Le solite bugie

Le bugie. Ma non quelle che ci raccontano gli altri. Bensì quelle che ci diciamo da soli. È questo il pericolo più letale. Perché organizzato e gestito da noi per far presa su di noi. E non esiste nessuno che ci conosca meglio. Per questo è troppo facile nascondere la strada per arrivare alle nostre verità. Per questo ci raccontiamo storie. Ci inventiamo certezze. Roba grossa, a volte anche pericolosa.

Lo sai? Sei nelle polveri sottili che respiro. Sei nel fumo di mille sigarette accese. Sei nel rumoroso silenzio delle mie notti insonni. Sei nel tempo che passa ignaro di cosa sia il futuro.
 Sei a ogni inizio e in ogni margine di questo foglio. Sei la ragione che fa perdere ogni ragione.
 Sei la fisica. Sei la filosofia. Sei la logica e la retorica. Sei in quella frase che non ricordo. E in quel ragionamento che non mi convince mai abbastanza.

Sei allo stesso tempo la chiave, il labirinto e il minotauro.
 Sei in tutti i miei ricordi e in ogni posto dove non siamo mai stati.
 Sul gradino di una chiesa. Sul bordo umido di ogni fontana. Sul tetto di un palazzo, o in un parcheggio di periferia. Sulle spiagge incontaminate di un’isola del Pacifico. O in vetta a una montagna. E nei vicoli del centro di ogni città senza tempo.

Sei nella luce di ogni tramonto e in quell’istante che precede il buio. Sei in ogni aggettivo. In ogni avverbio e nelle voci indeclinate di ogni mio verbo. Rinchiudo ogni volta questi pensieri come quel minotauro nel labirinto e ogni volta getto via le chiavi. Ma non è mai la soluzione al problema. I Greci lo sapevano da sempre. Perché non c’è chiave che sia così introvabile se si scava molto a fondo. 

Esiste un momento che definisce i nostri sogni e le nostre incertezze. Noi e le nostre paure. Sono i nostri “Cappuccetto Rosso” perduti nel bosco. Senza briciole di pane. Pensieri così soli. Cosi fragili. Succede quando la verità non ci piace. Quando si vive la vita soltanto sognandola dal proprio sguardo. 

La realtà segna. La fantasia non incide. E il tempo affonda la mia barchetta di carta nel mare di certe paure. Raffiche di insicurezza che strappano le vele e mi consegnano ai condizionali e ai punti interrogativi. Dovrei? Potrei? Vorrei?

Intanto continuo a scrutare la vita da un foglio elettronico, come fosse una finestra sul mondo. A cercare terra in lontananza. Senza pagare mai il biglietto per questo viaggio.
 La notte mi conta i minuti. Il cielo stellato mi domanda di te e io non so mai che cosa rispondere. Abbasso gli occhi. Accenno un sorriso agrodolce e mi racconto le solite bugie.

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