Gli occhi del passato

Scrivere dipende da tante cose e non ci vuole molto coraggio a farlo. Per raccontare una storia invece servono voglia e incoscienza.
Io scrivo sullo schermo di un iphone e spesso non rileggo. Magari cancello. Altre volte invece lascio andare e non me ne curo più di tanto. Dipende da ciò che scrivo. Oggi per esempio non sto cercando nulla. È più probabile che voglia soltanto perdere tutto. O qualcosa. Tradire per una volta il mio passato e dimenticarlo prima che passi davvero. Questo devo ancora capirlo.

Forse il passato diventa davvero remoto quando si consegna ai libri. Alle registrazioni. Alle immagini che sbiadiscono. Diventa davvero passato quando non rimane più nessuno a raccontarci delle somiglianze di quei giorni con il tempo presente. E quando una storia non viene più ricordata a parole qualcosa va per sempre perduto.

Il mio passato è un perno interiore. Un cardine intorno al quale tutto il resto ruota. Le porte più imponenti senza perno si sfaldano e si bloccano. Così non sarei io se mi privassi del passato. Di quel senso di empatia profonda che mi unisce all’universo che mi circonda. Il mio appartenere a questo mondo. Il mio essere comunque un ospite. La “non proprietà” di tutto ciò che esiste, al di là delle illusioni, dei sogni, dei rogiti, degli scontrini fiscali, delle fatture, dei contratti matrimoniali e dei conti correnti all’estero.

Il passato è spietato. Il passato mi insegna. Il passato è sacro. Il passato è il mio perno.
Forse non è un buon giorno per dirlo, ma penso che ogni tipo di ricordo ci attraversi solo quando riusciamo a percepire con chiarezza il bene o la frustrazione provata.

Stamattina gioco a confondere le parole con il significato che vorrei dare e che non riesco a trasmettere. L’errore più comune che può commettere un uomo di quaranta e passa anni è accusarlo il passato. Confondere le esperienze senza farne tesoro e perdersi in una realtà fatta di solo presente. Raccontare, già. Come se ne fossi davvero capace. Io so solamente scrivere.

Forse non sono il Perseo destinato a uccidere Medusa e salvare Andromeda. Forse sconfiggere un minotauro, un drago o un cane a tre teste non mi renderà mai più irreale o più diverso di quanto mi senta ora. Una sorta di molecola d’acqua vaporizzata, destinata a salire verso la ionosfera e poi esplodere ricadendo diversa e uguale nello stesso identico mondo. In fondo anche le ali di Icaro erano di cera.

Ieri sera al ristorante ho sentito una ragazza parlare con il suo migliore amico: “Tu riesci a sollevarti sempre, perché non hai paura di prendere le batoste!”
Ho alzato gli occhi dal piatto e l’ho guardata. Capelli neri, sciolti sulle spalle. Due occhi morbidi appoggiati al nulla e lo sguardo confuso, perso tra le grida dei camerieri e il chiacchiericcio della gente ai tavoli. Avevo bisogno di quegli occhi. Sono gli occhi di chi cerca un filo per uscire dal labirinto e pensa ancora che si possa trovare. Gli occhi di chi ci crede anche senza scordare il passato.

Avrei bisogno di partire. Avrei bisogno di un po’ di calma, credo, o solo di un mostro nuovo da affrontare. Un mostro con le sembianze della tranquillità.
Io intanto ti do consiglio. Non lo cambiare quello sguardo. Non farlo mai.

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