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Quelli spontanei

28 gennaio 2018

Una delle cose che ho sempre amato di Alice era quella sua capacità di celare universi complessi dietro a espressioni di disarmante semplicità.

Un sopracciglio che improvvisamente si alzava in modo interrogativo. Oppure quello sguardo ironico che accompagnava un “sine”, o un “none”. Questo e quel costante senso di velata malinconia che la avvolgeva ogni tanto.

Sembra un discorso banale della domenica mattina. Ma lo sarebbe di più parlare della metafisica gotica e di Edgar Allan Poe?

C’era negli occhi di Alice un senso di trasparenza, di semplicità, di linearità minimale che mi catturava e affascinava.

Una sola vita e tanti differenti piani di sensibilità. Universi non paralleli ma, piuttosto, convergenti. Sentieri che collegavano il suo mondo a volte fluttuante, a volte reale, al mio.

Esperienze che talvolta determinavano un’intersezione. Un punto di fuga dal quale partivano le mie fantasie più sfrenate, i sogni impossibili e le incertezze. Quelle che compromettevano la mia percezione del vero, o della verità.

Alice risiedeva in ciascuno di questi mondi. In ogni realtà possibile. In ogni fantasia. Era lei la mia personale raffigurazione dell’ordine, della bellezza e della disciplina. E il suo sorriso sconfinava spesso in un atto di fede.

Che poi, alla fine, sono sempre i sorrisi la chiave di tutto. Quelli spontanei. Quelli che spuntano al mattino con una buona colazione. E rinascono la sera, davanti a una bella storia.

Alice e le foglie 

3 settembre 2017

Alice andava avanti gattonando. E quando rimaneva bloccata dal peso degli eventi decideva di spostarsi verticalmente. Una volta le avevano spiegato che ascesa e discesa alla fine si somigliavano un po’.

Alice giocava con i segnalibri e i numeri di pagina non sequenziali. Aspettava seduta su un prato stellato un grosso coniglio bianco. Affascinata e distratta dal ricordo delle immagini di quell’universo così diverso dal suo. 

Alice pensava a quanto fosse stato facile vivere, in un solo istante, ciò che altri non sarebbero riusciti a vivere nell’arco di due intere vite.

Quando i battiti del cuore di Alice acceleravano lei non ne perdeva il controllo. Se sentiva il sangue salirgli alla testa sussurrava al destino qualche parola di scuse. 

Sorrideva. Alzava un sopracciglio. E improvvisava. Con l’imbarazzo di chi pensa di poter prevedere i terremoti in autunno, soltanto osservando le foglie cadere.

Alice e il rispetto

2 agosto 2017

Alice temeva quello che immaginava poterle passare davanti agli occhi. Da sola. Seduta sul bordo di un fiume. Per questo preferiva lo specchio, a uno specchio d’acqua.

Alice aveva ascoltato tante storie e non si fidava di quello che può portare la corrente. A volte si fermava all’improvviso, camminando in un sentiero nel bosco. Poi si toglieva le scarpe e attraversava dolcemente il letto di foglie che si formava sotto agli alberi.  

Se qualcuno avesse fermato il tempo per chiederle perché lo stesse facendo, probabilmente lei avrebbe risposto: “Per rispetto.”

Alice adorava le castagne alla brace. Lo stregatto. Le piaceva avere i capelli lunghi. E amava fare lunghe docce nei giorni freddi. Ma non le erano mai piaciute le goccioline di vapore che si posavano sullo specchio. 

Forse perché le impedivano di affacciarsi sull’unico universo che sapeva appartenerle davvero.

Le incantevoli storie di Alice

25 luglio 2017

Alice credeva di amare la lettura più di ogni altra cosa. Ma non avrebbe mai acquistato un libro usato in una di quelle bancarelle del centro. Quelle di piazza del Popolo, o via Cola di Rienzo, a Roma.

In fondo come si può abbandonare così deliberatamente un libro? Non esistono storie che non meritino di essere amate da qualcuno. 

Alice era uno “scontro impari”. Troppo distratta per essere felice. Toppo intelligente per credere di poter trovare ogni risposta. 

Da piccola Alice giocava con le lumache. Quelle che dopo un temporale uscivano nel giardino sotto casa, ed erano tantissime. Eppure non amava i giorni di pioggia. 

Alice credeva che le lumache non fossero lente, ma stanche. Che facessero solo tanta fatica nel trascinare il peso della propria casa. Quello che credeva essere il peso della propria esistenza. Alice le avrebbe volute aiutare tutte.

Ed era pronta a dar loro l’amore di cui non avevano mai sentito il bisogno. 

“Tu, ovunque tu sia. Raccontami una favola. Leggila, rileggila, inventala, sognala. Che sia davvero realtà, o una storia della tua infanzia, non mi interessa. Che sia un aneddoto origliato sui vagoni di un treno, o una delle fiabe di tua nonna, non ha importanza. Raccontami soltanto una storia. In fondo sono tutti aneddoti incantevoli quando qualcuno ha soltanto voglia di ascoltare la tua voce.”

Alice e gli sguardi raggianti

24 luglio 2017

Alice è accigliata, sprecata, confusa. Forse non aveva mai provato a essere davvero dall’altra parte. 

Alice pensava al mare, al vento, alla vela. Pensava ai frustranti inseguimenti di Willie il Coyote e a un universo fatto di relazioni più semplici. A un emisfero opposto fatto di sentimenti. All’infantile desiderio di volare senza il timore di essere predati. 

Alice non sapeva ancora come tornare. Poi finalmente corse in suo aiuto il vento. Insieme alla consolante luce di un tramonto, che saltava fuori da una cospirazione di nuvole lontane. 

A volte ripenso ad Alice. Alla sua bellezza. Alla vita e a quello che decidiamo di farne. All’aleatoria sostenibilità di un universo inventato. Alla leggerezza di un abbraccio. E a quelle espressioni fatte di sguardi talmente raggianti da metterti tranquillità.

L’indomabile Alice

5 luglio 2017

Alice si guarda allo specchio, poi si bagna il viso. 

Come se lavarsi la faccia fosse diventato all’improvviso un gesto troppo facile. Come se si potesse addirittura fare senza chiudere gli occhi. 

Alice fissa il suo riflesso a metà strada. Con la schiena piegata. Affacciata a un’ipotetica zona franca tra questo e l’altro universo. 

Come se tutto quello che c’è al mondo di inspiegabile restasse comunque senza una spiegazione. Eppure diventasse all’improvviso “dominabile”. 

La fiaba

11 gennaio 2010

Stamattina il mio viaggio è al limite tra il metafisico e lo scaramantico..
Come il pifferaio dei fratelli Grimm me ne vado fischiettando impropabili melodie mentre centinaia di gatti neri si accalcano per attraversarmi la strada.. Alle mie spalle un paesaggio distorto fa da sfondo al passaggio di tanti altri animali che si improvvisano protagonisti di nuove interpretazioni fiabesche..
Ci sono cani, ragni, gufi, volpi, pony, scoiattoli.. ma anche pecore bianche che pascolavano fino a ieri su distese verdi al limite dell’urbe civilizzata e che oggi sono qui a reclamare un posto all’interno di una nuova favola..
Credo di sapere il perchè..

Ieri, in una serata all’insegna di piccoli mammiferi saltellanti nel bosco, mi sono perso tra i cirillici libricini una bimba di 5 anni..
“Papà mi leggi una fiaba che mi addormento?”
“Niki ma questi libri sono scritti in russo.. Facciamo un gioco.. Papà inventa una nuova fiaba!!!”

Accompagnato dal sorriso di mia figlia mi sono calato nel ruolo di cantastorie..
Ci sono un mago ed una principessa da salvare.. C’è un cavaliere ed il suo fido orso buono.. Un cavallo alato.. un castello di luce ed un drago ubriaco che crede di essere una renna di Babbo Natale..
Stavolta ho abbandonato il mio sacro furore linguistico sotituendolo con una escalation di buffonerie.. E mentre raccontavo a mia figlia le mirabolanti avventure dell’orso buono.. un brandello di infanzia riemergeva accompagnandomi al limite dei ricordi coscienti..

Mia nonna aveva l’abitudine di raccontare improbabili favole mai scritte.. Ricordo la favola della “Tinca dell’alto mare” o della “Penna dell’uccello grifone”.
Fantastico..
Ero lì ad inventare storie per mia figlia ed un parallelismo magico affiorava con le nenie che dispensava mia nonna..

E’ una nuova tappa del mio inarrestabile sogno.. Continuo a guidare un mio immaginario mezzo di locomozione per muovermi più in fretta tra ricordi e sensibilità.. ed ogni volta però c’è qualcosa che non va a bordo.. Se non rimango senza benzina in mezzo alla strada dei ricordi.. allora sono i freni che non funzionano piú e mi impediscono di rallentare le emozioni..
Sono atrocemente imperfetto..

Niki dorme.. nella sua cameretta c’è un orologio fermo che segna sempre le 5 e 40.. E’ posato su uno scaffale della libreria e due volte al giorno segna l’ora esatta.. Ogni tanto la notte mi sembra di confondere ogni strano rumore con il suo ticchettio..
Perdo qualche minuto guardando attraverso il vetro della mia stanza.. Distinguo a malapena un accennato riflesso del mio viso.. Nella mia camera ci sono infissi che che non riflettono.. fanno stupidamente entrare il freddo ed uscire il caldo..
Vado a letto mentre tutto è in silenzio.. sento un bip regolare.. attenuatissimo.. E’ un gatto delle nevi che manovra in lontananza..
Ogni volta che rileggo ciò che scrivo mi convinco di avere instaurato un rapporto di vera amicizia con il mio passato e lo considero una impresa al limite del sovraumano..
Ora mi sto allenando a fare i conti con il passato di qualcun altro.. Qualcuno che non ci tiene molto a farti entrare nel suo presente..
Prima di addormentarmi cullo la convinzione che sia più facile raggiungere un obiettivo.. se sai di avere qualcuno a cui raccontare poi la tua storia.. Facile come narrare una fiaba inventata a mia figlia..

Gatti, Cani, ragni, gufi, volpi, pony, scoiattoli.. ma anche pecore bianche.. stasera c’è davvero posto per tutti..


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