Il ronzio nelle orecchie 

Ci sono vicoli di Roma che percorro spesso a piedi. Stradine del centro che credo ormai di conoscere perfettamente. Eppure ogni tanto ho il ragionevole dubbio che siano loro ad avere imparato a memoria me. Stanotte ho anche inciampato sulla stessa buca. Perso l’equilibrio sullo stesso marciapiede sconnesso. E ho appreso che si può scivolare sui sanpietrini. Quelli bagnati. Giusto a ridosso di una fontana. Quasi ci cadevo dentro. Ed è stato un momento di tensione. Non di paura. La paura è una parola difficile da spiegare. Usarla è presunzione. Più di quanto potrebbe esserlo utilizzare la parola “amore”. La “paura” ti fa mettere le mani sugli occhi per non vedere il mondo dietro le mani. Ma il mondo alla fine è sempre lì.  

Fa freddo stasera. Spero solo di arrivare presto a casa. Forse dovrei smetterla di interpretare la parte del tranquillo. Quello che si lascia scivolare tutto addosso. Quello che se ne sta a farsi piovere in testa per quieto vivere. Senza ombrello e con gli occhi annuvolati di normalità. Quel personaggio da fumetti troppo buono e dai sentimenti idrodinamici. Uno dei tanti uomini che non va più di moda. Professionista di sorrisi di circostanza e soffio sulle candeline. Uno di quelli incapaci di sognare nemmeno ciò che ha già. Quelli che “un bell’inchino, tre sorrisi e siamo a posto”. Quelli che alla fine “tranquilla pago io”. O peggio ancora “ti prego, ti scongiuro, per favore permettimi di aiutarti.”
Non mi va proprio più. 

Quando il prossimo febbraio soffierò sulle candeline avrò 47 anni. E sono davvero stanco di seguire percorsi che “non portano”, solo perché sono larghi, illuminati e ben asfaltati. Tutta questa strada! È come se me la fossi ingoiata. Masticata. Digerita. E poi risputata fuori. Ogni desiderio che ho avuto somigliava a una camicia mal riposta dentro. E dentro non c’è più spazio per le cose vecchie. Non c’è più spazio per niente. La sensibilità si è materializzata. Ormai è un altro organo con cui fare i conti durante le accelerazioni di cuore. 

E quelle parole insopportabili che ancora leggo. Magari tu ci vedi la buona fede. Ci senti il suono che fa la ghiaia sotto alla suola della scarpa, passeggiando ai piedi di Castel S.Angelo. O il riflesso di luce gialla dei lampioni di questa città. Ma ti sfugge l’urgenza dei tuoi modi. Quel tuo rinnegare sempre, completamente e compulsivamente il passato. Anche quello condiviso. La “paura” dei giudizi degli altri. Questa inaccettabile premura di farmi passare per matto davanti a tutti. Ai tuoi parenti. Ai tuoi amici. Agli amici dei miei amici. E addirittura ai miei amici. Vorrei avessi modo di sentire la metrica della mia lingua pulsante ora. La mia mancanza di fiato. Il sudore gelido. La piena di pensieri che esonda e mi impedisce di respirare come vorrei. 

Eppure continuo a scrivere. E a respirare. Finché c’è ancora spazio. In fondo una fessura per l’aria si trova sempre. Però ti prego Roma mia. Distraimi. Stanotte rimani seduta sui miei occhi. E fa che io non possa addormentarmi che con te. Che mi galleggi l’anima. Raccontami di nuove storie. Regalami nuovi nomi e vecchi peccati di gola. Rivelami orbite non convenzionali e convenzioni non orbitali. Annoiami il cuore fino a salvarmi la vita. Forse tutta questa spietata assurdità comincia addirittura a piacermi. Ad avere un senso. Forse è solo una deliziosa asfissia di speranze. E se proprio devo, preferisco smarrirmi così. Opportunamente. Tra le pieghe della tua storia. Tanto ormai. Che cosa avrei da perdere? Solo il ronzio nelle orecchie.

  

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