Archive for marzo 2016

Questa sostenibile pesantezza dell’essere

30 marzo 2016

La realtà ci osserva. Le cose intorno e le persone ci annotano. Ci stavo riflettendo qualche istante fa mentre ordinavo una spremuta al bar della stazione. Improvvisamente mi si è allungato il viso dentro il riflesso del bicchiere. A pensarci bene non sembravo nemmeno così male. Una caricatura di ovale oblungo. Indefinito. Pallido. E dietro un arancione imperante, quasi omogeneo. Noi guardiamo le cose e le cose ci guardano di rimando. Le cose ci studiano. Con una consapevolezza quasi formale e quella padronanza di linguaggio tipica di chi ti sa osservare. E volendo anche raccontare, ma senza parlare.

Stamattina ho lasciato che un piccolo pensiero rimasto inesploso deflagrasse nella ma testa, col suo carico di ricordi e di persone passate. Si può sempre entrare, o uscire dalla mia vita. La porta è aperta. Ma non si può sostare a lungo sulla soglia. Penso ancora alle questioni irrisolte. Alle decine di cose da fare. E tutte quelle che davvero mi sarebbe piaciuto fare. Penso a mia madre. A mio padre. A quel disincanto bambino che ogni tanto si legge nei suoi occhi. Ai desideri di un tempo. Al mio essere spietatamente e continuamente insoddisfatto di tutto. Penso al mio modo di sbuffare, senza gonfiare la bocca. Soffiando fuori l’aria un po’ a destra e un po’ a sinistra. Penso che probabilmente non lo nota nessuno, ma è un’evidenza meno eclatante di un sopracciglio alzato. Continuo a centrifugare parole e mi stupisco ancora che qualcuno le legga. O che esista una qualche minima possibilità che qualcun altro le capisca. Ciò che è oggetto di troppa riflessione, diventa sempre inquietante.

Eppure ci sono ancora alcune persone da cui vorrei essere compreso. Persone importanti che vorrei imparare a comprendere. Stamattina scrivo con l’ingenua consapevolezza di un uomo che non sa raccontare quello che in realtà gli si annida nel cuore. Forse è colpa di questo caffè improponibile che sa di brillantante. O magari è solo una questione temporanea. Quella sostenibile pesantezza dell’essere. E Milan Kundera non me ne vorrà certamente. La verità è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E lo scrivo qui, dallo stipite di questo foglio elettronico. Con l’ottimismo di chi parcheggia in divieto di sosta e spera ancora che non gli venga recapitata una multa.

  

Vuoi salvare?

27 marzo 2016

È vero. Qualche volta i pensieri si bloccano. Succede quando i desideri all’improvviso si spezzano e smettono di funzionare. Visto da fuori tutto sembrerebbe perfetto. Il sorriso disegnato. L’ironia incessante. E tutte quelle espressioni creative che riescono comunque a trasformare un uomo in una meravigliosa elegia di normalità. Ma dentro? Dentro a volte è il caos. Stanotte me ne vado in giro con tutta l’immaginazione possibile. La prendo per mano. La trascino attraverso le stradine illuminate di una città senza tempo. Le indico cosa guardare e le racconto la storia di Roma. Eppure c’è uno spazio dentro di me. Una sorta di ambiente dove continuano ad agitarsi le parole mai dette. Le storie mai nate. Quelle finite. E quelle distrutte. Quante volte ho maturato la presunzione di essere io, quello in grado di restaurare le parti più danneggiate di un desiderio infranto. O che potessi essere tu quella capace di trovare l’ultimo pezzo di un interminabile puzzle. Stanotte cammino. Penso. E scrivo di cose che non tutti possono comprendere. Scrivo senza avere qualcosa di veramente importante da scrivere. Scrivo a qualcuno più reale nella mia immaginazione, che immaginario nella mia realtà. Ecco, la realtà è una bambina che saltella sui sampietrini sconnessi. Forse occorreva lei per ripararmi. Per restaurarmi i pensieri. Ma ancora non saprei dire se si tratta di un ottimo lavoro. Forse non ha avuto tutto questo tempo. Forse è ancora troppo piccola per capire che siamo sottili come carta. Ripiegabili. Ma non all’infinito. Ed esiste un punto in cui non sono possibili ulteriori piegature. Intanto è passata un’altra settimana. Un nuovo strato di tempo si è appoggiato su quello precedente. Certi minuti non scorrono. Si sedimentano. E quella polvere attutisce i rumori. Cancella le immagini. Anche se da qualche parte, dentro. Qualcosa resiste sempre. Magari è solo un’eco lontana. Magari è solo una vigliacca speranza. E finisce che mi ritrovo puntualmente lì. Seduto in quella piazza con le tartarughe finte che mi guardano sottocchio. Con l’anima parzialmente illuminata dai lampioni. E un crescente bisogno di aspettare che qualcosa accada. In fondo non vorrei altro. Che la vita somigliasse a uno di quei videogiochi di avventura che piacciono tanto a mia figlia. E che alla fine di ogni giornata, qualcuno ti venisse a chiedere, sorridendo: “Livello completato. Vuoi salvare ?”

  

Ho visto l’alba annegare nei suoi occhi 

25 marzo 2016

C’è una luce silenziosa che rende inquieti. Oggi Roma sembra una vecchia fotografia dai contorni un po’ sbiaditi. Un’immagine privata del suo contesto. Silenziosa. Che cela il fascino dei momenti rari. Un uomo anziano scorre con gli occhi i nomi di un citofono di via Mameli. Le mani dietro la schiena raccolte in una stretta infantile. E il suo sguardo. È incantato. Come se accarezzasse le note di un pentagramma. Disciplinatamente. In religiosa attesa di qualcuno che le possa finalmente suonare. Intanto però se ne stanno mute. Proprio come il suo volto stanco.
Ho visto l’alba annegare nei suoi occhi.
Stamattina le parole corrono libere. Raccontano di vita e appartengono all’aria che respiro. Sono pensieri gonfi di quotidianità. Riflessioni che si posano accanto alle immagini senza sostituirle. È solo una delle mie versioni possibili. A volte basta chiudere gli occhi per sollevarsi da terra. E questo vento leggero, che continua a soffiare. Che mi trascina i ricordi. Che accarezza volti, parole, emozioni. Che innalza il mio pensiero con l’energia dell’esistenza. Quella che trasforma la poesia di un uomo in un’irrinunciabile malinconia.

  

Pensieri bugiardi

23 marzo 2016

Ci sono giorni in cui mi sento come un treno. Deragliato. È la mente che immagina. È l’immaginazione che mente. Anche privati dei propri binari si va comunque avanti e non c’è “velocemente” che non sembri “troppo lentamente”.
Ho ancora voglia di dormire.
Dimentico facile, quindi potrei già aver scritto tutto questo decine di volte. Alcuni pensieri bugiardi lanciano sguardi che gelano. Vorrei spiegare loro che non è come pensano, ma tanto so già che negherebbero di averlo pensato.

    

Un progetto a parte

22 marzo 2016

A volte cammino quel tanto che basta per allontanare i pensieri. Altre volte mi siedo sul bordo di una fontana. Mi fermo e aspetto che mi raggiunga qualche ricordo. Nel frattempo scrivo qualcosa. Stanotte invidio il rumore di certi silenzi. Invidio la trasparenza dell’acqua. Invidio le piante che raggiungono il tetto di alcuni edifici. Quelli a Trastevere. Invidio le ali scolpite degli angeli di Ponte Vittorio. Invidio quella luce che arriva al mattino attraverso gli scuri della mia stanza. Invidio le lettere dell’alfabeto. I numeri romani. Le frasi d’amore non ancora inventate. Invidio la meccanica perfetta dei muscoli involontari. Ma anche la filosofia spicciola dei muscoli preterintenzionali. Invidio tutti i nomi che iniziano con una consonante minuscola. Invidio le carezze che partono dalla testa per andare a morire sul collo. Lentamente. Come certi animali vecchi e stanchi. E invidio la fisica dei sospiri.
Dentro tutti questi pensieri potrei edificare un grattacielo. Ma non si può salire e scendere da queste immagini come fossero scale. E per l’ascensore non so. Forse avrei bisogno di un progetto a parte.

  

Da qualche parte

20 marzo 2016

Quanta marmorea compostezza. Quanta irrnunciabile spavalderia. E il tutto meravigliosamente sorretto soltanto da uno sguardo. Due occhi che confondono l’alba con un tramonto sul mare.
A volte nascondiamo i nostri scheletri nell’armadio, poi diamo due giri di chiave e impariamo a chiamarlo “destino”. Io la vita mi ostino ancora a descriverla così. Mettendo insieme parole, ma davvero non so come spiegarla. La fisica delle emozioni. Le meccaniche celesti. La filosofia dei ricordi. Non saprei. Eppure posso restare qui ore a scrivere solo della vita. Della mia. Delle persone a cui voglio piu bene. Di altre prese a caso, o chissà di chi. La vita, quella cosa che si pone tra due impalpabili nulla. Nessuna didascalia. Solo spietate evidenze. Stamattina avevo il crescente bisogno che rimanesse scritto da qualche parte.

  

A proposito

19 marzo 2016

“Universo” è il nome del posto dove accadono tutte le cose. Nel mio di universo invece ne succedono solo alcune. Spariscono i calzini per esempio. Vanno fuori produzione le caramelle Rossana. Poi esistono anche universi dove le cose non accadono. Dove c’è bisogno di qualcuno che le faccia accadere. Mondi lontani fatti di lettere, dove qualcuno inventa storie e qualcun altro immagina che possano esistere davvero. C’è solo bisogno di un foglio elettronico. Una panchina. Qualche minuto. E una bella vista sul colonnato di piazza San Pietro, il sabato mattina. La carta e l’inchiostro sono la fantasia e la mia voglia di scrivere. Stamattina distribuisco porzioni di parole come i tranci immangiati di una vecchia torta nuziale. Guardo i volti delle persone che passano. Mi rivedo in qualche sguardo. Nel modo di camminare di certi soggetti un po’ strani. Poi una donna si ferma. Guarda suo figlio, lo rimprovera e alza il sopracciglio destro. Si era allontanato troppo. Sorrido. Sembrava una scena già vista. Io le chiamo asimmetrie della vita. Ieri sera mi hai detto che in certi momenti della mia esistenza sono stato sfortunato, ma non mi sento affatto così. Anzi, mi sento un privilegiato, perché in fondo mi è sempre stato concesso il tempo che a molte persone la vita stessa ha sottratto. Ed è il tempo che ho ancora da vivere a farmi capire quanto sia speciale tutto quello che sto vivendo, nel bene e nel male. E quindi? Quindi niente. Esistono procedimenti fisici che annullano le distanze e il tempo. Si chiamano emozioni. È bello provarne anche se qualche volta ti lasciano con gli occhi lucidi.
Oggi tiro fuori i pensieri dall’armadio uno alla volta, come fossero scheletri nascosti. Li distribuisco un po’ a caso su questo foglio elettronico. Come riempissi una valigia al rientro da un lungo viaggio. Velocemente. Senza un ordine definito. In fondo scrivere è il modo piu elegante che conosca per tenermi lontano dagli altri.
“La cartella é pronta?”
“Si papà! Certo. Farò attenzione quando attraverso, ma anche quando non attraverso la strada. Eviterò asteroidi e pallottole vaganti. Vedrai. Stavolta sarai orgoglioso di me.”
“A proposito. Auguri papà.”

  

Carattere

17 marzo 2016

Probabilmente se avessi saputo scrivere, avrei vissuto di questo. Di scrittura. E se non lo faccio è perché non sono davvero in grado di farlo. A volte fatico ad allontanare la ridicola presunzione di poterci riuscire. Ma dura poco. Ci metto un attimo a ritornare il difettoso essere umano che ogni mattina si accarezza la barba allo specchio. È la sindrome compulsiva dell’aspirante scrittore. Un uomo imperfetto e ostinato. Un personaggio comunicativo che desidera esprimere con le parole il suo grado di imperfezione. I suoi talentuosi difetti. Gli indicibili pensieri. Gli entusiasmi di certi desideri. Le malinconie di quell’universo a volte così vicino. Ma spesso così lontano. E quindi? Quindi niente. Ultimamente lo sottolineo spesso. Aggiungo alle cose che scrivo un “quindi?” seguito da una pausa di riflessione. E aspetto. Poi mi rispondo sottovoce. Timoroso. Rispondo quasi in punta di lingua. Con la convinzione di chi crede che sia limitativo usare la lingua solo per articolare le parole. Colpa di una certa severità che esplode solo dopo il punto interrogativo. Complici i tanti, troppi, mutevoli stati d’animo. In fondo una vita che si rispetti implica le delusioni. I turbamenti. Gli errori. Le decine di cose da buttare via. Le persone da dimenticare. E tutti quei progetti falliti da ricominciare da capo. La speranza è una vigliaccheria dell’anima. O forse si tratta solo di strategie comportamentali. Quelle nove lettere che riassumono tutto. Efficacemente. Con una sola parola, “carattere”.

  

Tutta la vita

15 marzo 2016

Mi fa male la schiena. Non sopporto più i lunghi viaggi. Le posizioni scomode. La gente intollerante. Il tipo di fronte mi fa un cenno con la mano di spostare una borsa. È un giornalista famoso del Corriere della Sera. Sono certo di non averlo mai incontrato prima. Credo di non aver nemmeno mai acquistato il suo quotidiano. Ma questo è il bagaglio che uso per allungare i piedi, non sta dando fastidio a nessuno. E non conosco l’alfabeto dei gesti. Sfrutto la meccanica delle nuove poltrone e gli giro lo schienale in faccia. Non ho niente da scambiare con lui, tantomeno parole inutili. Non ne ho per lui. Non ne ho per Dio. Sono vuoto fino all’orlo. Mi viene in mente una frase del Dalai Lama, “Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente”, insomma evita gli intolleranti e i rompicoglioni.
Ogni volta che parto per un viaggio ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa. Chiudo gli occhi. Faccio un piccolo inventario. Mi frugo in tasca. Chiavi. Biglietti. C’è tutto. Eppure ho la crescente sensazione di aver tralasciato un dettaglio. Forse una certezza. Forse qualcuno.
Frugare indietro nel tempo è un lusso che mi posso ancora permettere. Anche se non so più che forma abbia oggi la mia disciplina. Viaggio in treno. Lo preferisco all’aereo. In fondo il treno somiglia maggiormente alla vita. Si può cambiare direzione solo quando si è giunti in un punto in cui il binario si divide. Non prima. Mi piacerebbe sapere chi si è inventato la parola “binario”. Mi piacerebbe anche sviluppare l’arguzia, ma sono sempre seduto in questo vagone e l’arguzia credo stia in seconda classe. Forse dovrei alzarmi. Fare due passi nella direzione opposta. Tanto la direzione non cambierebbe comunque. Stamattina ho delle idee che sono più simili a un edificio in costruzione che a un castello in aria. Senza una licenza edilizia. Senza un progetto approvato. Architetture composte di piccoli sospiri applicabili a solidi dubbi di cemento armato. Lo stato dell’arte. Posso chiudere gli occhi e regalarmi una testa calante. Posso stare qui e affannarmi a scrivere. Posso chiamare quella ragazza del bar e ordinare uno sformatino di patate. Una spremuta. Una carrellata d’immagini. Un desiderio macchiato espresso. Un tutorial per combattere la malinconia. La verità è che la certezza è un disegno che si forma soltanto dopo aver unito tutti i puntini. Chissà dove erano i miei piedi l’ultima volta che sono stato felice. Forse proprio sulla stessa borsa. Ma con direzioni diverse. Mi fa male la testa. E non so veramente cosa fare con queste braccia. Magari le abbandono lungo i fianchi. È che voglio essere tutto ciò che sono capace di diventare. È che attendo un bel tramonto, ma non saprei dire quale. È che quando una persona ce l’hai dentro non serve a molto andare via. È che non sono nato per inseguire, nè tantomeno per essere inseguito. È che a volte si è così distanti, che è davvero impossibile venirsi incontro. È che non esiste un treno che valga la pena aspettare tutta la vita. È che a volte l’unico modo di cancellare una brutta giornata è sostituirla con una peggiore. Bè, allora diciamo che per oggi sono sulla buona strada.

  

Il ronzio nelle orecchie 

11 marzo 2016

Ci sono vicoli di Roma che percorro spesso a piedi. Stradine del centro che credo ormai di conoscere perfettamente. Eppure ogni tanto ho il ragionevole dubbio che siano loro ad avere imparato a memoria me. Stanotte ho anche inciampato sulla stessa buca. Perso l’equilibrio sullo stesso marciapiede sconnesso. E ho appreso che si può scivolare sui sanpietrini. Quelli bagnati. Giusto a ridosso di una fontana. Quasi ci cadevo dentro. Ed è stato un momento di tensione. Non di paura. La paura è una parola difficile da spiegare. Usarla è presunzione. Più di quanto potrebbe esserlo utilizzare la parola “amore”. La “paura” ti fa mettere le mani sugli occhi per non vedere il mondo dietro le mani. Ma il mondo alla fine è sempre lì.  

Fa freddo stasera. Spero solo di arrivare presto a casa. Forse dovrei smetterla di interpretare la parte del tranquillo. Quello che si lascia scivolare tutto addosso. Quello che se ne sta a farsi piovere in testa per quieto vivere. Senza ombrello e con gli occhi annuvolati di normalità. Quel personaggio da fumetti troppo buono e dai sentimenti idrodinamici. Uno dei tanti uomini che non va più di moda. Professionista di sorrisi di circostanza e soffio sulle candeline. Uno di quelli incapaci di sognare nemmeno ciò che ha già. Quelli che “un bell’inchino, tre sorrisi e siamo a posto”. Quelli che alla fine “tranquilla pago io”. O peggio ancora “ti prego, ti scongiuro, per favore permettimi di aiutarti.”
Non mi va proprio più. 

Quando il prossimo febbraio soffierò sulle candeline avrò 47 anni. E sono davvero stanco di seguire percorsi che “non portano”, solo perché sono larghi, illuminati e ben asfaltati. Tutta questa strada! È come se me la fossi ingoiata. Masticata. Digerita. E poi risputata fuori. Ogni desiderio che ho avuto somigliava a una camicia mal riposta dentro. E dentro non c’è più spazio per le cose vecchie. Non c’è più spazio per niente. La sensibilità si è materializzata. Ormai è un altro organo con cui fare i conti durante le accelerazioni di cuore. 

E quelle parole insopportabili che ancora leggo. Magari tu ci vedi la buona fede. Ci senti il suono che fa la ghiaia sotto alla suola della scarpa, passeggiando ai piedi di Castel S.Angelo. O il riflesso di luce gialla dei lampioni di questa città. Ma ti sfugge l’urgenza dei tuoi modi. Quel tuo rinnegare sempre, completamente e compulsivamente il passato. Anche quello condiviso. La “paura” dei giudizi degli altri. Questa inaccettabile premura di farmi passare per matto davanti a tutti. Ai tuoi parenti. Ai tuoi amici. Agli amici dei miei amici. E addirittura ai miei amici. Vorrei avessi modo di sentire la metrica della mia lingua pulsante ora. La mia mancanza di fiato. Il sudore gelido. La piena di pensieri che esonda e mi impedisce di respirare come vorrei. 

Eppure continuo a scrivere. E a respirare. Finché c’è ancora spazio. In fondo una fessura per l’aria si trova sempre. Però ti prego Roma mia. Distraimi. Stanotte rimani seduta sui miei occhi. E fa che io non possa addormentarmi che con te. Che mi galleggi l’anima. Raccontami di nuove storie. Regalami nuovi nomi e vecchi peccati di gola. Rivelami orbite non convenzionali e convenzioni non orbitali. Annoiami il cuore fino a salvarmi la vita. Forse tutta questa spietata assurdità comincia addirittura a piacermi. Ad avere un senso. Forse è solo una deliziosa asfissia di speranze. E se proprio devo, preferisco smarrirmi così. Opportunamente. Tra le pieghe della tua storia. Tanto ormai. Che cosa avrei da perdere? Solo il ronzio nelle orecchie.

  

Prima che arrivi il domani 

9 marzo 2016

Un uomo ha bisogno di regole a cui sottrarsi e di qualcosa che resti scritto da qualche parte. Qualcosa da rileggere quando la vita si mostra incomprensibile. Qualcosa di molto simile a uno di quei videogiochi anni 80. Dove il futuro era l’astronave di fine livello. Quella da colpire senza starci a pensare troppo. Senza perdere tempo a riflettere sulla trama. Senza un copione vero. Stanotte ho provato a fare l’impasto per la pizza. Forse ho esagerato con il sale. Niente di cui stupirsi. In fondo in cucina ho sempre avuto difficoltà con le quantità non definite. Figuriamoci con i sentimenti. Dall’altra parte dell’universo ci devono essere cose che accadono e che non conosco. Da questa parte invece, la sera io ancora mi ostino ad apparecchiare per due. La verità stanotte somiglia a un lupo che si aggira nel mio stesso bosco. Ma che non sembra molto affamato. Forse vuole solo aspettare con me che esploda la notte. Prima che arrivi il domani. 

  

Poi però

7 marzo 2016

A volte basta affidarsi al caso. Scegliere un vicolo, come sceglieresti un cioccolatino. Altre volte no. Altre volte bisogna studiare bene dove e con chi andare. Cammino. Mi lascio alle spalle la fontana delle tartarughe. La torre argentina. Una parte della mia vita. Ogni volta tento di capire dove fu colpito a morte Giulio Cesare. Dicono che nel punto esatto ancora oggi qualcuno lasci un fiore. Mi affaccio. Cerco tra i ruderi quel poco che resta di un immenso impero. Ma non vedo nulla. Se chiudo gli occhi dimentico addirittura da dove sono venuto. Ma non chi sono. C’è una calma insolita in strada. Adoro quelle luci che si riflettono sui sanpietrini. Quella quiete assordante. Il fascino del silenzio mi conquista. Il tempo si ferma. Stasera Roma è davvero il posto migliore dove perdersi un po’. Lo è sempre stato. Invece tu non esisti più. Forse non sei mai esistita. Eri solo il frutto dell’assurda idealizzazione che un uomo ti aveva edificato intorno. Poi però, finalmente una mattina ti svegli. Apri gli occhi. E capisci.

  

Imperfetti conosciuti

6 marzo 2016

Qualche giorno fa mi è capitato di uscire da uno storico cinema di Roma per la seconda volta. Stessa sala. Stesso film. Compagnia diversa. Eppure stessi pensieri. Stesse domande. È un bene cercare di sapere sempre tutto? È giusto studiare a fondo chi ci sta vicino? E la libertà di sapere ci rende anche più liberi? Oppure la gestione della realtà che ancora non conosciamo, in qualche modo, contribuisce a distruggerci?  

Ci sono cose che credo di conoscere senza sentire bisogno di ritornarci sopra. A scuola mi hanno insegnato per esempio che “soqquadro” è l’unica parola del dizionario che si scrive con due “q”. Perfetto. Ma poi ho anche scoperto che non è davvero così. D’accordo, l’esempio è banale. Ma è sempre giusto dare per scontato qualcosa? Fidarsi? Credere? Oppure è meglio diffidare? Verificare? Appurare? E vale sempre la pena pagarlo? Il prezzo della verità, intendo. Anche se può costarci la serenità sul lavoro. Logorare rapporti umani. Affetti. Amicizie. O magari un sentimento ancora più forte. Quante realtà esistono? Quante ne viviamo? E soprattutto quante siamo disposti a condividerne?

Non so per quale motivo stanotte mi siano tornati in mente i ragazzi di via Benucci. Quel periodo della mia vita trascorso a prendere a calci un pallone dietro la chiesa. Le tante speranze. I tanti sorrisi. E tutti quei verbi coniugati soltanto al futuro. Discorsi squisitamente semplici e talmente edificanti, che quasi mi veniva voglia di crederci. Era comunque appagante restarsene appoggiati a quel muretto in cortina del baretto di Villa Bonelli. Anche se ogni tanto l’intonaco si sgretolava e qualche pezzo finiva sul marciapiede. Insieme all’orgoglio di chi l’aveva vissuto e frequentato. 

Ne ho ancora tante di immagini di quel periodo. E non esisteva un cellulare dove archiviarle tutte. Per mandare a quel paese una persona non c’era la tastiera di un cellulare. Dovevi scendere al bar col pretesto di andare a comprare il latte e sperare di trovare il destinatario dei tuoi pensieri lì. Seduto sul nostro muretto. E quanto latte ho comprato! Quanti discorsi. Quanti litigi. Quanta benedetta trasparenza. Troppa. Quello che si cercava di conquistare lo avevamo dentro la testa. I pensieri. I pareri. Gli occhi erano la nostra penisola della Kamčatka interiore. Un posto dal quale osservare il mondo e muovere guerra all’Alaska. 

Oggi invece eccoci qua. Incapaci di guardarci negli occhi. Senza essere in grado di stare da una parte, o dall’altra, di una barricata fatta di incomunicabilità. Forse condannati a essere noi stessi quella barricata. Schiavi delle nostre piccole scatole nere. Ingenue memorie elettroniche che raccolgono tutta la vita possibile. Quella pubblica. Quella privata. Ma anche e soprattutto quella segreta.
Gabriel Garcia Marquez concorderebbe con me che cambiando il modo di comunicare abbiamo cambiato noi stessi. Ma non siamo interessati a ciò che siamo diventati. No. Ci interessano più le vite degli altri. Di chi non conosciamo. Di chi ci sta vicino. Di tutti.  

Un tempo esisteva anche il verbo derivato da soqquadro. “Soqquadrare”. Ormai desueto e dimenticato. Ho scoperto però anche un’altra parola che presenta la doppia q. “Biqquadro”, una variante di bequadro, ovvero “segno del sistema moderno di notazione musicale, la cui funzione è di annullare l’effetto del bemolle e del diesis”. 

Si è proprio vero. Continuare a non saperlo non mi avrebbe cambiato la vita.

  


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