Archive for giugno 2017

Oltre la porta chiusa

28 giugno 2017

Quello che c’è da sapere di certe persone lo si può ottenere domandando loro quanto siano innamorate. E osservando poi l’espressione che gli si disegna sul volto quando ti domandano “e perché me lo chiedi?”.

Alice confondeva le albe con i tramonti. Li osservava dalla finestra della sua stanza e lasciava che i raggi del sole le marcassero stretto gli occhi. 

Alice sognava e non smetteva un istante di parlare. Anche quando nessuno ascoltava. 

Alice credeva di avere un sacco di cose da dire, ma non alle persone. Voleva comunicare con quella se stessa capovolta che la guardava al di là dello specchio. 

Oltre quegli occhi strani, instupiditi. Oltre quella luce spenta. Oltre quella porta chiusa. Oltre quel baratro di una voragine da sempre aperta.

La stessa persona

26 giugno 2017

Eppure sono convito che, nascosto da qualche parte, esista in noi una sorta di guerriero. Un lato nemmeno tanto oscuro che combatte per noi le battaglie più dure. Un sentimento che nell’ombra, senza ricevere aiuti strategici, si danna l’anima. Qualcosa che difende ogni giorno la nostra esistenza da come vorremmo che non sia. 

Stamattina osservo tutto, ma non so esattamente che cosa sto vedendo davvero. Sfoglio i ricordi. Condivido le sensazioni. Butto giù qualche ipotesi. Fisso allo specchio il protagonista della storia negli occhi, ma ignoro le scene di un film che non c’è e che magari non c’è mai stato. 

Esistono immagini che nessun tempo sarà mai in grado di cancellare. Persone impossibili da sostituire, o dimenticare. E vorrei mandare un messaggio al guerriero dentro, che stamattina sembra abbia preso il comando delle operazioni.

La strada che hai scelto non è mai stata facile. E tante volte non è piaciuta a nessuno. Forse nemmeno a me. Però credo di averlo capito. In fondo, io e te, non siamo altro che la stessa persona. Questo da sempre. Questo da tutta una vita.

 

Buonanotte Alice

20 giugno 2017

Alice era una ragazza attraente. Talmente attraente da resistere alla forza di gravità. Alice apriva spesso la cassetta della posta. Girava la chiave e tutte le lettere cadevano in terra. Tutte le lettere, ma non le parole. Alice buttava solitamente la carta nel cestino della differenziata. 

Ogni tanto, nel campo visivo di Alice, comparivano scarpe da donna, presumibilmente attaccate a una vera donna. Davanti alle vetrine dei negozi alla moda i suoi movimenti acceleravano, ma lei non aveva mai perduto il controllo. 

Si muoveva come per inseguire un coniglio bianco. Sentiva le sensazioni rubargli le migliori espressioni dal viso. Poi sussurrava pensieri e disegnava orizzonti, laddove le piccole emozioni non avrebbero mai trovato spazio. Sorrideva. Alzava spesso il sopracciglio. 

Alice sapeva riconoscere una tela di James Tissot, o un’opera di Basquiat. Ma stentava a riconoscere il suo riflesso che veniva divorato dal tempo. Poi un giorno quel riflesso le parlò ed era il giorno del suo compleanno: “Perché mi stai fissando? Lo fai come se avessi visto qualcosa di molto bello, o di molto brutto.”

“So di averti già visto. E tu non fai lo stesso?”, rispose Alice.

Il riflesso allora si fece di lato. Poi ritornò nella stessa posizione per rispondere ancora. “E dove?”

“In un sogno, eri in molti dei miei sogni.”, disse Alice.

“Conosco scuse più originali per nascondere una verità da non dire. Quella dei sogni la trovo démodé, tu no?”, proseguì il riflesso.

“Forse non eri proprio tu. O almeno, non lo so. Comunque quella ragazza aveva un particolare. Qualcosa che non ho dimenticato. E quel dettaglio lo sto osservando anche adesso. Per questo so che tu sei la ragazza del mio sogno”, esclamò Alice sorridendo.

“Che particolare?”, borbottò l’altra.

“Questo non te lo dirò mai.”, rispose Alice. 

“Hai di nuovo utilizzato un’espressione da non usare con una donna. ‘Mai’ e ‘per sempre’ andrebbero evitati.”

“Eri tu, vero?”, continuò Alice.

Il riflesso sembrò indispettito da tutta quella tracotante sicurezza. “I tuoi sogni sono una tua responsabilità. Se ero davvero lì, vuol dire solo che mi ci hai messo tu. Non potrei dirti molto di più.”

Il riflesso poteva andarsene. Alice avrebbe potuto offendersi, o fingere. Entrambi ora più simili ad avide immagini di rumorosi silenzi. Tra decine di sguardi che si instauravano a terra per impedire giri di giostra gratuiti agli occhi. Il patto era taciuto, il patto era tacere. 

Alice correva già lungo le scale, ma giurò di aver sentito un riflesso lontano gridare: “Non farà mai abbastanza freddo il giorno del tuo compleanno. Ma di tutte quelle emozioni che non fanno dormire, io so che ne vorresti ancora. In fondo ‘torpore’ e ‘sopore’ hanno la stessa radice. E alla fine tutto, ma proprio tutto, si riduce immancabilmente al sonno. Buonanotte Alice.”

Fino all’ultimo

17 giugno 2017

Esistono delle leggi. Quelle scritte in modo cinicamente umano su carta. E poi altre leggi del tutto naturali. Quelle al di fuori di ogni cosa. Quelle intorno a noi. Ci contengono. Ci mantengono e ci determinano. Ma ne esiste anche una del tutto personale. Le legge dentro. Qualcosa che guida il nostro sguardo, che è la nostra mano, il nostro passo. Qualcosa che ci spinge velocemente verso il nostro destino.

Ricordare ha la stessa radice del verbo dare ed è vero. Ricordare la morte può aiutare a dare di più nella vita. Impariamo a contare ogni istante, ma solo alla fine scopriamo che ogni istante conta. “Sarò il vostro angelo custode”, scrive Gloria alle amiche dal ventitreesimo piano di una torre in fiamme. Si contano i giorni, ma anche i minuti, poi all’improvviso si scopre che stanno finendo in fretta. Eppure Gloria non pensa alla morte. Pensa alla vita. 

Scorro l’articolo di Repubblica ed è come se scorressi le ultime immagini di questa tragedia. Il fumo. Il crescente silenzio. Solo un rumore, ma nella testa. Ne ho tratto un invito a osservare il mio modo troppo superficiale e frettoloso di vedere la vita. Come se ad un tratto qualcuno mi dicesse: aspetta, fermati un momento. Guardati intorno. Guarda di cosa tu fai ancora parte. E non dimenticarlo mai. Fino all’ultimo.

Alice non danza più

13 giugno 2017

Alice voleva danzare. Voleva più luce dentro e fuori di sè. Per i pensieri giusti. Per i movimenti giusti. Anche se non conosceva affatto i tempi giusti. Però non era mai stato così importante.

Alice danzava. Lo faceva con gli occhi aperti. Aperti come nessun altro. Le iridi dilatate sottraevano luce a ciò che rimaneva del tempo.

Alice era pura matematica.

Alice era incantevole dinamica.

Alice ridisegnava la mimica dei cieli.

E avrebbe fatto qualsiasi cosa per non ferire la persona a cui stava restituendo gratitudine. 

Alice danzava tentando di ricordare chi fosse. Poi un giorno, inevitabilmente, si accorse di essere costretta a deludere. A danzare solo nella sostanza. Ad accorciare i tempi di lettura.

E mentre tutti, ma proprio tutti, cercavano di imitare Alice.

Alice chiuse gli occhi e decise di non danzare più.

Iceberg

11 giugno 2017

Quello che mi è mancato in tutti questi anni è stata una vera seconda occasione. Oppure non ne ho mai saputa riconoscere una degna di chiamarsi tale.

Una volta ho scritto che non si può essere processati due volte per lo stesso reato, allora perché si può commettere due volte lo stesso errore? L’illogicità è un fattore davvero umano.

Forse bisognerebbe prendere esempio dai pini e rispondere con la resina. Oppure dalle porte di casa e rispondere con gli spigoli. O magari fare come gli accendini in prestito. Sparire del tutto per ricomparire un giorno nelle tasche di una giacca a caso.

Seguire l’esempio del mare di Ross e staccarsi come un’enorme massa di ghiaccio.

In fondo il nostro modo di vivere somiglia allo sciogliersi di un enorme iceberg. Un gigante che prima di esaurirsi risale completamente in superficie. Come uno di quei ricordi che credevi dimenticato per sempre.

E per fortuna poi ci sono gli amici che il ghiaccio lo mettono solo nello spritz. 

Alice guarda i gatti

8 giugno 2017

Alice non si osserva più attraverso lo specchio. Magari lo fa per evitare paradossi temporali, o forse sente addosso la nettezza del suo lento arrugginire. Lo sguardo da bambina che si perde nelle pieghe del tempo. Il sorriso che le rimane ossidato sotto la lingua. 

Alice guarda i gatti e li rincorre alla ricerca dell’inevitabile. Lei porta sempre troppo con se e non lascia molto altro per cui varrebbe la pena tornare indietro. Alice è convinta che solo gli arrabbiati, i sofisti e i codardi ci riescono. A tornare indietro intendo.

Alice spera che, voltando le spalle allo specchio, tutte le parole gridate si esauriscano in un solo istante. Ma dalla finestra le vede appollaiate sui tralicci dell’alta tensione. E le scariche elettriche non hanno lo stesso rumore che avrebbero avuto i silenzi. Quelli necessari a sostituire le parole. 

Chissà se, dal punto di vista della rotazione terrestre, Alice sa di girare intorno al sole. E insieme al sole, intorno a chissà cosa. È un romanticismo ellittico. Che poi a guardare troppo gli specchi si finisce col confondere il dentro con il fuori. E la notte non si dorme più. 

Vie di fuga

6 giugno 2017

Il bruco credeva che l’amore fosse ovunque, così ogni giorno guardava sotto le foglie. Dietro ai sassi. In cima agli alberi. Ma non trovava nulla.

Il bruco faceva domande. Quelle che ti fanno sentire a disagio. Ed era convinto che mettendo una lettera maiuscola all’inizio delle parole, un giorno sarebbe potuto volare via. 

Il bruco non conosceva le linee di prospettiva, quelle che si irradiano dal punto di fuga. Eppure erano state sempre lì, proprio davanti ai suoi occhi. Gli sfrecciavano accanto richiudendosi dietro la testa.

Un giorno il bruco prese una mano e se la mise sul cuore, poi ti disse: “Conta. Ci dividono i battiti di cuore e tutti quei millimetri d’acqua sufficienti a farti annegare”. Poi sorrise. Chiuse gli occhi. E divenne farfalla, prima che qualcuno potesse mai arrivare a cento.

Indispensabile alla vita

3 giugno 2017

A casa preferisco la luce soffusa. Scelgo di illuminare i particolari. In fondo ciò che uno spazio ha da dire lo può anche raccontare attraverso la penombra. 

Esistono silenzi giusti per sentire. Assenze adatte per abbracciare davvero e oscurità perfette per osservare meglio. Per cogliere i significati nascosti della vita.

Penso al riorganizzarsi millimetrico di quello che sono da quello che ero, e non so esattamente cosa ricorderò domani. Troppe suggestioni tutte insieme. Eccessi di luce che accecano una quotidianità confusa, ma comunque indispensabile alla vita.

La durezza delle parole

1 giugno 2017

Mi faccio troppe domande. Purtroppo sono quello che sono e non potrei assolutamente fare a meno di esserlo. Non riesco a cambiare il mio modo di considerare le cose. A volte guardo anche il mio modo di guardare. 

La mente umana è una prigione fatta di pareti nude. Di squallide serrature arrugginite. Un deposito provvisorio di ricordi e scheletri che non entrano più nell’armadio. Che stanno lì finché qualcuno non se li viene finalmente a prendere. 

Ciò che però la mia mente ignora è lo sguardo e non quello che vedono i miei occhi. Lo sguardo è qualcosa di naturale e silenzioso. E non ci siamo, anzi non mi sono mai abituato davvero alla natura e al silenzio. 

“La durezza delle parole”, la chiamavi così tu. La durezza delle parole che è come la durezza del corpo. Un pensiero bloccato. La fine di tutte le cose. Ancora preferisco portarmi dentro il dubbio che forse non sia così. Il dubbio è quanto di più sincero e vicino a quello che sento oggi. 
Ignoro dove tu sia. Ma la vita è vita e non so davvero cos’altro potrebbe mai essere. Inutile sorprendersi che ognuno abbia la sua.

Sono già sulla via del ritorno di quello che ho scritto e osservo il sole che gioca sul profilo di alcune parole. Mi sembrano ancora più belle. Ma non per questo più giuste.

È la vita che si muove e mi trasforma. È quel soffio di luce gonfio di futuro. Sono le nuove avventure che cominciano, le nuove sfide, le nuove idee, il repentino e frequente cambio di orizzonti. 

“La durezza delle parole”. Ho lo spietato sospetto che questa fede nella scrittura sia il mio vaccino contro quegli scheletri che mi porto dentro. Che sia il solo modo che conosca per trasformare in accettabile l’inaccettabile. Ma non posso condividere una fede così certa. Posso limitarmi a condividerne la speranza. 

Stamattina percorro lentamente le strade del ghetto e non so perché, ma guardo in alto. E non il cielo. Guardo il cornicione della scuola e poi il palazzo di fronte, quello più antico. Quello che rappresenta meglio la mia amata Roma. Ascolto con gli occhi le parole che scrivo e che conosco a memoria. Ma non è mai stato silenzio e ogni tanto lo ripete anche lo stomaco al cuore. 


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