Archive for marzo 2019

Dietro Castel S. Angelo

31 marzo 2019

E quindi? Quindi niente. Mi chiedo solo dove siano finiti tutti i sorrisi. Dove si è andata a nascondere la mia ironia.

Ogni tanto la vedo fare capolino. Sporgere da una qualche tasca. Temporaneamente perduta come gli accendini di plastica colorati.

Stasera ho intenzione di rubare la luna. A fin di bene, intendo. Ma non ditelo a nessuno. Ai lunatici soprattutto. Ai passanti solitari e a tutti quello che ci vedono riflesso un sentimento.

Ruberò la luna e me ne starò li a sentirvi giudicare in tutte le direzioni. Lui è uno sbadato. Lui è disattento. Lui è solo un multiplo di se stesso. Un incauto idiota. Un bugiardo.

Per questo continuerò a rubare. Per ritrovarmi perso nei vostri giudizi. Ancora e ancora. Ruberò l’orecchio a chi non vuole sentire. L’occhio al padrone. La logica alle scelte giuste. Il tempo a chi non ne riconosce il valore.

Ruberò la valigetta dei colori. Delle albe e dei tramonti. Dei “ti amo” frettolosi e di tutti quegli accidenti mandati, ricevuti e mai contabilizzati.

È stata una notte alcolica, quasi tossica. Senza luna il Tevere rifletteva una luce strana, tremolante, irreale. Una luce perfetta per costringerti in un angolo, sotto a un lampione. Quello in fondo alla solita strada che porta dietro Castel S.Angelo.

Quella che deve ancora arrivare

27 marzo 2019

Alice? Alice era una di quelle donne che quando ti guardava negli occhi era capace di farti scontare i tuoi peccati, fino alla decima generazione.

Lei poteva edificare un pensiero iniziando dal tetto, perché tanto era inutile sognare partendo delle fondamenta. Verbi come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere.

Non che non ci fosse spazio anche per altri verbi. Era solo che serviva fare un’attenzione chirurgica per non appoggiarsi sempre e unicamente alla speranza di fare le cose giuste.

Alice diceva che la letteratura non era fatta per vendere, ma per appagare i sensi. Diceva che per guadagnare bastava scrivere come Fabio Volo. Poi un giorno improvvisamente lei smise di leggermi.

Alice spesso accarezzava un gatto e sorrideva. La pelle delle mani era chiara e il felino appagato socchiudeva gli occhi. Era felice. Ricordava storie della Sicilia e di Monmatre a Parigi.

Intanto i pensieri le scorrevano via, come scorre il traffico lungo il raccordo anulare. In fondo succedeva sempre e succede anche stasera. Come tutte le sere. Come una vita fa, o una vita che nessuno immagina e che deve ancora arrivare.

#non mi arrendo

25 marzo 2019

Non mi arrendo al tempo che si scompone, ai sogni che non si realizzano, ai rapporti umani che nascono e terminano senza un motivo.

Non mi arrendo all’esistenza, alle coincidenze che logorano, alle cattive amicizie, alle apparenze e alle banalità.

Non mi arrendo ai facili entusiasmi e all’ironia inopportuna che sa di tappo, al falso perbenismo acido come la birra calda e alle lezioni di vita impartite da chi di vita non sa un bel niente.

Non mi arrendo davanti a tutta questa indefinita e labirintica incomunicabilità, davanti alla camaleontica solitudine di certi momenti.

Non mi arrendo all’invidia delle persone che dovrebbero volerti bene e a chi ti tradisce nascondendosi dietro a patinate e spontanee complicità.

Non mi arrendo ai fatti e ai misfatti di questa esistenza, talmente assurda da non sembrarlo nemmeno più.

Non mi arrendo di fronte alle pagine bianche del secondo libro che forse non riuscirò mai a finire.

Non mi arrendo davanti ai miei indugi, alle mie insicurezze, a quel vagheggiare di pindariche idee e illusori pensieri che non sarò mai in grado di tradurre in realtà.

Non mi arrendo davanti a chi tenta di schiacciarmi la testa e non sa di poter essere schiacciato a sua volta.

Non mi arrendo alle implacabili emicranie, alle centinaia di aspirine mandate giù in questi anni e a tutti quei giudizi ingoiati e mai digeriti.

Non mi arrendo al sonno alieno di questa mattina, anche se come ogni mattina mi alzo e mi accorgo di non avere un piano per cambiare il mondo.

Non mi arrendo mai, davanti a niente e nessuno, tranne che allo sguardo luminoso e innocente di mia figlia.

Libero

19 marzo 2019

Il primo giorno Dio separò la luce dalle tenebre. Per Alice invece ogni giorno era luce. Ogni notte era tenebre. Fatta eccezione per quelle sere da ricordare, quelle con la luna smussata. Come stasera.

Dalla terrazza Alice la vedeva conquistarsi il suo spazio attraverso il buio sopra la piazza. Jep provò a distrarla con uno sguardo, poi con qualche smorfia. Lungo il profilo di quella donna traspariva l’inesorabilità della perfezione.

Intanto il tempo declinava il silenzio al passato, lasciando lo spazio al brusio dei passanti sulla piazza. La grande bellezza. La luce. Il buio e tutto ciò che non può essere pronunciato, si perse nell’azzurro degli occhi di Alice e nell’imbrunire incerto di un lunedì amaro.

Non poteva essere che così. All’alba del suo cinquantesimo anno di vita Jep si era reso conto che un uomo è uomo solo quando è lasciato libero di essere quello che è.

Una porta da sbattere

9 marzo 2019

E poi finalmente fai piazza pulita degli opportunismi. Dei dilettantismi. Dei falsi amici. Delle conoscenze con la data di scadenza. Dei pregiudizi e dei giudizi.

Rimangono solo le righe che tiravi sul foglio prima di calcolare il totale. Sempre e comunque a tuo favore.

Quello che mi piace della rabbia gridata è la sua verità. Il suo essere presente. Il suo astenersi da ogni controllo. La rabbia gridata non fa prigionieri. Non promette futuro. Non guarda al passato. Gli basta il presente e una porta da sbattere.

#alta marea negli occhi

2 marzo 2019

Le sensazioni positive, le frasi scritte, cancellate, sussurrate, gridate, dette e contraddette.

Le immagini colorate, le impressioni sbagliate, le decisioni affrettate, gli sguardi non ricambiati e i sogni ad occhi aperti.

La irrinunciabili curiosità, le deduzioni geniali, gli aggettivi inventati, gli avverbi e gli ossimori. Le figure retoriche, i verbi all’infinito, la punteggiatura, le dichiarazioni, gli intenti, le certezze, le paure, le frustrazioni, le fragilità.

E poi la gioia, i faccini tristi, i sorrisi sinceri, gli scheletri nell’armadio, le camice stirate, i jeans strappati, il sesso spinto, gli abbracci forti, la musica di nicchia, i libri, le mani nelle mani e le mani sugli occhi.

Speravo che tutto questo mi avrebbe trasmesso la serenità di cui ho bisogno. Ma ho costruito un castello di sabbia e parole, da guardare con l’alta marea negli occhi.


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