fare sciocchezze.
Di sedermi con te su un tappeto, davanti al camino e giocare a dadi con la mia vita.
Ubriacarmi di desideri. Di fantasie. Azzardare e rischiare tutto. Edificare alberghi su Vicolo Corto senza passare dal via. Confondere probabilità e imprevisti e saltare a piedi pari su Parco della Vittoria. Per attaccarla con tre carrarmatini come fosse la Kamchatka.
Ogni mattina mi siedo sul bordo dei tuoi pensieri come fosse il ponte di comando del Titanic. Senza alcun timore di sporgermi. Senza la paura di infilarmi nella nebbia. Senza temere le profondità e il buio di un oceano che ancora non conosco.
Semplicemente avvolto e coinvolto dalla meraviglia dei tuoi occhi. Perso in quella luce inestinguibile che ogni notte continua a illuminarmi la strada.

Gli occhi del passato

10 marzo 2015

Scrivere dipende da tante cose e non ci vuole molto coraggio a farlo. Per raccontare una storia invece servono voglia e incoscienza.
Io scrivo sullo schermo di un iphone e spesso non rileggo. Magari cancello. Altre volte invece lascio andare e non me ne curo più di tanto. Dipende da ciò che scrivo. Oggi per esempio non sto cercando nulla. È più probabile che voglia soltanto perdere tutto. O qualcosa. Tradire per una volta il mio passato e dimenticarlo prima che passi davvero. Questo devo ancora capirlo.

Forse il passato diventa davvero remoto quando si consegna ai libri. Alle registrazioni. Alle immagini che sbiadiscono. Diventa davvero passato quando non rimane più nessuno a raccontarci delle somiglianze di quei giorni con il tempo presente. E quando una storia non viene più ricordata a parole qualcosa va per sempre perduto.

Il mio passato è un perno interiore. Un cardine intorno al quale tutto il resto ruota. Le porte più imponenti senza perno si sfaldano e si bloccano. Così non sarei io se mi privassi del passato. Di quel senso di empatia profonda che mi unisce all’universo che mi circonda. Il mio appartenere a questo mondo. Il mio essere comunque un ospite. La “non proprietà” di tutto ciò che esiste, al di là delle illusioni, dei sogni, dei rogiti, degli scontrini fiscali, delle fatture, dei contratti matrimoniali e dei conti correnti all’estero.

Il passato è spietato. Il passato mi insegna. Il passato è sacro. Il passato è il mio perno.
Forse non è un buon giorno per dirlo, ma penso che ogni tipo di ricordo ci attraversi solo quando riusciamo a percepire con chiarezza il bene o la frustrazione provata.

Stamattina gioco a confondere le parole con il significato che vorrei dare e che non riesco a trasmettere. L’errore più comune che può commettere un uomo di quaranta e passa anni è accusarlo il passato. Confondere le esperienze senza farne tesoro e perdersi in una realtà fatta di solo presente. Raccontare, già. Come se ne fossi davvero capace. Io so solamente scrivere.

Forse non sono il Perseo destinato a uccidere Medusa e salvare Andromeda. Forse sconfiggere un minotauro, un drago o un cane a tre teste non mi renderà mai più irreale o più diverso di quanto mi senta ora. Una sorta di molecola d’acqua vaporizzata, destinata a salire verso la ionosfera e poi esplodere ricadendo diversa e uguale nello stesso identico mondo. In fondo anche le ali di Icaro erano di cera.

Ieri sera al ristorante ho sentito una ragazza parlare con il suo migliore amico: “Tu riesci a sollevarti sempre, perché non hai paura di prendere le batoste!”
Ho alzato gli occhi dal piatto e l’ho guardata. Capelli neri, sciolti sulle spalle. Due occhi morbidi appoggiati al nulla e lo sguardo confuso, perso tra le grida dei camerieri e il chiacchiericcio della gente ai tavoli. Avevo bisogno di quegli occhi. Sono gli occhi di chi cerca un filo per uscire dal labirinto e pensa ancora che si possa trovare. Gli occhi di chi ci crede anche senza scordare il passato.

Avrei bisogno di partire. Avrei bisogno di un po’ di calma, credo, o solo di un mostro nuovo da affrontare. Un mostro con le sembianze della tranquillità.
Io intanto ti do consiglio. Non lo cambiare quello sguardo. Non farlo mai.

Soffitti

6 marzo 2015

Quei soffitti che la notte ti guardano. Tu gli domandi e loro, maleducati, non rispondono.

Sotto al mio letto

5 marzo 2015

Sotto al mio letto vivono milioni di strane creature. Buone e cattive, piccole e grandi. Alcune davvero brutte e altre dal profilo più dolce. Sotto al mio letto si può sbirciare, ma non si può scegliere chi incontrare o quando. Le mie paure possono prendere la forma che vogliono. Scivolare sui pensieri. Rimbalzare pesanti come un sasso sul pavimento. Fare rumore, svegliarmi oppure diventare luce e proiettare un’ombra sulle pareti che non sono io.

Sotto al mio letto vivono milioni di strane creature. Ci sono e basta. E quando sbircio non torno mai indietro a raccontare quello che ho visto. Non faccio sogni se non di sola andata. Mi allungo sul bordo del letto fino a sfiorare la moquette del pavimento e appoggio gli occhi su una faccia geometrica a caso del pianeta.

Mi fa sempre un po’ strano registrare i miei pensieri su questo smartphone, ma non importa. Che poi non devo scrivere nulla di speciale. Ho solo voglia di rubare qualche istante alla noia. Di occupare abusivamente uno spazio. In fondo non sto disturbando nessuno. Così guardo sotto al letto e scrivo. Meno di prima, peggio di prima. E ho ancora quel modo solo mio di restarci male quando non mi piace quello che rileggo. Di toccarmi il mento e guardare verso l’alto sperando che qualcosa o qualcuno si diverta nel vedermelo fare.

Sotto al mio letto vivono milioni di strane creature. Cose successe, cose che non tornano, cose che fanno rumore e cose che se ne fregano di ciò che succede intorno. Però ho appena fatto il caffè e almeno quello sembra mi sia venuto bene.


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