Archive for agosto 2016

Ironia della vita

31 agosto 2016

Esistono mattine in cui riesco a vedere la mia mente con tutti i suoi scaffali di cose giuste, sbagliate, belle e brutte, condivisibili e deprecabili. Giorni in cui posso agevolmente soffiare via la polvere dai ricordi. Cercare una data di scadenza. Momenti in cui posso trovare i miei sogni disposti in modo confuso nei cassetti. E rammaricarmi di vedere anche le mie incertezze vagliarli personalmente. Insieme a quel mio aver passivamente accettato che vi fossero riposti da altri. 

Poi posso vedere la vita che scorre fluida e rimescolata. La mia. Quella di centinaia di altre persone che fluttuano agilmente su facebook. Nonostante siano interculturali, intersessuali, interconnessi, interisti, interreligiosi e tutti gli altri “inter” che si possono trovare. Pensieri occasionali vincolati dagli automatismi di quel network a cui sono consapevolmente vincolati.

È divertente. In quei cassetti dove tutto è in ordine non succede mai nulla. Bisogna avere il coraggio di separarli i sogni. Di mischiarli. Se ammucchiamo a caso quello che la nostra mente tiene rigidamente separato esplode il disordine e la vita fluisce torrenziale. Allora arrivano le opportunità, le parole giuste, gli sguardi da biscotto, i sorrisi, le emozioni. 

Mi piace lasciare che le cose vadano, senza permettere al passato di bloccare tutto con le sue certezze acquisite.

Non voglio metterti in imbarazzo, ma sono un chirurgo di una certa bravura, potrei forse aiutarti con quella gobba.” diceva Gene Wilder in Frankenstein Jr. 

Quale gobba?” Gli rispondeva Martin Feldman.

E chi diavolo è ‘sto Feldman?

Si va?

Si va. Analizzando con ironia, piuttosto che curiosando nella mente. Analizzare vuol dire parlare di noi. Vuol dire essere concentrati su di noi e sul nostro modo di dare un senso alle cose. Essere curiosi invece significa seguire le cose che accadono con attenzione. Senza giudicare. Senza star troppo a riflettere sul perché. Per vedere le conseguenze che generano fuori e dentro. 

Se vogliamo che le opportunità ci portino da qualche parte dobbiamo permettere loro di farlo. Dobbiamo accettare la mano che ci tendono e fidarci ciecamente. Bloccare il nostro guardiano prudente che dice “aspetta, non fidarti, non andare, è pericoloso.”
Ci hanno sempre spiegato che non si fa, che non è così, che non va bene. In fondo è il nostro passato che interrompe il flusso della vita con le sue possibilità. Con tutti i suoi punti a capo. Con tutte quelle infinite occasioni di sbagliare che comunque colorano la vita. Perché l’unica cosa che non risente del tempo, è proprio l’ironia della vita.
Igor! Tu mi vuoi dire che io ho messo un cervello a-b-normal in un corpo di un uomo alto due metri e venti e largo come un armadio a due ante!

Le solite bugie

30 agosto 2016

Le bugie. Ma non quelle che ci raccontano gli altri. Bensì quelle che ci diciamo da soli. È questo il pericolo più letale. Perché organizzato e gestito da noi per far presa su di noi. E non esiste nessuno che ci conosca meglio. Per questo è troppo facile nascondere la strada per arrivare alle nostre verità. Per questo ci raccontiamo storie. Ci inventiamo certezze. Roba grossa, a volte anche pericolosa.

Lo sai? Sei nelle polveri sottili che respiro. Sei nel fumo di mille sigarette accese. Sei nel rumoroso silenzio delle mie notti insonni. Sei nel tempo che passa ignaro di cosa sia il futuro.
 Sei a ogni inizio e in ogni margine di questo foglio. Sei la ragione che fa perdere ogni ragione.
 Sei la fisica. Sei la filosofia. Sei la logica e la retorica. Sei in quella frase che non ricordo. E in quel ragionamento che non mi convince mai abbastanza.

Sei allo stesso tempo la chiave, il labirinto e il minotauro.
 Sei in tutti i miei ricordi e in ogni posto dove non siamo mai stati.
 Sul gradino di una chiesa. Sul bordo umido di ogni fontana. Sul tetto di un palazzo, o in un parcheggio di periferia. Sulle spiagge incontaminate di un’isola del Pacifico. O in vetta a una montagna. E nei vicoli del centro di ogni città senza tempo.

Sei nella luce di ogni tramonto e in quell’istante che precede il buio. Sei in ogni aggettivo. In ogni avverbio e nelle voci indeclinate di ogni mio verbo. Rinchiudo ogni volta questi pensieri come quel minotauro nel labirinto e ogni volta getto via le chiavi. Ma non è mai la soluzione al problema. I Greci lo sapevano da sempre. Perché non c’è chiave che sia così introvabile se si scava molto a fondo. 

Esiste un momento che definisce i nostri sogni e le nostre incertezze. Noi e le nostre paure. Sono i nostri “Cappuccetto Rosso” perduti nel bosco. Senza briciole di pane. Pensieri così soli. Cosi fragili. Succede quando la verità non ci piace. Quando si vive la vita soltanto sognandola dal proprio sguardo. 

La realtà segna. La fantasia non incide. E il tempo affonda la mia barchetta di carta nel mare di certe paure. Raffiche di insicurezza che strappano le vele e mi consegnano ai condizionali e ai punti interrogativi. Dovrei? Potrei? Vorrei?

Intanto continuo a scrutare la vita da un foglio elettronico, come fosse una finestra sul mondo. A cercare terra in lontananza. Senza pagare mai il biglietto per questo viaggio.
 La notte mi conta i minuti. Il cielo stellato mi domanda di te e io non so mai che cosa rispondere. Abbasso gli occhi. Accenno un sorriso agrodolce e mi racconto le solite bugie.

Il lato oscuro della sera

27 agosto 2016

Lei si guarda. Si cerca in un riflesso della finestra per esorcizzare le sue solitudini. Nessuno la osserva. Qualcuno però la osserva.
I capelli neri le scendono lungo le spalle. Disciplinatamente. Ha il fisico perfetto di una donna che non rinuncia a essere incantevole e che vuole diventarlo ancora di più. 

Le sue labbra sussurrano silenzi. E ha una luce negli occhi che potrebbe accendere la notte. Con la luce si misurano le distanze più grandi. La luce corre veloce. Attraversa il tempo e vive a contatto con la pelle. Adoro il suo essere distrattamente connessa con tutto quello che riesce a raggiungere.

Lei somiglia a una donna al bivio. Il problema è che davanti a un bivio ogni scelta appare lacerante. Meglio una rotonda. Le rotonde offrono più spunti. Non ci sono i semafori. Garantiscono il divertimento. E ci si può sempre aggrappare alla consolante possibilità di tornare indietro. 

Quando la immaginavo non credevo che l’avrei vista così. Si muoveva discreta nella penombra geometrica di un pomeriggio di estate. Poi si è adagiata sui cuscini in pelle. 

La velocità uccide la fame. C’è una bella differenza tra un buongustaio e un mangiatore compulsivo. E lei non vuole essere presa per come è, ma per come vorrebbe essere.
Con la stessa irrequieta serenità del suo respiro.
Scosse elettriche che si alternano a piccole apnee momentanee. Emozioni che durano il tempo della più fervida immaginazione.

Avevano detto che sarebbe venuto a piovere. Avevano detto che il tempo sarebbe peggiorato. Ma lei lo nasconde nel cuore quel temporale ed è tipico dei giorni di fine estate. 

Forse per questo il suo corpo ha iniziato a vibrare e le sue gambe si sono aperte e richiuse spesso. Prima accarezzate dalla brezza e poi sbattute da un vento freddo, come le ante delle persiane di un vecchio faro esposto alla tempesta.
Ogni orgasmo è un patto col diavolo e non ho mai pregato di ricevere l’assoluzione per ciò che faccio. Mi basta stare bene. 

L’ingenuità inaspettata con cui poi ha risposto al mio sguardo, mi ha reso stuzzicante l’idea di giocare di nuovo. La seduzione è un’arte che richiede una quantità considerevole di picchi ironici e maliziosi. Una deliziosa tecnica del tormento.

Lei si è chinata con le mani sul lavandino del bagno e io ho accettato il compromesso. Mentre le cose si consumavano. Mentre le stesse pagine si riscrivevano. Mentre i sospiri e gli sguardi fluttuavano altalenanti nell’aria prima di depositarsi leggeri sul pavimento. 
Poi il suo respiro si è fatto più regolare, dimenticando le accelerazioni impresse dalle voglie improvvise. 

Ora le finestre sono piene di Roma. L’aria che si respira è Roma. Forse il vicino ha deciso di accendere una sigaretta. La luce dei lampioni di questa città meravigliosa entra sodica nella stanza e illumina il divano. 

Dietro il lato oscuro della sera c’è nascosta la mia ombra. La mia storia. La mia vita. È il lato oscuro di un uomo imperfetto che non tutti riescono a vedere.

Inevitabilmente

24 agosto 2016

Il destino non è un rettilineo. A volte c’è una rotonda. Altre volte un bivio. Sei tu che scegli. Solo che poi ti accorgi che la strada scelta ti sta riportando indietro. Inevitabilmente verso il tuo destino.

“Dopo la notte”

24 agosto 2016

Esistono giorni in cui il sentimento verso le cose che succedono diventa prioritario rispetto a tutto il resto. Giorni che tolgono significato a una vita, già di per se, avara di significati. Succede dopo un attentato. Dopo un incidente ferroviario. Dopo una catastrofe naturale come quella di stanotte. Dopo qualsiasi evento tragico e inaccettabile che cancella vite umane innocenti. 

Eppure all’inizio non sembrava una cosa grave, ma un momento per scherzarci su. Per sdrammatizzare sul fatto di essersi svegliati nel cuore della notte. Nessuno parlava di crolli. Nessuno scriveva di feriti. E sui social network giravano solo brevi video di lampadari dondolanti in camera da letto. Invece c’era qualcosa di molto più grave alle porte.

Ora sono confuso. Terrorizzato. Arrabbiato con me stesso per averci addirittura scherzato. L’Italia dei piccoli paesi trema dalle fondamenta del senso. E intanto crollano le case. I ponti. Le chiese. Insieme alla nostre speranze e alle vite di chi purtroppo non è riuscito a scappare in tempo. È la storia di come ogni volta vorremmo che andasse, e di come invece non va mai.

Ti svegli. Qualcosa comincia a ballare. La libreria. Il letto. La lampada sul mobile. Succede sempre di notte. Poi tutto che finisce e rimane solo quella sensazione evidente di “oddio ma è stato un terremoto?”. Intanto in altri posti però qualcosa e qualcuno non ci sono già più.

Esistono momenti in cui l’esistenza si mostra con troppa incisività, e parlare di una cosa non è mai come viverla. Ma ciò al quale proprio non riesco ad attribuire un significato, è quel continuo “prenderci di sorpresa”. Come se il destino fosse consapevole di quello che sarebbe successo. Come se la natura complottasse per mietere nel sonno più vittime possibili. 

Consapevolezza. Mi ritrovo a spiegarlo oggi a Nicoletta che da stamattina è incollata davanti ai Tg. “Ma ti rendi conto di quanto è grave quello che è successo stanotte amore mio?” E lei mi fa cenno di sì con la testa. Non siamo mai consapevoli all’interno di una tragedia del genere. E mi chiedo cosa viviamo a fare. Forse esistiamo per diventarlo. Consapevoli intendo. Continuamente. Spietatamente.

Ma rispetto alle difficoltà che si affrontano probabilmente non lo saremo mai. Altrimenti non sarebbero esperienze. Altrimenti sarebbe tutto già stato affrontato. Leggo tante cose senza senso in rete. “È la natura che si vendica”. È colpa di questo. Di quello. Si poteva evitare. Preghiamo. Doniamo. Io non so. Sono così confuso. 

La natura non si vendica di niente. Si limita a fare la natura. E le profondità della terra non reagiscono certo alle cose che succedono in superficie, o alle stronzate nostre e dei nostri politici. Il punto è che tutto quello che stiamo guardando è in realtà un corpo solo espresso nelle sue diverse parti.

Siamo attori e spettatori su questa terra. Tremiamo nell’intimità delle nostre case quando c’è un sisma, e siamo sbalorditi davanti alla TV perché il terremoto avviene in una zona sismica. Eppure nessuno ha saputo predire. Nessuno ha fatto niente. Anche il Sindaco di Amatrice è espressione di questo sbigottimento quando piange in diretta. Quando con un filo di voce dice che la città è in ginocchio. Che le strade e i ponti crollano. Che la gente muore. Che niente è sicuro. Che “dopo la notte, non sorge il sole, ma c’è ancora la notte.”

Ogni casa mostra nel suo crollo tutti i mattoni di cui era fatta. Quello che si era sempre dato per scontato come intero è in mille pezzi. E lo è anche ogni sentimento dentro. La TV mostra i mattoni del nostro cuore e li possiamo contare uno ad uno. Ho ancora pensieri confusi per i quali chiedo scusa a chi ogni tanto mi legge. Ma sento che questa ennesima tragedia mi spinge a guardare con amore ogni cosa che custodisco in me. 

Il terremoto è un progetto distrutto. Calce e pietre che perdono il contatto. Che si scollegano e rovinano al suolo, insieme alla vita e ai progetti di chi c’è sotto. Possa ogni sentimento generato da questa calamità rimanere collegato agli altri dentro di noi. E generare amore. Per le persone. Per l’esistenza stessa. E per ogni progetto di vita che dobbiamo in qualche modo portare avanti con dignità, nel più profondo rispetto di chi non può farlo più.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Buon ferragosto 

15 agosto 2016

Una mattina ti svegli e il mondo è tutto ordinatamente al suo posto. I tetti delle case nel sole. Il cielo privo di nuvole. Le foglie verdi degli alberi. Le campane indisciplinate di una chiesa. Il battente della finestra che si apre e che sembra non volersi chiudere più. Gli uccelli. I passanti. Quel rumore appena accennato di tazzine che giunge da un bar. Il mio volto riflesso, attenuato dalle trasparenze di un vetro. Niente confusione. Nessun paragone. Non mi manca nulla. Sono le evidenze di un ferragosto di festa. Un giorno sereno qualsiasi che si contrappone all’inintelligibilità di ogni altro giorno. 

Moti perpetui

15 agosto 2016

Ironicamente li definisco “moti perpetui”. Sono quei pensieri che non sentono il bisogno di storicità. Che non hanno “un piede nel passato e lo sguardo dritto nel futuro” come dice Bertoli. 

Parole semplici. Lineari. Senza grosse incertezze di fondo. Eppure se le cercano. E se non le trovano. Le creano. Coinvolgendo tutti i ragionamenti che hanno intorno.  

Pensieri sfrontati. Per lo più ironici. Si prendono gioco della ragione. Si lasciano scivolare il tempo addosso. Non temono i giudizi delle persone e tendono a farci somigliare alla parte più bella di noi. Creano empatia in una realtà che tende sempre a scoraggiare. A disilludere. A far ripensare. 

Nella mia vita io ho assolutamente bisogno dei moti perpetui. Perché sono portatori di una grande forza interiore. Intelligenti, presuntuosi, sfrontati, pieni di carisma, sono tipici di chi è convinto di non doversi mai allineare a una quotidianità che non diverte più.

Io sono tremendamente affezionato ai moti perpetui. Alle parole scritte. Pensate. Rilette. Sono i miei voli pindarici senza troppi passeggeri. Aerei virtuali fatti di riflessioni, dove ogni lettore alla fine crede che sia valsa davvero la pena salire.

Si cambia 

11 agosto 2016

E poi si cambia. Succede sempre quando si deve fare. Cambiare. E non un vestito. Non l’automobile. Ma il tuo modo di stare al mondo. La logica con la quale hai sempre vissuto. Quella che hai comunque ritenuto essere la via più giusta per affrontare i fatti. 

Si cambia. I nostri valori. Le nostre priorità. Succede quando non puoi più farne a meno. Quando la vita ti costringe. Quando stai facendo una foto e solo riguardandola ti accorgi che è l’istantanea di una stella cadente. Quando a destra dello sterno, tra il collo e lo stomaco, trovi un fuoco di sbarramento. Una linea di confine fatta di strane emozioni. Pensieri irreali. Insondabili malinconie. Ostacoli.

Tutte immagini che tendono a scoraggiarlo un cambiamento. Storie che riducono l’auto stima. Calpestano la dignità. Desideri mancati. Falsi bisogni, rinunciabili e inessenziali. È la tua vita, contro la tua vita. Quella immaginata che si schiera contro quella mai vissuta. Tutto viene ridiscusso. Messo in dubbio. Eppure mai provato fino in fondo. 

Certe volte ho la chiara sensazione che gli ostacoli siano un atto d’amore verso l’esistenza. Che tutto si riduca all’approccio con cui si decide di affrontarli. Che lo scopo di ogni cosa non sia “conoscere” e “conoscersi”, ma “riconoscersi”. Riconoscere noi stessi per ciò che c’è di intimamente nostro. E mi guardo bene dall’usare la parola “migliore”. Unico non è sinonimo di migliore. E non c’è nemmeno bisogno di essere i “migliori”, per sentirsi “unici”.

Poi però ti capita di vivere altre storie. Come quella di un amico a cui viene strappato un sogno dalle mani. Lui non lo vedi spesso, ma lo stimi tanto. Sai che ti ha sempre parlato con semplicità. Con disarmante sincerità. Ti ha anche criticato senza mai puntarti il dito. E ora affronta la perdita di un figlio. La vita che si ferma. Le parole che smettono di avere senso. 

Succede che stavolta l’ostacolo da superare è imponente. E non ti porta a capire qualcosa di te e della tua vita. Ma la distrugge e la devasta lasciandoti con l’impotenza a fare da contorno ai capricci di un Dio che non è affatto giusto. E forse nemmeno buono. E che semmai esista, non ha assolutamente capito “cosa” e chi punire “per cosa”. 

Cambiare è un’operazione da compiere in silenzio. In religioso rispetto verso tutti quelli per cui cambiare è difficile. Qualcosa da fare con coraggio estremo. Con assoluta cautela. Con forza crescente, umiltà e immensa spregiudicatezza. Cambiare è un modo per capire. È il contrario di spiegare il “perché bisogna cambiare”. 
Esistono realtà che non si possono raccontare a parole. Perché sono troppo. Perché ridicolizzano ogni pensiero, anche quelli più appropriati. Perché stanotte, come ogni notte, le stelle cadenti sono solo pezzi di cielo. Perché certi sogni non si accendono, non fanno rumore. Eppure non ti stanchi mai di guardarli e di starli ad ascoltare.

Cinque misere assi

8 agosto 2016

Credo nell’amore. Ci ho sempre creduto. Credo nell’ispirazione che nasce dall’ammirazione verso un’altra persona. Credo anche nel mestiere di amare. Credo in Prevert e Khalil Gibran. Credo che il primo dovere di ogni uomo innamorato sia quello di soddisfare. Di proteggere. Di interessare, coinvolgere e realizzare i desideri dell’altra. 

Credo che tutte le relazioni sane debbano contenere dei misteri insondabili. Delle circostanze inspiegabili. Dei ragionamenti per assurdo. Credo negli inizi di ogni storia, temo le parti centrali e ho il terrore dei finali. Credo nelle relazioni forti di persone con caratteri forti. Uomini e donne che sognano qualcosa, che hanno bisogno di qualcosa e agiscono per ottenerlo. 

Credo nei protagonisti, negli antagonisti, negli obiettivi mancati che insegnano e negli ostacoli superati, o presi in faccia. Fa lo stesso. Credo che i desideri concreti siano più forti di quelli astratti. Credo nella tensione. Nell’emozione di un’attesa, nel dramma di un rifiuto, e nella suspense di una risposta difficile. Credo che si impari più dal passato, che non rinnegandolo il passato. 

Credo che ogni bella persona abbia comunque i suoi segreti da custodire, le sue idee da difendere, la sue potenzialità da esprimere. Credo nella sincerità di un pianto e nelle mille possibilità di un abbraccio. Credo nella natura umana delle scelte. Nel rispetto dei sentimenti. Anche quelli non ricambiati. Credo che le domande più profonde della nostra anima siano più importanti delle risposte. 

Credo che un uomo innamorato sia un poeta travestito da architetto. Credo che amare sia il mestiere più difficile. Sottopagato. Sottostimato. L’amore è un ponte. Che parte dentro di noi e porta dritto al cuore degli altri. Un ponte. Già. Detto così non sembra molto. Sono solo misere assi di legno. Nei casi migliori è ferro. Niente di che. Ma ci si emoziona così tanto per tutto quello che ci può passare sopra. E senza mai restare troppo tempo a chiedersi, “reggerà?”

Un amore non nasce da solo. Non è un desiderio nascosto tra le sinapsi di una testa. Ma un sentimento in cui credere, che si manifesta con prepotenza e che ti chiede di vivere. Non ha trama. Non ha copione. Non ha finali a sorpresa. 
Bisogna però saperlo fare. Amare intendo. Perché quando ci si innamora e non si è pronti a farlo, l’esperienza è devastante. Ti sembra di sapere alla perfezione sempre tutto quello che va fatto, ma in realtà non ne sai nulla. 

Agisci a caso. Nella convinzione che ogni passo sia nella giusta direzione. Mosso soltanto dal bisogno di affetto, dalla confusione e da una crescente carenza di attenzioni. Per questo oggi io dico che prima di innamorarsi ci vuole prudenza. Ci vuole cautela. Saper rimanere in ascolto. In equilibrio su quelle misere cinque assi. In paziente attesa che arrivi il giorno in cui nessuna domanda sarà più così difficile, e nessuna risposta farà più tanta paura. 

Ci sono mete

6 agosto 2016

Ho la fortuna di avere un ego abbastanza strutturato. Per questo ho meno certezze degli altri. Però divento simpatico, perché sono flessibile. Divento affettuoso, perché sono sensibile. Non mi piace arroccarmi dietro a castelli di idee su cosa sia la vita, su come dovrebbe essere vissuta, o in che modo dovrebbe andare il mondo. 

Evito di illudermi. Per non deludermi. Forse mi sono costruito troppe “sicurezze” per paura di non essere mai “abbastanza” nel confronto con gli altri. E in questa apparente funzionalità ho perso più tempo a proteggermi dalla vita. Che a vivere. 

L’errore più grande è quello di essere convinto di avere a disposizione un bagaglio di tempo infinito per correggermi. Per recuperare. Per rimandare. Per fare meglio. Ma intanto la vita passa. 

E ci sono mete talmente lontane che non basta tutto il viaggio per arrivarci.


La folle corsa

3 agosto 2016

A volte sento il bisogno di correre forte.Non c’è stupore, né paura, né dolore in una folle corsa, ma solo l’incosciente consapevolezza di vivere una sensazione inevitabile, benefica. Quasi necessaria.

Correre per lasciarsi alle spalle ogni dubbio e percepire quanto ci appartiene e potremmo perdere. Avvinti a un’emozione irrinunciabile, stretti in un abbraccio intangibile, bene allacciati e assicurati alla vita.

Schiacciare l’acceleratore senza esserne mai paghi, senza chiedersene il motivo, senza pensare se sia giusto o meno rischiare tutto. E abbandonarsi vivendo quella folle corsa come la più naturale delle condizioni umane. 

Non è forse anche questo amore?


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