Archive for the ‘Le mie città’ Category

Il suo migliore amico

26 ottobre 2018

Alice si addormentava accarezzata da un raggio di luna. Poco importava che si trattasse di una panchina gelida, un pavimento anonimo, oppure un letto comodo.

“Qualcuno si sta prendendo cura di lei” pensava Jep, distante anni luce. E nei suoi pensieri si affollavano figure senza un volto definito, senza apparente identità.

Jep ne avrebbe voluta scegliere una per credere in lei. Una, per sperare che qualcuno si stesse davvero prendendo cura di Alice, come avrebbe fatto lui in un’altra vita. Ma come diceva il suo amico Titta di Girolamo, è difficile scegliere tra le cose che non ti fanno dormire.

“Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali. Di tutte le età, razze e religioni. È la setta degli insonni. Io ne faccio parte da dieci anni.

Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’.

Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice. Chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione. Addormentarsi.”

Stanotte l’incertezza sembra più reale del me stesso riflesso in questo specchio. “Io non sono un bastardo” mi ripeteva Jep, “non lo sono mai stato. L’universo intorno ha complottato che mi trasformassi in ciò che fino a ieri credevo di non poter mai diventare.

Per questo la continuo a cercare tra la cenere dei ricordi. Anche se continuo a sostenere che sto bene solo. Anche se ancora m’inganno con il sesso e gioco a fare finta che sia amore.

Un tempo passeggiavo per le strade di Roma. A volte solo. Altre volte con un cane stanco al guinzaglio. Oggi non riconosco più quei palazzi. Le fontane e i monumenti non mi appartengono. Tutti quei luoghi che sembravano il nostro gioco somigliano alla sceneggiatura di un vecchio film finito nel dimenticatoio.

Che fine hanno fatto i vicoli semibui che percorrevo spensierato. Che fine ha fatto Dio? Ogni giorno si prende una parte della mia vita. Un po’ di me scompare. E anche queste figure sono cambiate nella mia testa.”

Una sola cosa avrebbe desiderato Jep. Io lo so. Che ogni tanto, tra le pagine della sua vita, in mezzo a una distesa di persone, o tra i vicoli semideserti della sua città, Alice si fosse finalmente fermata malinconicamente a pensare. Osservando il nulla attraverso una fontana. Immobile. E avesse preso, anche solo per un istante, in considerazione il fatto che lui, Jep Gambardella, era stato il suo migliore amico.

Il portachiavi

1 febbraio 2018

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi. Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano tutte le possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.

Manca una fine

7 dicembre 2017

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.

In fondo al corridoio 

28 ottobre 2017

Stanotte il cielo era dorato. Alieno. Quasi prigioniero di riflessi postatomici. 

Il lavandino del bagno ancora gocciola. Un tempo certi automatismi mi avrebbero spinto a chiamare un tecnico e farlo riparare immediatamente. A cercare di sistemare il sistemabile.

Invece oggi rimango un secondo a fissare le gocce, poi lo specchio e infine finisco col dare le spalle al bianco e nero di questi secondi. 

Nell’aria c’è odore di dentifricio e di cose che hanno smesso di essere. C’è odore di tempo. 

Se fumassi mi accenderei una sigaretta. Devo solo ricordarmi il perché non abbia mai iniziato a farlo. 

Che differenza c’è tra il senso e il significato che si da alle nostre scelte?

Il senso è oggettivo, mentre il significato è una interpretazione del tutto personale. Tu eri il senso, o il significato? Eri tutto, oppure niente? 

Davvero non lo so. E a dire il vero non ho così tanta voglia di darmi risposte ora, a meno che non riesca davvero a nasconderci dentro la scomodità di certe domande. 

Preferisco spiegare un lenzuolo. Uscire e fare quattro passi. Scegliere qualcosa da non comprare. Scorrere tra il passato e gli scaffali di un negozio. 

Oppure mangiare un piatto di pasta, cercare un parcheggio, o guidare veloce con i fari accesi e la musica alta.

A volte la felicità è ricordarsi una faccia buffa. È questo quello che davvero mi scuote. La normalità. Come, da studente, era normale andare a scuola e rincorrere un dondolante autobus verde. 

Gli autobus di oggi invece hanno cambiato colore, sono arancioni come il cielo di questa sera. Sono sudati e anche l’aria ha cambiato consistenza. Ed io? Pure io ho perso parte del mio spessore. Non li inseguo più.

Credo che stanotte finirò col mettermi a scrivere. Una lettera. Una di quelle che poi non spedisco. Che rimane dentro un cassetto, o magari diventano una palletta di carta da affidare alle cure della raccolta differenziata. 

Prima, soltanto per un attimo, mi sono perso per i vicoli del centro di Roma. Perdersi non è poi così male. Lasciarsi andare, abbandonarsi, non aver nulla da dire e nessun posto dove andare. 

Apro la finestra, fa freschetto. C’è qualcosa che entra improvvisamente e sembra confusa. Una zanzara, un ronzio leggero. Poi una lama intermittente di luce. Sì, credo ci sia qualcosa che non funziona nel lampione sulla strada.

Credo anche di non saperlo descrivere bene. L’amore intendo. Magari è solo un punto interrogativo. 

Chiedetemi ora il perché, in questo momento, tutto quello che davvero mi attrae è sentire un vento freddo che mette i brividi. 

Quella pelle d’oca leggera che precede l’incoscienza della consapevolezza, della percezione totale, del riposo dall’inquietudine.

Quando saremo dei gatti, in un’altra vita magari, potremo abbracciarci ancora. Ma se davvero accadesse, allora fai in modo che sia indimenticabile. 

È arrivato il taxi. Si è chiamato da solo. Adesso mi siedo dietro e guardo un po’ il tassametro. Ho voglia di sentire il valore del tempo. 

La macchina parte, le ombre diventano incerte, le pareti della strada ora sono palazzi.

Non c’è una linea d’orizzonte. Non c’è possibilità di coniugare il verbo raggiungere. C’è una solitudine espansa, una compressione tutta interiore, una supernova in procinto di esplodere tra stomaco e cuore. 

Sorrido. Guardo il profilo mezzo addormentato del conducente e me la rido ancora. La felicità è un momento asettico e puro e l’amore non è fatto per quelli prolissi. 

Ho finito l’inchiostro nel telefono e non sono nemmeno arrivato all’ultima pagina. Quella parola l’ho scritta. Quella di cinque lettere. Quella che inizia per A e finisce per E. Quella che da senso e significato a tutte le lancette del mondo.

Sono solo le cinque ed è quasi ora di bere un caffè. Nemmeno molto fuori orario. È quasi tempo di fare un check in nei ricordi. 

Basta solo ricordarsi di allacciare le cinture. In fondo è un giorno come tutti gli altri e le uscite di sicurezza sono sempre in fondo al corridoio. 

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

La mattina presto

20 settembre 2017

C’è uno spazio infinito davanti a me, ma non ho abbastanza tempo e capacità per attraversarlo tutto. 

Stamattina il lungomare di Ostia è trasparente. Sembra addirittura più tiepido dei diciotto gradi centigradi delle previsioni. Colpa di una brezza leggera che arriva dal mare e che accarezza le spiagge semi-deserte. 

Io passeggio. Gioco con le profondità dell’animo. Mi immergo ingenuamente con lo sguardo in un orizzonte lontano e riemergo, solo ogni tanto, per prendere fiato. Galleggio tra i disciplinati semafori e le ammiccanti vetrine dei bar. 

E poi un’altra cosa. C’è tanto silenzio. È un tempo giusto per leggere, per ascoltare, per guardare e raccontare. La città è ammutolita. I pensieri precipitano fuori, oppure restano in equilibrio sulla linea delle necessità. Per la prima volta sto osservando il futuro da una prospettiva diversa. Meno seria e più profonda.

Il domani sembra un luogo sinistro. Roma pare arrabbiata per questo. E io? Io me la cavo con uno sguardo da topo addomesticato. Con la mia solita faccia da schiaffi e gli occhi di chi si è smarrito tra i “perché” di ogni giorno. 

Intanto nel mondo la terra trema. I terroristi agiscono. Gli ideali crollano. Resistono solo le maledette banche. Quelle non falliscono. E le trasmissioni televisive, sempre più ridicole. Ammiccanti produzioni con le gambe aperte che mi fanno venir voglia di spegnere la tv.

Questo immenso spazio davanti a me sfila via più veloce del tempo necessario a percorrerlo tutto. Forse l’universo mi sta suggerendo qualcosa di quello che potrei essere. Non solo dettagli di quello che non sono più. 

Ci sono attimi in cui la vita ci regala la straordinaria possibilità di fermarsi. Di riflettere e pensare. Riconoscere questo silenzio assordante e spiazzante. Succede quando cammini sul lungomare della tua città la mattina presto. Quando all’improvviso ti accorgi che la vita ti sta cambiando l’aria.

L’unità di misura

17 settembre 2017

Domenica mattina. Percorro a piedi viale Trastevere. Destinazione Porta Portese. Non sono un collezionista di cose antiche, ma camminare tra le bancarelle è sempre l’occasione giusta per osservare un campionario di persone particolare. Gente che, negli ambienti che frequento, non incontrerei mai. 

A Trastevere le variabili cambiano. Si nota immediatamente. La prima a farlo è il tempo. Un mercatino si muove al rallentatore. Un acquisto è sempre la conseguenza di una scelta ponderata e valutata, ma a Porta Portese è tutto un rito.

Perché in effetti i personaggi ruotano tra le bancarelle, ma non come chi vuole davvero comprare qualcosa. Bensì come chi sente forte la necessità di respirare l’aria degli anni passati. È una macchina del tempo.

Anche io voglio viaggiare a ritroso stamattina. Comprerò qualcosa? Non lo so. L’ultima volta ho acquistato un’orsacchiotto con la zampa semi scucita per cinquanta centesimi. Ora se la spassa sul letto di mia figlia insieme a un polpo blu.

Supero piazza Mastai. C’è profumo di cornetti caldi appena sfornati nell’aria. Peggio delle Sirene di Ulisse. Resisto. Ancora duecento metri e volto a sinistra. Vedo di tutto. 

C’è qualcuno che offre quei barattoli di pasta mimetica per il viso che usano i soldati. Alcune confezioni sono a metà. Da dove arrivano? Davvero da qualche fronte? A volte la storia delle cose è camuffata. Non posso fare a meno di pensarlo. 

Ci sono anche i lampioni dei vicoli di Roma. Quelli che l’amministrazione Raggi ha fatto sostituire con le Lampade a led. Meravigliosi. Chiedo il prezzo. Settanta euro. Li comprerei tutti se qualcuno mi aiutasse a rimetterli al loro posto.

Faccio qualche passo. Svolto un angolo. Avanzo lentamente tra giacche fuori moda e jeans usati. Vorrei acquistare una vecchia clessidra. Sono affascinato da questi oggetti. Invece mi imbatto in mucchi di posate semiarruginite, vecchi telefoni analogici, colline di dvd e proiettori di grosso calibro. Qualcosa di sottratto ai ricordi di un cinema che non c’è più. Forse muto.

Nonostante il tempo che passa. Nonostante la gente che cambia. Nonostante i muri culturali e generazionali, Porta Portese rimane la stessa. 

Merito delle persone che vivono e sanno adattarsi agli scenari che cambiano. In fondo il verbo “vivere” è “sopravvivere” soltanto nella desinenza. Cambia la radice. A volte le parole della stessa famiglia etimologica indicano cose così profondamente differenti.

Non ho ancora trovato la mia clessidra. Magari tornerò. O forse no. Nel frattempo intorno a me la vita continuerà a scorrere fluida. E io mi divertirò a osservarla passeggiando. 

Stamattina l’unità di misura sono i ricordi e io posso continuare a misurare questo meraviglioso universo soltanto sbattendo gli occhi.

Alice e il sognatore di successo

7 settembre 2017

E’ una giornata insolitamente azzurra a Torino. Stamattina anche l’acqua del fiume non ha niente da invidiare al Tevere, o agli scarichi dei navigli. Il Po non è certo un capolavoro, ma almeno oggi non si vedono affiorare lavastoviglie, o centrifughe termozeta. E non l’avevo mai notato, ma ci sono punti larghissimi, di grande respiro. 

Respirare. In pochi sanno che il contrario di “inalare” è “esalare”. Saperlo non fa di me un umanista, però mi regala una maggiore profondità di pensiero. 

Lei sta arrivando a piedi. Cammina lentamente lasciandosi alla spalle la Gran Madre. Attraversa il ponte verso piazza Vittorio Veneto. È vestita come una diciottenne nel giorno più caldo di agosto. Mi abbraccia. Ci sediamo su mezzo metro quadrato di panchina. L’unica all’ombra.

Alice mi racconta di tutto. La sua storia è un caotico andirivieni tra quel che proprio non le è andato giù della vita e la sua impossibilità di riconoscerlo davanti a una persona reale. 

Le relazioni sbagliate. Il lavoro. La tempistica disordinata di certe situazioni subite. Un conflitto a fuoco in cui è proibito parlare di fuoco con gli estranei. E io lo sono. 

Azzardo qualche ovvietà: “Però scusami Alice. Quando ci sentiamo arrabbiati per qualcosa, o con qualcuno, lo possiamo anche dire, no? Si può comunicare.”
Ingenuo tentativo. 

Mi fissa e quasi sottovoce mi sussurra: “L’importante è che non succeda mai nulla e che niente metta in pericolo il Regno. E parlarne lo mette in pericolo.”

“È per questo che non ti sei mai aperta con qualcuno riguardo i tuoi viaggi?” Questa domanda la immagino quasi necessaria, ma non pronuncio neanche una parola. Penso e non dico.

Alice non amava il caffè. Odiava che nella spremuta rimanesse la posa dell’arancio. E le piacevano i taralli al finocchio. 

Una volta la vidi sorseggiare un Cosmopolitan. Fu in una sera di giugno, in un’isola che somigliava molto ad Itaca. Sotto una falce di luna che da sola illuminava completamente il cielo. Roba da Cenerentole dispotiche e dilettantismi da principe azzurro. 

Che poi nessuno ha mai saputo cosa gli accadde dopo il matrimonio. Questo la favola non lo ha mai raccontato. 

La storia di Alice, narrata da Alice, invece è una strada lastricata anche di torti subiti. Di dubbi irrisolti. Di personaggi indecifrabili e posti fantastici. Luoghi dove il tempo scorre in modo differente e dove il destino deve sempre rendere conto a poteri superiori. 

Avrei un’altra domanda sincera, ma sento che non c’è spazio per porla. Alice parla senza interrompersi.
Come si può immaginare una vita intera senza dedicare tempo alla realtà? Senza osservare le cose per quello che semplicemente sono? 

Una vita declinata con il verbo sognare è un’irraggiungibile Itaca. Forse un’isola troppo vicina per i miei sogni e incredibilmente lontana dai miei orizzonti. Un viaggio senza meta che non può che riportarmi al punto di partenza.

Poi il discorso si muove. Evolve. Abbandona le secche delle storie e punta verso l’alto. Tecnicamente e senza saperlo, Alice muta il suo sguardo. Si fa più distesa. Il viso è più chiaro, gli occhi più intensi e persino più vivi. 

“Io ho finito. Sono convinta che la mia vita, per quanto virtuale, abbia avuto comunque un significato e sono contenta di come la sto vivendo. Eppure adesso che sono quasi arrivata alla fine della mia storia, non riesco più a guardare oltre un singolo lato dello specchio. Ma non so da quale lato guardare.”

Penso alle risate automatiche che queste parole porterebbero in quasi tutti gli ambienti che frequento. Persino una parte di me inclina la testa sorridendo. 

Ma l’altra no. L’altra parte di me osserva una donna giovane di anni e vecchia di esperienze da raccontare. Non c’è più l’andirivieni di prima. Non c’è una parte che nega la sua rabbia e l’altra che lotta per farla uscire fuori. 

Riesco a vedere il complesso delle cose. Il ritmo rallenta, le frasi pesano di più e paradossalmente sono parole che volano.

“Non ho altri viaggi da fare Gianluca, la mia storia finisce qui. Sono contenta così. Grazie di avermi raccontata.”

Può un personaggio della mia fantasia diventare ad un tratto, bellissima? Ebbene può. 
Succede in un istante, ma succede. Penso che solo attraverso la nostalgia si veda il buono delle cose che abbiamo vissuto. Quelle per cui abbiamo sperato. Tutto fiorisce e matura in questo rarefatto finale. 

Forse non ho capito niente io di quel che accadeva nelle storie che leggevo. Forse ero troppo impegnato a scrivere e raccontare le mie. Di storie intendo.

E per un attimo realizzo che è molto più facile essere seduti sulla stessa panchina, che essere seduti nello stesso universo.

Due minuti ancora, poi Alice deve far ritorno al suo mondo. Qualcuno ci sta scrutando sulla soglia, gentile e guardingo come un gatto. Forse è un gatto.

Alice si allontana di un passo. Poi si volta ancora indietro. Mi regala una stretta di mano. Le brillano gli occhi come a una bambina di fronte ai regali di Natale. 
“Stavolta resterò laggiù per sempre. Tu lo sai cosa vuol dire? Perché io non lo so.”

Non lo sa, nemmeno lei. Suona così strano l’arrivare a essere felici di non sapere per credere. Mille voci dentro di me si levano sarcastiche. Che bellezza può essere convivere per sempre con un coniglio nervoso, un bruco logorroico, un’altro che sparisce, o un tizio che vende cappelli fuori moda. Bel posticino da incubo questo famoso paese delle meraviglie. Eppure i suoi occhi vedono tutta questa bellezza. 

Un istante ancora e Alice svanisce. “Nemmeno io lo so.” Mi ripeto dentro. Poi mi volto verso quella costruzione dall’altro lato del ponte e mi scorre addosso una sensazione. Ripenso a quello che mi ha detto. Alla luce che aveva nello sguardo. E finalmente capisco.

Lasciare agli altri il dubbio di non sapere da quale parte dello specchio sia la realtà. È questo che fa la differenza tra un sognatore qualunque e un sognatore di successo.

Solo a Roma 

9 aprile 2017

I vicoli di trastevere sono un fiume in piena che esonda turisti di ogni credo e nazione. Il chiacchiericcio trascina la mente. Sembra lo stesso da sempre. Il chiacchiericcio tiene per mano il desiderio, di ogni persona, di vedere se qualcuno si volta e ti guarda solo perché riconosce la sua lingua.

Mentre mi ascolto parlare sorrido. Vicolo della Renella è a pochi passi da Santa Maria in Trastevere. Si scherza. Si scatta qualche foto. Ma è a cena che iniziano le risate vere. Prima un accenno di battuta. Poi sempre di più. E sono sorrisi che che vivono all’interno della necessità che ognuno di noi ha di fuggire la realtà. Quella realtà che porta a conseguenze reali. 

La leggerezza di un sorriso invece tiene sospesi. È come una musica. Una felicità che nasce da dentro e che ci mostra un altro orizzonte sconosciuto. La capacità di contenere le emozioni. Non di negarle. Non di reprimerle, né viceversa di provarle a caso. Essere liberi di viverle, di farle rivivere e di contenerle all’interno del tono della voce, più che nelle parole, quando si pronuncia una battuta. 

Ci siamo seduti alle dieci, ma quando ordiniamo sono le undici passate. La cameriera improvvisa danze tribali intorno ai tavoli. Non è del mestiere. Poco importa. Mezza frase a testa basta per un’altra risata. È pura mimica, sorrisi e infantili ammiccamenti. Ormai il sabato sera è segnato e anche questo passaggio di vita apparentemente noioso e difficile risplende di piccole allegrie. 
Il tempo perso con le sue assurde regole è già stato digerito e diventa sangue che scorre nelle vene. Diventa respiro. 

Qui. In questa città. In questo punto più che in altri nasce una magia profonda. La compostezza di una storia. Solo a Roma, e mai in nessun’altro posto, mi sono sentito padrone di me stesso e un uomo così dannatamente libero.

Caro Jep

14 marzo 2017

Caro Jep, è proprio vero. Si può anche rimanere intrappolati. In quello che facciamo abitualmente. In quello che siamo convinti di essere. 

Stasera, amico mio, avresti amato i colori di questa città. Roma non è una donna che si può comprare. E comunque, una donna che si può comprare, non vale mai la spesa. 

Un giorno vorrei confrontarmi con te sulla rabbia. Un sentimento che non ho mai capito. Non che possa affermare di conoscere bene gli altri, ma tra tutti la rabbia sembra dia garanzia di efficacia, di intelligenza, di laboriosità.

Mi arrabbio quando non amo lo stato delle cose. Quando le conseguenze hanno il potere di devastare la mia interiorità. Non so il motivo per cui te ne stia parlando. Forse perché anche tu, come me, sei famoso per le insonnie ostinate. Per i tuoi momenti di malinconia e per la tua rara propensione all’ottimismo troppo facile. 

Che non vuol dire essere necessariamente pessimisti. Ma solo privare di aspettative le cose intorno, prima abbiamo il potere di togliere senso a noi.

Mentre lo scrivo però ho già cambiato idea. Più invecchio e meno questa storia della rabbia mi convince. Forse la rabbia non è altro che il primo successo. Quello che una quotidianità sfavorevole può sempre vantarsi di aver avuto su di me. 

Caro Jep, adesso ti saluto. Ho stranamente sonno. Anche stanotte so che berrai molti drink, ma non molti da diventare troppo molesto. E quando mi alzerò domattina so già che te ne sarai appena andato dormire.

Piuttosto avevi ragione. “Alla fine finiamo per dare il meglio di noi proprio con gli sconosciuti.”

Novemilanovecentonovantanove

24 luglio 2015

C’è chi dice che è nei numeri che si trova il valore delle cose. Che le parole non servono a niente. Ma se in tutto quello che scrivo. In tutto quello che sono in grado di provare. E in tutto quello che vivo ogni giorno esistesse un valore oggettivo, i numeri non lo saprebbero certo quantificare. Esistono parole che valgono sentimenti più grandi di tutti i numeri che si possono immaginare. Nel mio universo 9999 vale meno di novemilanovecentonovantanove. E manca solo un’emozione per arrivare a diecimila.

Da Bergamo a Motta Visconti

19 giugno 2014

Esistono situazioni difficili da accettare e storie dove il nostro giudizio verso quello che sta accadendo diventa prioritario.
Quella che va da Bergamo a Motta Visconti è una strada da percorrere impauriti, increduli, quasi arrabbiati. Tragedie capaci di creare un clima nazionale simile a quello generato da una partita di calcio. Fatti scatenanti dalle inevitabili conseguenze sui sentimenti.
Se queste tragedie non fossero accadute sarebbe meglio per tutti, ma sono accadute e di fronte al dato certo della cronaca l’unica libertà che ci rimane è quella di attribuire ai fatti un significato.
Sono due eventi scollegati che incidono sull’architettura di una società e che interrogano il nostro grado di civiltà.
Oggi sembra che tutto possa essere messo in discussione dalle fondamenta. Un matrimonio è un progetto, la vita di coppia è un progetto, i figli che crescono e vanno a scuola sono un progetto e i progetti sono la nostra volontà, le nostre speranze, declinate al futuro di un verbo che si chiama “amare”.
Sono la storia di noi come vorremmo che tutto andasse.
Ho letto su Facebook i giudizi accorati, a volte terribili, delle persone che non capiscono e fanno della rete la tana di un branco virtuale, pronto a difendersi, a vendicare e sbranare chi non ha rispetto per la vita. Come se si trattasse di un crimine contro la natura umana e della natura umana che si vendica.
Ma la natura umana non sa vendicarsi mai davvero e spesso non ricorda niente. Cerca solo di sopravvivere come può alle atrocità della gente.
Siamo noi i genitori di Yara. Siamo noi la moglie e i figli di Lissi.
Siamo noi a sperare che il colpevole venga punito subito. Colui che ha progettato e sabotato il progetto a noi più caro. La famiglia, i bambini.
Amiamo, ma sappiamo anche odiare e colpire chi colpisce.
Niente e nessuno sembra più al sicuro.
Siamo abituati ad attribuire un valore ai fatti e i bambini massacrati atrocemente hanno un valore inquantificabile nella nostra scala di umanità.
È questo il sentimento che mi sta travolgendo da qualche giorno e basta guardarmi negli occhi per coglierlo.
Tremo all’ipotesi di perdere un figlio in quel modo. Di perderlo in qualsiasi modo ed è un’ipotesi agghiacciante.
Una possibilità in grado di destrutturare tutto quello che ho sempre dato per certo e travolgere ogni singolo atomo del mio cuore.
Ho ancora tanta confusione nella testa e non solo per i fatti di cronaca di questi giorni. Di questo chiedo scusa a chi mi legge, soprattutto ad una persona in particolare a cui voglio un bene inquantificabile.
Sento che questa tragedia è un appello a guardare con amore ogni singola parte che ci abita dentro, un appello a sentire profondamente tutto quel che non riusciamo a far dialogare dentro e intorno a noi.
Uomini che impazziscono e perdono contatto con la ragione, che si scollegano dal mondo e crollano insieme a tutti i progetti più belli. Uomini che violentano e uccidono bambini. Qual’è la distanza che c’è fra queste persone e tutti gli altri? Qual’e la differenza che fa del nostro progetto un “progetto” migliore, più sicuro?
Possa il sorriso di Yara e quello di tutti gli angeli scomparsi in modo così atroce, rimanerci dentro.
Non so se esista un modo per cancellare il grido di dolore che accompagna ogni singola vita strappata a questo mondo. Non so quale progetto può esistere ancora per chi ha perso i propri cari in questa modalità inumana.
Io dico solo questo, nessuna pietà per chi ha calpestato vite in una maniera che nemmeno la natura nella sua forma peggiore si sarebbe mai permessa di fare.


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