Archive for maggio 2018

Allacciare le scarpe al mondo

27 maggio 2018

Eppure è così. Sembriamo quasi dominati dalla paura di essere giudicati male. Dilaniati da una compulsiva social-ricerca di consensi.

Al lavoro. In casa. In vacanza. Tra gli amici. In rete. L’apparenza divora la realtà e sembra ormai il vertice di una immaginaria catena alimentare.

“Meglio condividerla che viverla una esperienza” scriveva un rapper di cui non mi sovviene il nome. Ma se poi si condivide anche ciò che non si vive nemmeno. Se si condividono esperienze non nostre. Si passa dall’inutile, al patetico, al patologico.

Quante volte ho sentito la gente ripetere di non essere interessata agli altri. Sono le stesse persone che si eliminano le rughe con photoshop. Che postano. Che contano i like sulle foto come fosse l’unico modo conosciuto di puntellare l’autostima.

Sembra questa l’unica unità di misura possibile del nostro ego sistema. Quella in grado di riassumere il giudizio su di noi e sul nostro stile di vita.

Ma dove sta scritto che per usare il proprio carisma è necessario attribuirgli un valore. Eppure sono una infinità le persone che nella fase infantile dei like vedono la possibilità di un consenso senza limiti.

I limiti. Già.

Sapessimo riconoscerli davanti a uno specchio. Sembrerebbero meno limiti. Limitarli sarebbe la soluzione, invece che dar loro libero sfogo.

Ma la consapevolezza è figlia dell’umiltà. Ed è difficile arrivare all’umiltà senza essere colpiti dall’umiliazione di uno sbaglio. o dal consiglio di un amico che ti dice, sei patetico.

Tutti, davvero tutti sbagliamo.

Continuamente. Anche quelle mega “gnocche” che pubblicano i selfie in esclusive e costosissime località del pianeta.

Anche i professionisti del bicipite. I poeti. Gli umanisti. I politici. I giornalisti. I calciatori. Gli architetti e gli ingegneri. I mafiosi. I ladri. I bastardi. I furbi e i filibustieri. I contadini e gli artigiani.

Gli scienziati. I medici. I giudici e gli avvocati. I prelati. Perfino i papi. Gli imprenditori della vita. I ricchissimi. I poveri. Fino agli inutili, che alla fine sbagliano come tutti gli altri.

L’umiliazione è proprio questo. Il nostro incontro scontro con i fatti che non vanno come avremmo voluto noi. Come avevamo impostato. Preteso. Progettato.

Non siamo la A. Non siamo la Z. Siamo una delle lettere che stanno nel mezzo. Le cose che non ci obbediscono. La nostra volontà che non è sufficiente a cambiare il mondo.

Attraversando i social network ci si rende conto di quanto siano la presunzione e la pochezza a rendere le persone deboli e insignificanti.

Tutti troppo legati all’apparenza per migliorare anche un semplice metro quadro di questo emisfero. E ciò toglie consapevolezza ai valori. Ci mette in contatto con una forza del tutto immaginaria.

Gli sbagli si nascondono. I successi si mostrano. Le verità si modificano. Le relazioni su cui bisogna lavorare troppo si cancellano.

È questo il modo più presuntuoso di rimanere al mondo, alla maniera di un semidio circoscritto in uno schermo. Migliore di te perché non sbaglia mai. Perché vive meglio. Guarda la foto.

Se solo ci rendessimo conto che siamo anche e soprattutto nelle mani delle persone che ci vogliono bene. E che servirebbe uno “sganassone” ogni tanto per capire che questa non è affatto una cattiva notizia.

Oggi il tempo stringe. Devo prendere una decisione importante. Una delle più importanti. Mio nipote più piccolo mi sorride. Si è accovacciato per allacciarsi una scarpa. Ho visto una smorfia di disappunto. Mi chiede se posso dargli una mano.

È stato un meraviglioso pensiero. Una richiesta di aiuto sincera. L’ipnotico gesto di un ragazzino privo di retropensieri.

È proprio la semplicità il cuore di ogni relazione umana ed è su questa spietata trasparenza che si edificano i progetti di vita.

Quelli per i quali se io ho difficoltà tu magari mi aiuti. Perché aiutando me aiuti te stesso e la vita alla quale entrambi apparteniamo.

In conclusione dovremmo solo vivere più semplicemente. Senza apparire. Senza vergognarci di non essere. E chinarci ogni tanto ad allacciare le scarpe al mondo.

Alice si tolse le scarpe

19 maggio 2018

Alice pensava che fosse impossibile gettare una maschera quando ti accorgi che non lo è più. Quando ti rendi conto che sul volto ti calza a pennello.

Lei sapeva bene cosa volesse dire essere diversa. Un personaggio. Tutti i personaggi in fondo lo sono. Alice però era davvero molto, molto diversa. E io ero l’unico con cui riusciva a discutere.

L’avevo creata e vista crescere. Le avevo dato un carattere. Le avevo insegnato a combattere. A resistere. A credere nello specchio.

A volte Alice sognava di salvare il suo universo dal nostro mondo. Immaginava di tutelare tutti da quella mano invisibile che gli altri personaggi chiamavano “tempo che passa”.

Quello che ci marchia con un orologio da polso. Quello che ci misura ogni giorno, senza che ce ne rendiamo neanche conto. Ma Alice non era solo un personaggio. Era un personaggio solo.

“Come faccio a cambiare il mondo Jep?” Mi chiese una sera. E io non le avevo risposto.

“Ti prego, dimmi come fare?” Mi chiese anche la sera successiva. E io continuavo a non scrivere.

Il suo era un universo molto pericoloso e non certo per via di chi generava il male. Ma per colpa di chi era sempre stato a guardare senza muovere un dito. Forse in questo somigliava un po’ al nostro mondo.

Poi un giorno la portai sulla spiaggia e finalmente le raccontai una storia di quando ero un bambino.

“Lo sai Alice? Una mattina i miei genitori mi portarono proprio qui. A Ostia. Era una domenica di marzo. C’era un sole tiepido che annunciava la primavera, ma non faceva abbastanza caldo per fare il bagno.

Io e i miei ci sedemmo sulla spiaggia e mangiammo un gelato. Ma al ritorno non mi resi affatto conto di avere le scarpe piene di sabbia e la lasciai ovunque in casa, sul pavimento della mia stanza. Avevo solo otto anni. Nessuno a otto anni avrebbe dato peso alla sabbia. Mia madre si.

E si arrabbiò parecchio. Al contrario mio padre non era per nulla arrabbiato. E dopo tanto tempo oggi ne ho capito anche il motivo.

In migliaia di anni quella sabbia era passata dall’oceano alla spiaggia. Infine dalla spiaggia, alle mie scarpe. E io l’avevo infine portata via. Inconsciamente. In casa.

Ogni giorno cambiamo il mondo in modo impercettibile. Cambiamenti che all’inizio non fanno mai la differenza, perché occorre più tempo di quanto il tempo stesso ce ne concede. A volte non basta una vita per cambiare il mondo.

Nulla accade in una sola volta. Succede lentamente. E non tutti abbiamo la pazienza per farlo. Tu ne hai? “

Alice si tolse le scarpe e mi parlò accarezzandomi con gli occhi.

“Ricordi quando ti prendeva il blocco dello scrittore? Quando facevi finta che io esistessi davvero? E io ti sorridevo senza giudicarti. A dire il vero mi manca quel periodo e sai perché? Perché la vita di un personaggio che non esiste è molto più facile. Noi abbiamo una infinità di tempo per cambiare il mondo.”

Eppur si muove

16 maggio 2018

Perdo la testa. Succede a ogni curva. A ogni dosso. A ogni fotogramma.

Dicono sia per il peso delle decisioni rimandate. Che sia colpa delle contraddizioni, o magari è soltanto per via di un aperol spritz. L’ultimo. Quello di ieri l’altro.

Eppur si muove. La vedo rotolare sul cruscotto e cadere sotto il pedale del freno. Accelero. La raccolgo insieme a qualche idea. Poi la poggio sul sedile del passeggero. Ma cade ancora.

Questo rettilineo si sta trasformando in una prova di concentrazione. Sembra l’ultimo film di Paolo Sorrentino. Una impalpabile e insignificante commedia dell’arte, direbbe Jep.

Mi cade la testa. Dicono sia per colpa del sonno, o per la trama scontata. Ma non gli credo. Io so benissimo che non è vero.

L’ho persa e ritrovata molte volte la mia testa. È successo di recente e in altre vite di rivederla nascosta sotto al letto. A volte dimenticata sul tavolo della cucina.

Abbandonata in un portabagagli. Nella cesta dei panni sporchi. Poggiata sulla mensola in salone accanto alla frutta finta. Oppure rotolata in fondo alle scale, proprio davanti all’uscita di sicurezza.

A lei piace cadere senza farsi male e senza farsi troppo notare. Adora perdersi come si perde la pazienza. Inconsciamente.

Non giudicatemi. Non imitatemi. E se la trovate lasciatela lì in modo che possa farlo anche io. Ritrovarla intendo.

L’eleganza di un no

9 maggio 2018

Stanotte non la smetteva di piovere. Il risultato è che stamattina le strade di Bergamo somigliano a un’arancia spremuta. Salgo in treno. Devo restarci un’ora e scendere a Milano Centrale. Lì mi attende il solito frecciarossa per Roma. Un amico.

Il vagone è popolato di gente a caso, ma ci sono parecchi spazi vuoti. Mi siedo. Apro il mio libro. Ne avrò almeno per un’ora, che meraviglia.

“Sai che penso? Tu sei troppo buona, Fede.” Alzo gli occhi e la Fede è seduta di fianco a me un metro più in là.

È un faccino pulito che spunta da un bavero alzato e cinto da un foulard grigio perla. Un ciuffo rosso le scende sugli occhi. Insomma, solo un faccino pulito. Il suo fidanzato credo si stia approfittando della generosa peculiarità del suo carattere.

Però non ho capito in che senso e i suoi compagni di viaggio sono avidi di dettagli. Ma la sua amica, la bionda spilungona che mastica un vivident a bocca aperta, non sembra avere dubbi.

“Tu devi fare come faccio io, devi essere spietata. Una dannata stronza, non dico proprio del tutto egoista, ma almeno ecco, più stronza.”

Avrà circa sedici anni e stamattina Jacques Lacan le spiccerebbe per bene casa.

Le due poi scenderanno a Lambrate e da quel momento non saprò più nulla di loro. Sono dispiaciuto, lo ammetto. Chi non avrebbe voluto sapere di più sulla storia di Fede? Quale fosse il suo problema e di cosa si sta approfittando in modo così strumentale il suo ragazzo?

Chi non avrebbe voluto capire come fa la bionda spilungona a essere più stronza di Fede? E “non parlo di egoismo, ma di essere più stronza”. Sorrido.

Ecco come girano le cose oggigiorno e non smetto mai di sorprendermi. Stamattina per esempio ho scoperto che il mondo va male, perché siamo tutti troppo generosi. E mentre gli altri intorno a noi sono tutti più cattivi, noi non siamo stronzi abbastanza.

Così non va. Bisogna cambiare. Impegnarsi tutti a peggiorare un po’ se vogliamo che questo emisfero torni a essere felice.

Noi. I nostri amici. Le persone che amiamo. Siamo sempre, troppo, di un qualcosa di buono in più. Invece, che ne so, se decidessimo una volta per tutte a rinunciare ai gesti amichevoli? A tagliare la strada alle rotonde? A passare col rosso e a insultare chi ci dice qualcosa.

Se smettessimo di chiedere scusa. Se la finissimo di essere così stupidamente buoni. Se saltassimo le file alle poste. E se scendessimo una volta ogni tanto dalla nostra auto roteando il crick?

E tutte quelle inutili discussioni tra moglie e marito? Quelle che sentiamo filtrare dalle pareti. E se in modo molto più estetico mollassimo uno di quei manrovesci che ci dava nonno invece che parlare, discutere e chiarirsi?

Troppo buoni.

Le due ragazze mi hanno lasciato pensare alla tipologia di pensiero irreversibile di cui soffriamo oggi. Da una parte abbiamo una visione del sociale e del mondo dove predichiamo il buono, dall’altra una versione tutta nostra, privata, soggettiva. Dove essere più stronzi è la soluzione.

Da una parte il bene comune, dall’altra la saggezza dell’esperienza diretta che ci suggerisce cosa fare per risolverla al meglio.

Il punto è che queste due versioni non mi sembrano granché raccordate fra loro. Diciamo che tutto il mondo dovrebbe fare X ma noi sosteniamo, anche argomentando, che nel nostro privato è invece necessario fare Y.

Troppi stronzi in giro? Allora serve diventare più stronzi. Sociologia della spilungona bionda. Personaggi e realtà. Mente e ambiente. Singolarità e comunità. Federica e l’universo della sua improponibile amica.

Forse basterebbe saperli riconoscere ed evitarli gli “stronzi”. Senza necessariamente combatterli. Senza abbassarsi per forza a essere peggiori. Le persone sono quello che noi permettiamo loro di essere. Ma l’eleganza di un no va ben oltre le regole dell’attrazione e un sorriso disinnesca cattive intenzioni, più di ogni altra tecnica nota.


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