Posts Tagged ‘La prigione dei ricordi’

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

Prima di prendere sonno

2 ottobre 2017

“C’era una volta un dio onnipotente e buono che viveva solo soletto in uno spazio vuoto. Era un nulla freddo, insondabile e cosmico.

Davvero stanco di tutto questo niente, decise un giorno di creare un universo infinito e di lasciarlo a se stesso. Scelse poi di non interferire. Di starlo a guardare. Insomma, per qualche motivo, quel dio aveva deciso di non dare ad alcuno la prova scientifica della sua esistenza.”

“Ma papa scusa…” È Nicoletta che mi interrompe. “Perché mai un dio buono sceglierebbe di starsene in disparte dopo aver creato tutto questo? E chi pensa poi alle guerre? Alle ingiustizie? Alle catastrofi? Alle persone cattive? E chi ascolta le preghiere di nonna?”

“Non lo so amore mio.” Le rispondo sorridendo. 

“Dio è da sempre una questione di fede. E la fede va ben al di là di ogni storia raccontabile e verificabile. Io non so se esista un qualche dio. Da quanto esista, o se magari l’abbiamo solamente creato noi per non sentirci così piccoli davanti a tutto questo sconfinato universo. 

So solo che probabilmente farei molta fatica a vivere in un posto dove posso avere la prova che un Dio non esiste.”

“È vero. Nemmeno io ci vorrei stare papà.” Sussurra Nicoletta stropicciandosi gli occhi. 

“Ma come facciamo a sapere che non è una bugia? Io so che non esiste il demone sotto al letto. Ho anche scoperto che babbo natale sei tu. Ti ho spiato sai? Ma un dio? Come si può fare? Ci vuole una prova.”

Mia figlia mi sta guardando come si osserva un’alba. E io mi rendo conto di quanto il suo sorriso sia la mia unica religione.

“Amore tu vuoi bene alla mamma?”

“Si papà. Io gliene voglio tantissimo di bene.”

“E se ora papà ti chiedesse di dargli una prova? Lo prenderesti o no per matto?”

Le sue parole se ne stanno in equilibrio sulle labbra per qualche istante prima di andare a occupare tutto lo spazio possibile.

“Forse ho capito, papà! Me la racconti un’altra storia? Quella della lumaca?”

“Mmmh! Quella mi mette nostalgia! Ti racconto la storia di un monaco? È noiosa e fa addormentare!”

Mi guarda. Mi strizza gli occhi. Adoro l’incanto di quel sorriso. Vale più di qualsiasi si.

“C’era una volta un frate francescano. Si chiamava Guglielmo. Fra’ Guglielmo di Okham. 

Lui credeva in un dio cristiano senza il bisogno di alcuna prova, ma era anche certo della profonda fallibilità degli uomini. Dei papi. Degli imperatori. E dei papi imperatori in particolare.

“Fallibilità, è quando non sei onnipotente, vero papà?”

“Non esattamente, piccola. L’onnipotenza non implica il ‘riuscire sempre a fare delle cose buone’ per esempio. Quindi anche un dio, sotto un certo aspetto, è fallibile. E se sei fallibile è statisticamente probabile, anzi quasi del tutto certo, che prima o poi farai qualcosa di sbagliato.”

“Fra’ Guglielmo scrisse cose forti per quei tempi. Il medio evo era un posto brutto dove le persone venivano uccise per un pensiero. Lui mise in dubbio lo stato pontificio. Disse che un papa non può attribuirsi alcun potere, né temporale, né spirituale, giacché la sola possibilità per l’uomo di salvarsi…”

“…deriva dalla grazia divina. Ma questa è un’altra storia per la mia piccola orsetta stanca.”

Eccoli qui. I suoi occhietti chiusi. La serenità in persona. Una bimba che dorme proiettata chissà dove nel sonno. Forse in un universo diverso. E un papà che la osserva pensando che non esista niente di più bello al mondo. E poi Fra’ Guglielmo mette sonno.

A me non sono mai bastati pochi minuti per lasciarmi andare. Per sprofondare in quel posto meraviglioso. Il mondo visto da dietro le palpebre. 

Da bambino mi addormentavo ascoltando storie, o in alternativa contavo pecorelle. Oggi invece sono i lupi a saltare lo steccato e non tutti vengono con le migliori intenzioni.

Per questo ogni tanto perdo il conto e devo scrivere un po’ prima di prendere sonno.

Non finiscono mai

1 ottobre 2017

A volte mi sento come una di quelle macchinette dove qualcuno tenta di infilare 2 euro per provare a ricevere in cambio un inutile pupazzo. Quelle che si trovano all’ingresso dei supermarket. Quadrate. Metalliche. Quelle con il braccio meccanico e soltanto una possibilità di portarlo sulla perpendicolare giusta.

“Lo sai? Leggo ciò che scrivi. Sembri un condannato in attesa della sua punizione.”

“Smettila Alice! Aspetto soltanto!”

“Che cosa? Il momento giusto? La mamma dal cielo?”

“Casomai la manna. E comunque no. Attendo che finiscano le parole.”

Alice sorrise. “Allora ti rivelo un segreto Gianlu. Le parole sono come i pensieri. Non finiscono mai.”

Eravamo solo apparentemente simili io e lei. Ci distinguevano gli universi dove siamo cresciuti. Il tempo impiegato a prendere una qualsiasi decisione. E i centimetri che mancavano a toccare il soffitto con un dito. 

Io salivo sul letto e cominciavo a saltellare. A lei bastava chiudere gli occhi e immaginare di farlo. Ma c’è una differenza profonda tra immaginare di fare qualcosa e le sensazioni generate dall’aver fatto. Se non fai, poi non puoi descriverlo.

Credo che la potenza delle parole sia il risultato dell’equazione: numero di persone che davvero ci crede, fratto il numero di persone che poi decide di citarle in un social network.

Se la vita fosse un tentativo di rapina a mano armata, io sarei la telecamera puntata sul reparto frutteria. Quella che ti avvisa soltanto se ti stanno rubando il mango.

C’è solo una cosa che non capisco

25 settembre 2017

Un capitano Akab, ogni mattina, sogna traguardi impossibili e interminabili viaggi. Una balena bianca invece si sveglia e basta. La balena non si sente mai affondare. Anzi, scendere in profondità a volte vuol dire salvezza.

In ogni uomo esiste una parte sommersa e una parte che si vede. Anche da lontano. E in ogni cosa, o persona, è la parte che non si vede quella in grado di fare danni. Di squarciare senza saperlo.

Il tipo è seduto di fronte a me. Avrà circa 50 anni. Un bell’uomo, ben vestito. Una valigetta per il Pc sulle gambe. Un iphone7 acceso. Parla a voce alta, anche se non altissima. Dice che c’è solo una cosa che non capisce, ma non riesce a comunicarlo. Forse perché dall’altro lato hanno troppo da parlare. 

Lui pensa che sarebbe meglio inserire la parola “serie”, sopra la scritta IMMATURI, ma va messo tutto in minuscolo. L’allegato però non riesce a vederlo, perché il programma non si apre sull’iphone7. 

Sento il devastante bisogno del parere di un altro passeggero. Magari basterebbe chiedere alla Monica. Milanese conclamata che chiacchiera da 5 minuti sulla poltrona della fila opposta. Parla e tiene le gambe allungate verso il centro del vagone. Belle gambe davvero. 

La gente però deve scansarsi e fare il passo lungo, perché quelle gambe rimangono distese. No che non è maleducazione. È solo che ogni tanto uno si sente il mondo come fosse casa sua. E probabilmente lei crede di trovarsi sul suo divano in salotto. Embè? Meglio lì che altrove, mi dico. 

Ironia.

I passeggeri intanto saltellano nel tentativo di raggiungere il proprio posto. E finalmente parte il suo commento ad alta voce: “Non capisco per quale motivo uno che ha un biglietto di un vagone diverso salga dal davanti? Ma che hanno in testa? Cenere?” 

Sarcasmo. 

Il treno parte con due minuti di ritardo. Durante il viaggio le sue gambe non possono estendersi oltre. Quindi la si vede e la si sente ravanare parole sconnesse dal cervello. Tutte un po’ a caso. Sbadiglia, sbuffa, sospira. Tutto in stereofonia. 

Intanto ho scoperto che il signore di prima fa il regista. È Paolo Genovese. Già, proprio quello di “Perfetti Sconosciuti”. 

Adesso l’allegato si apre. Lui voleva intendere con quel “c’è solo una cosa che non capisco”, di non aver ben chiaro chi avrebbe curato il casting della sua nuova serie televisiva. E che avrebbe preferito dirigere volti nuovi, magari gente presa in strada. Ecco, ora che ho scoperto l’arcano mi sento più sereno. Posso lasciarlo alla sua storia e magari proseguire la mia.

Materia. Antimateria. Origine della vita. Universo. Cancro. Neutrini. Quello che mi comunica Magritte con “Gli Amanti”, o il perchè Van Gogh abbia venduto un solo e unico quadro in vita. E che dire della testa di Trump?

No.”Non c’è solo una cosa che non capisco.” Sono tante. Troppe cose. 

Provo a sussurrarlo a mezza bocca. Che senso di sicurezza che dà quel “solo” detto così. Strisciato tra i denti, con una esse più lunga della S dei supermercati brianzoli.

Superato lo scoglio affiorante di quella esse, tutto è saputo. “Non c’è sssssssolo una cosa che non so.”

Le altre? Le so tutte? I neutrini, i vegani, i capitani Akab che inseguono balene. O altri che cozzano contro iceberg e scogli. E i tornado? Gli uragani? Dove finiscono i palloncini e i calzini spaiati? E i fondi raccolti con gli sms solidali? 

Ironia e sarcasmo.

Che poi, alla fine, non ho nemmeno capito se è la scritta “IMMATURI”, o la parola “serie”, quella che va riportata in minuscolo.

Alice e le foglie 

3 settembre 2017

Alice andava avanti gattonando. E quando rimaneva bloccata dal peso degli eventi decideva di spostarsi verticalmente. Una volta le avevano spiegato che ascesa e discesa alla fine si somigliavano un po’.

Alice giocava con i segnalibri e i numeri di pagina non sequenziali. Aspettava seduta su un prato stellato un grosso coniglio bianco. Affascinata e distratta dal ricordo delle immagini di quell’universo così diverso dal suo. 

Alice pensava a quanto fosse stato facile vivere, in un solo istante, ciò che altri non sarebbero riusciti a vivere nell’arco di due intere vite.

Quando i battiti del cuore di Alice acceleravano lei non ne perdeva il controllo. Se sentiva il sangue salirgli alla testa sussurrava al destino qualche parola di scuse. 

Sorrideva. Alzava un sopracciglio. E improvvisava. Con l’imbarazzo di chi pensa di poter prevedere i terremoti in autunno, soltanto osservando le foglie cadere.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

Quanto basta

15 gennaio 2015

È assolutamente devastante il senso di provvisoria impotenza di stamattina.
Le mie sembrano le limitate capacità mentali di un bimbo che si addormenta e non vuole mollare il suo giocattolo.
Un bimbo illuso che in realtà non ha ancora compreso bene le regole del gioco e che non sa quanto velocemente ogni suo sforzo sarà presto vanificato dal sonno.
Ho da sempre raccolto, condensato e scritto emozioni semplicemente immaginando. Ho disegnato improbabili costellazioni di pensieri senza mai guardare veramente il cielo.
Ho imparato soffrendo che il cuore batte tanto anche senza correre, ma che non puoi comunque fermarti.
Che c’è sempre un treno che parte più tardi di quello che avevi intenzione di prendere, ma è un treno da prendere ugualmente, anche se in corsa.
Questa vita, a qualsiasi livello, è una continua e compulsiva corsa contro il tempo.
Rincorriamo obiettivi irraggiungibili, amori impossibili, passioni inesprimibili, ma in realtà stiamo solo fuggendo. Semplicemente e comunque, si corre.
E di certo c’è solo che fermarsi a rifiatare corrisponde ad accettare un grande dubbio.
Se rallenti ricordi. Se acceleri dinentichi.
Ma se ti fermi per riposare qualcuno ne approfitta per rubarti qualcosa nel sonno e il pasto caldo non ha mai il sapore che ti aspettavi.
Oggi sono più stanco del solito. Ma so che il mio errore più grande questa volta sarebbe rallentare ancora pensando magari di approfittare di questa apparente quanto illusoria tranquillità. Quella naturalezza di pensieri che è tale solo nell’infantile semplicità di un bambino. O nell’occhio di un ciclone col nome di donna.
Non sono più quel bimbo che credevo. Nella vita tutto scorre. Anche la vita stessa.
Se mi siedo sulla riva di un fiume ad aspettare il cadavere del mio nemico rischio solo di vederlo risalire le acque come il più abile dei salmoni.
In passato nessuno si è mai preoccupato di cio’ che mi uccideva veramente.
Quando mi sono fermato un attimo a scrutare un orizzonte ho sempre trovato chi, guardandomi negli occhi, si è preso tutto cio’ che ero, come se fosse una cosa dovuta. Un debito mai sottoscritto da saldare comunque e subito.
Succede quando una persona ti volta le spalle e te ne rimani lì come uno di quei pasticcini dal sapore creativo che alle festicciole non mangia mai nessuno.
E pensare che mi ero solo distratto un attimo a guardare un orizzonte e guarda che casino è successo.
Oggi il collo fatica sotto il peso di una testa colma di dubbi e incertezze.
Continuo a scavare con l’incoscienza di chi non ha mai trovato tesori, ma ho la determinazione e la consapevolezza di chi crede solo di aver cercato nel posto sbagliato.
Questa mattina le mie mani combaciano con quella di una bambina ancora assonnata.
Un incubo, pochi spiccioli di sonno e il sorriso di mia figlia è tutto quello che mi rimane di questa assurda nottata. È poco lo so, ma è quanto basta a un uomo stanco per rimanere ancora in corsa.

Libri da Scoprire 2013

1 giugno 2013

Presentazione a Libri da Scoprire 2013 de “La Prigione dei Ricordi” di Gianluca Marcucci

30 maggio 2013

“La Prigione dei Ricordi” è il titolo del tuo primo libro, una storia ambientata a Roma e che inizia con un frammento di poesia tratto da un diario misterioso. Allora Gianluca, il tuo romanzo sembra davvero somigliare a una favola.

Per scrivere una storia si parte sempre da un’idea, da un’immagine e poi si comincia con un “c’era una volta”. Da questo punto di vista si può dire che ogni scrittore racconti sempre una favola.
Nel mio caso si parte con un brano tratto da un diario scritto Mario Tagliaferri, il padre del protagonista. Cosa c’è scritto in quel diario? In che modo tutto questo coinvolgerà i protagonisti? E da qui che inizia la nostra storia, condita da un pizzico di soprannaturale e rapidi cambi di scena.

Se ti chiedessi di riassumerne in breve la trama?
Luca Tagliaferri è uno scrittore che dimentica il suo passato a causa di un terribile incidente stradale che lo costringe al coma.
I suoi ricordi non sono però cancellati del tutto, ma giacciono nascosti in un angolo remoto della sua coscienza. La sua mente si trasforma così nella “prigione dei ricordi”. Una cella pensante in un corpo immobile. Una prigione nella prigione.
Nella testa dello scrittore frammenti del passato riemergono confondendosi con la trama del suo ultimo libro che lui scambia per realtà. Ne esce un universo parallelo dove Luca si trasforma al tempo stesso da autore a personaggio principale della storia. La trama della sua opera incompiuta si sovrappone a quel passato che lui tenta di ricordare e Luca rimane attaccato alla vita solo grazie al suo romanzo e all’amore per sua figlia, ma è comunque bloccato in un altrove oscuro che lui stesso ha contribuito a creare.
L’unica via di fuga sembra sia ricordare ed è una prova d’amore. Un viaggio lungo, insidioso, che ha comunque per meta il punto di partenza.

Hai parlato di amore, un argomento trattato e ritrattato eppure sempre attuale nel tempo. Tu cosa pensi dell’amore?
Che da misura all’età che si ha. E’ quindi una sorta di termometro.
Quello però di cui si parla nel mio romanzo è un sentimento diverso, una forza che si mostra inarrestabile anche davanti a un ostacolo inamovibile. L’amore assoluto e incondizionato di un padre per la propria figlia.

Nel tuo libro ci parli del destino, anzi. Gli dai il volto di uno dei personaggi più importanti della storia. Sei un imprenditore, ma anche un giocatore di poker sportivo, qual è nella vita di tutti i giorni il tuo rapporto con il destino?
La vita è una strada lungo la quale ci si muove in un tempo finito. La maggior parte di noi affronta ogni giorno la quotidianità nel dubbio di cosa sia giusto e cosa non lo sia, per questo si sceglie, migliaia di volte, anche in situazioni che possono sembrare ricorrenti, abitudinarie o stupide come una partita di poker. Questo però non basta a fare andare le cose come vogliano che vadano. Non basta prendere la decisione giusta perché a infinite scelte corrispondono altrettante infinite e incontrollabili casualità. Siamo portati a chiamarle destino o sfortuna se sono negative e provvidenza o fortuna nel caso si traducano in un fatto positivo. Insomma al destino va data la giusta considerazione, ma spesso ci mettiamo del nostro e usiamo il destino come scusa per giustificare un errore che potremmo non commettere.

Un esempio?
Be’, allacciarsi le cinture. Sempre. Non fa la differenza se un asteroide colpisce la tua auto, ma in caso di incidente può essere fondamentale.

I personaggi della storia hanno tutti qualcosa che sembra ricondurli alla tua vita reale. Insomma, Luca Tagliaferri nasce il tuo stesso giorno. Goffredo, Nicoletta, Luca, esistono davvero o sono semplicemente frutto della tua fantasia? E se tutto è frutto della tua fantasia, come si fa a costruire i discorsi e i comportamenti di qualcuno che non è mai esistito senza utilizzare qualcosa di se stessi?
Nel romanzo è sicuramente dominante l’elemento soprannaturale, ma sono le coincidenze con la realtà a trasportare il lettore fino alla fine. C’è molto di Gianluca nel Luca della Prigione dei Ricordi: ma è un Gianluca sfumato e ambiguo, lo stato di coma in cui precipita il personaggio principale sembra quasi un’allucinazione dello scrittore.
E poi c’è il diario di Mario Tagliaferri, una raccolta di pensieri di un uomo geniale e imperfetto.

Qualcosa che potrebbe far pensare al tuo blog?
Esatto. Potrebbe essere la trasposizione del mio blog all’interno del racconto, visto che poi l’idea stessa del libro nasce tra le righe della mia pagina su internet.
Nel romanzo ho cercato di descrivere i personaggi con tutta la sensibilità possibile. Per questo li ho idealizzati e confusi con la realtà. Prendendo come esempio le persone che più amo. Credo che a molti lettori capiterà di riconoscersi o riconoscere una persona cara in Luca, Nicoletta e Goffredo Fidani.

Qual è tra tutti i personaggi del romanzo quello a cui ti senti più legato e perché?
Che cosa risponderebbe un padre se qualcuno gli chiedesse: dei tuoi tre bambini, quale preferisci? Sono tutti ugualmente importanti, i personaggi che ho inventato, compreso il destino. Non ne rinnegherò nessuno.

Io ho ovviamente letto il tuo libro e ho notato una particolare cura per linguaggio e le figure retoriche. Ecco, secondo te quanto è importante oggi lo stile nella stesura di un romanzo?
Io parto sempre dal presupposto che una buona storia sia sempre una buona storia, a prescindere dallo stile. Poi però bisogna anche tenere conto del pubblico a cui ci si vuole rivolgere. Più il romanzo è commerciale, più il linguaggio utilizzato deve a mio avviso essere semplice.

E il tuo romanzo è commerciale?
Non direi. Nella Prigione dei Ricordi ci sono figure retoriche complesse e c’è anche tanta filosofia. Credo di aver usato un linguaggio semplice nel limite di quanto la semplicità potesse consentire la descrizione dell’universo gotico in cui precipita il protagonista.
Prima di cominciare pensavo a cosa deve esserci di tanto importante in una storia perché valesse la pena essere scritta. E la risposta è stata un gran finale, personaggi in cui si rispecchino i lettori e un italiano degno di chiamarsi tale.


Come e quando ti sei reso conto di essere uno scrittore?


Quando ho ricevuto una email che diceva: caro Marcucci, il suo romanzo ci piace, sarebbe disposto ad apportare qualche modifica, in vista della pubblicazione? Ed io risposi, no grazie. Poi alla fine ho pubblicato con una piccola casa editrice esordiente. Diventi uno scrittore quando sei riconosciuto dagli altri, non prima.

Ci sono scrittori disciplinati, metodici, che stilano scalette e rileggono centinaia di volte i loro scritti; e autori che istintivamente buttano giù frasi su frasi fino a comporre un romanzo. Gianluca che tipo di scrittore è?
Un esordiente allo sbaraglio. Poco metodico e molto indisciplinato. Nel senso che quando dovevo scrivere mi aggiravo per la mia testa come un bambino in un negozio di giocattoli, facevo di tutto per distrarmi e perdere tempo. Contro ogni regola la prima cosa che ho scritto di questo romanzo è stata il finale poi sono andato a ritroso fino alla fine dell’ultimo capitolo, ed è una parte alla quale sono e rimarrò sempre affezionato.

Oltre a scrivere, tu sei un imprenditore e un famoso giocatore di texas hold’em; come si riesce a far convivere le due cose, le due anime. Preciso e rigido nel lavoro, disciplinato nel gioco e creativo e libero davanti a un foglio bianco.
Benissimo, grazie. Finché, come si dice a Roma, “me regge la pompa” per farlo e ottiengo risultati, allora vuol dire che posso farlo.


Se mi dovessi consigliare un romanzo non tuo?

Non credo che esista un romanzo che non valga la pena leggere. A Latina, in questa piazza, credo sia stata organizzata una manifestazione fantastica e ci sono tanti scrittori che meriterebbero una chance di essere letti. Me compreso.
Si lo so, leggere è impegnativo, non è come osservare un quadro, una scultura o un film d’autore, ma non esiste nulla come la scrittura che ci sveli più segreti sulla vita degli esseri umani. Quindi apprezzateci, criticateci. Amateci oppure odiateci, ma leggeteci. Perché un libro senza i suoi lettori è qualcosa che non è mai esistito veramente.


Se dovessi terminare questa presentazione con un tuo aforisma?

Credo che l’ultimo aforisma del mio libro si adatti alla perfezione.
“Posso sussurrare decine di volte la parola fine, ma quando arrivo a scriverla dopo metto sempre un punto.”

intervista di Romina D’Agostino

La soluzione

27 aprile 2013

La soluzione è nel metodico caos di un illusorio e fragile universo, quello fatto di mille sconfitte e altrettanto apparenti vittorie, trinceate dietro alle profonde speranze di un uomo.
(tratto da “La prigione dei ricordi”)

Non mi arrendo

21 gennaio 2013

“Non mi arrendo al tempo che si scompone, ai sogni che non si realizzano, ai rapporti umani che nascono e terminano senza un motivo. Agli sguardi incupiti e tracotanti di malinconia. Non mi arrendo alle antipatie e a quell’ironia inopportuna che sa di tappo.

Non mi arrendo all’esistenza, alle coincidenze che logorano, alle cattive amicizie, ai luoghi comuni, alle banalità e alla disattenzione.
Non mi arrendo al falso perbenismo, acido come la birra calda e alle lezioni di vita impartite dalle persone che parlano e che non sanno ascoltare.

Non mi arrendo di fronte a tutta questa indefinita e labirintica incomunicabilità, alla camaleontica solitudine di certi momenti, alla noia, alla delusione di un’esistenza che oggi mi sfugge di mano.

Non mi arrendo davanti a tutte quelle occasioni che ho perso e che sono scivolate via come il tempo, ma senza lasciare il segno e alle pagine bianche di questo libro che forse non riuscirò mai a terminare.
Non mi arrendo davanti ai miei indugi, alle mie insicurezze, a quel vagheggiare di pindariche idee e a tutti quegli illusori pensieri che non sarò mai in grado di tradurre in realtà.

Non mi arrendo all’ipocrisia delle religioni che mi dicono di pregare, credere e sopravvivere e alla demagogia di chi “sa sempre tutto”, ma che “non si può fare niente”.

Non mi arrendo alle implacabili emicranie, alle centinaia di aspirine mandate giù in questi anni e a tutti quei giudizi che ho ingoiato e mai digerito.
Non mi arrendo alle sfumature della vita, alle invidie, al livello del colesterolo sempre troppo alto, all’odio, alla gioia, alle coincidenze sfortunate e a tutto l’ordinato caos che ha sconvolto la mia esistenza.

Non mi arrendo alle conseguenze dei miei molteplici errori, alla nostalgia dei momenti andati e alla debordante impotenza dei miei pensieri, quando tutte le mattine mi alzo e mi accorgo di non avere un piano per cambiare il mondo.

Non mi arrendo agli eufemismi, alla timidezza, all’arroganza, al doppiogiochismo, all’opportunismo, alla vergogna, alla realtà, al dubbio, all’indifferenza, all’aridità di pensiero, alle dipendenze, alle menzogne dette anche a fin di bene, alla stupidità, agli eccessi, alla flemmatica rapidità del vincente e all’ingiustificato stupore del perdente.

Non mi arrendo a tutti quei misteri che non sono mai riuscito a spiegare. Alla velocità di certi pensieri e alla lentezza di certi ricordi, che rimangono reclusi nella mia testa come in un’assurda prigione di plastica.
Non mi arrendo alle sofferenze provocate da quella malattia che oggi so di non poter sconfiggere. Non mi arrendo di fronte a niente e davanti a nessuno, che non abbia gli occhi luminosi e innocenti di mio figlio Luca.”

brano estratto dall’introduzione de LA PRIGIONE DEI RICORDI un romanzo di Gianluca Marcucci, Editrice Smart

Ordina ora “La prigione dei ricordi”.

18 gennaio 2013

Emozionato? Certo. Il primo libro è un po’ come un figlio e vederlo finito è come assistere alla sua tesi di laurea. Da ieri finalmente è possibile ordinarlo sulla pagina facebook de LA PRIGIONE DEI RICORDI. Non ho alle spalle un editore di quelli con la “E” maiuscola, ma solo un grande amico che ha creduto in me. E’ davvero un bel romanzo e si legge in un baleno. Ringrazio in anticipo tutti coloro che decideranno di acquistarlo.

Due pagine bianche

21 settembre 2012

Rileggendo il mio libro mi rendo conto di come le parole nascano per essere superate dalla vita e da nuove parole, per questo alla fine della mia storia ho lasciato due pagine completamente bianche.
La prima è per tutte le cose che avrei potuto scrivere e non ho scritto. La seconda è per tutto quello che probabilmente non avrò la possibilità di scrivere mai.


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