Buonanotte Alice

Alice era una ragazza attraente. Talmente attraente da resistere alla forza di gravità. Alice apriva spesso la cassetta della posta. Girava la chiave e tutte le lettere cadevano in terra. Tutte le lettere, ma non le parole. Alice buttava solitamente la carta nel cestino della differenziata. 

Ogni tanto, nel campo visivo di Alice, comparivano scarpe da donna, presumibilmente attaccate a una vera donna. Davanti alle vetrine dei negozi alla moda i suoi movimenti acceleravano, ma lei non aveva mai perduto il controllo. 

Si muoveva come per inseguire un coniglio bianco. Sentiva le sensazioni rubargli le migliori espressioni dal viso. Poi sussurrava pensieri e disegnava orizzonti, laddove le piccole emozioni non avrebbero mai trovato spazio. Sorrideva. Alzava spesso il sopracciglio. 

Alice sapeva riconoscere una tela di James Tissot, o un’opera di Basquiat. Ma stentava a riconoscere il suo riflesso che veniva divorato dal tempo. Poi un giorno quel riflesso le parlò ed era il giorno del suo compleanno: “Perché mi stai fissando? Lo fai come se avessi visto qualcosa di molto bello, o di molto brutto.”

“So di averti già visto. E tu non fai lo stesso?”, rispose Alice.

Il riflesso allora si fece di lato. Poi ritornò nella stessa posizione per rispondere ancora. “E dove?”

“In un sogno, eri in molti dei miei sogni.”, disse Alice.

“Conosco scuse più originali per nascondere una verità da non dire. Quella dei sogni la trovo démodé, tu no?”, proseguì il riflesso.

“Forse non eri proprio tu. O almeno, non lo so. Comunque quella ragazza aveva un particolare. Qualcosa che non ho dimenticato. E quel dettaglio lo sto osservando anche adesso. Per questo so che tu sei la ragazza del mio sogno”, esclamò Alice sorridendo.

“Che particolare?”, borbottò l’altra.

“Questo non te lo dirò mai.”, rispose Alice. 

“Hai di nuovo utilizzato un’espressione da non usare con una donna. ‘Mai’ e ‘per sempre’ andrebbero evitati.”

“Eri tu, vero?”, continuò Alice.

Il riflesso sembrò indispettito da tutta quella tracotante sicurezza. “I tuoi sogni sono una tua responsabilità. Se ero davvero lì, vuol dire solo che mi ci hai messo tu. Non potrei dirti molto di più.”

Il riflesso poteva andarsene. Alice avrebbe potuto offendersi, o fingere. Entrambi ora più simili ad avide immagini di rumorosi silenzi. Tra decine di sguardi che si instauravano a terra per impedire giri di giostra gratuiti agli occhi. Il patto era taciuto, il patto era tacere. 

Alice correva già lungo le scale, ma giurò di aver sentito un riflesso lontano gridare: “Non farà mai abbastanza freddo il giorno del tuo compleanno. Ma di tutte quelle emozioni che non fanno dormire, io so che ne vorresti ancora. In fondo ‘torpore’ e ‘sopore’ hanno la stessa radice. E alla fine tutto, ma proprio tutto, si riduce immancabilmente al sonno. Buonanotte Alice.”

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