Archive for aprile 2017

Non ci parliamo da tempo

29 aprile 2017

Città. Le nostre città. Ma anche tutte le altre città. Sono edificate nel tempo. E forse somigliano molto a chi le ha costruite. Somigliano ai nostri stati d’animo. Al nostro modo di essere. Di reagire.

Tutte ad esempio hanno un centro e delle periferie. Le periferie rappresentano il limite, il confine. Invece in centro si trovano i negozi. Le griffe. I ristoranti migliori. È in centro che si puliscono meglio le strade. Che i buchi sull’asfalto vengono riparati all’istante. 

Un parallelismo interessante. Amiamo stare nelle zone più curate della città come nelle zone migliori di noi. E poi ci sono le nostre spiagge. Le nostre favelas. Le nostre borgate. Un confine quasi sconosciuto, perché da sempre poco e mal frequentato. 

Finché la vita ci permette di stare al centro della vita stessa non abbiamo motivo di addentrarci verso i limiti. Non abbiamo voglia di scrutare la periferia. Le zone della nostra più devastante impotenza. 

Charles Darwin ci ha riconosciuto un istinto, che ci ha salvaguardato nel tempo. E che oggi ci conduce e ci rende esperti di fronte ai rischi. Un qualcosa che vive annidato nella cultura di ogni popolo.

Ogni storia può essere osservata con il punto di vista del calciatore brasiliano, del pastore sardo, dell’astronauta russo. Oppure con l’angolazione dell’agricoltore, del prete, del cow boy. Che magari osserva il mondo da dentro e coglie soltanto l’immensità del deserto attorno a lui. 

Chissà. L’astronauta invece vedrà la terra nel suo complesso. Questi pensieri sono un trasferimento continuo dalla sella all’astronave. È l’immenso racchiuso nel dettaglio che ci proietta dalle stalle, alle stelle. A guardare, come un astronauta, da lontano tutta la nostra vita. 

E viceversa, solo una considerazione più alta e assoluta ci spiega meglio un dettaglio. L’impronta di rossetto in un bicchiere. I lineamenti di un sorriso, o il sapore delle labbra di una persona. Una che oggi non sappiamo nemmeno in che città, o periferia, sia finita.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? Abbiamo necessità di essere una città dentro la città? A cosa mi è servito viaggiare, scrivere, parlare e ascoltare? A cosa mi serve questo blog? Che cosa cambia mentre niente sta cambiando?

Di fronte a “tutto quello che rimane lo stesso” io posso mutare solo il mio punto di vista. Scegliere la collina da cui osservo me stesso e il mondo. Posso partire dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia ironia, da tutti i miei sbagli. Dalla rabbia. Dalla paura. 

Ecco a cosa serve guardare “le cose che non cambiano”. Serve a riconoscere ciò che invece sta cambiando in me. Il significato più profondo di tutti quei centri e tutte quelle periferie. 

Mi sfugge il significato della vita, ma non sfuggirò mai alla vita. Non posso capirla, ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali siano le diverse profondità raggiungibili. A quali siano i momenti più esaltanti, o rabbiosi della mia esperienza. 

Direi che sono arrivato al dunque di questo pensiero. È “me stesso” che sto raccontando in queste pagine. È “me stesso” che ogni volta rimprovero e giustifico con il solito mezzo. Le parole. 

E ringrazio la vita, per tutta questa vita. Perché finché avrò la fortuna di esistere sarò io il passato, il presente e il futuro di ogni singolo giorno della mia esistenza. 

Non conta dove. Non conta con chi. Questo lo stabilirà il destino. E ormai non ci parliamo da tempo.

“Esistere ancora”, intendo.

26 aprile 2017

Mangio un cornetto, ma poi sciolgo una bustina di dolcificante nel caffè. E mi chiedo quanto, in tutto questo tatticismo, esista un senso. Probabilmente c’è. Ce n’è più di quanto senso si celi nelle altre cose che ho cominciato stamattina. A volte inizio piccoli progetti con il chiaro intento di lasciarli decisamente a metà. 

Ho decine di storie incomprensibili e incompiute che mi sfilano davanti agli occhi. Come una improvvisata parata per la solita festa di paese. Piena di personaggi buffi. Colmi di colore.

La vita. Sto cercando di tenerla sotto controllo. Magari solo per regalare una soddisfazione al dio della consapevolezza. Al genio dell’adempienza. Sempre che ne esista uno. O più di uno. Perché mai negarsi questa allegra possibilità?

Spesso, quando mi siedo e scrivo, sto qualche minuto a guardare fuori della finestra. Di fronte al mio portatile alla moda. Poggiato sul tavolo in legno. A tre passi da un finestrone che affaccia sulla stradina chiusa al traffico urbano. 

Da piazza Mattei il vicolo scende facendo una curva da sinistra a destra. E la mia finestra e più in alta rispetto agli altri palazzi nel percorso. Questo mi permette di guardare costantemente il cielo. Di non dover fare acrobazie particolari col collo per vedere ad esempio che tempo fa. 

Il muro della scuola confinante, che segue la strada nella sua discesa, mi offre poi una specie di protezione molto rassicurante. Non posso essere rapito dagli alieni. Anche perché credo mi abbiano abbandonato qui loro.

Poi. Quando sento di non poter contenere ulteriormente la mia fantasia arrivo anche ad accostarle le persiane. Lascio solo uno spiraglio. Non c’è un panorama particolare, ma è bello cogliere il modo in cui i colori del vicolo cambiano nel corso della giornata. È interessante la trasformazione della sera, con i lampioni accesi. 

Questo è il momento in cui mi piace scrivere. Quello in cui mi accorgo di come cambiano i toni delle cose che ho intorno. È sempre stato così. Mi piace capire da solo quello che bisogna capire. La solitudine è stata da sempre una preziosa maestra, anche quando restare solo era soltanto un pensiero. 

Non saprò mai se sono stato un allievo capace. E non spetta nemmeno a me dirlo. Però so di aver imparato a raccogliere certi dettagli. 

La solitudine si aggira ancora per i corridoi di questo appartamento. Lo fa senza avere niente da dire. Solo che, rispetto al passato, le cose accadono con una certa difficoltà. Come se accadere le costringesse innanzi tutto a esistere. E non sono così sicuro che vogliano davvero farlo.
“Esistere ancora”, intendo.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

Non sai che fartene

22 aprile 2017

Ci siamo guardati così. Un sabato mattina. Per qualche veloce minuto, attraverso un quadrante illuminato. In mezzo alla gente che passeggiava lungo la spiaggia. Ma non ci siamo veramente studiati. Non era in gioco solo la sua bellezza, ma anche tutte le mie devastanti insicurezze. 

Non è poi un reato così grave desiderare ogni tanto di riavvolgere il tempo. Affidarsi a uno sguardo compiacente che attraversi lo spazio. Anche se ho passato tutta la vita a rifiutarlo il passato. Ad allontanarlo. Forse per via di quella stucchevole repulsione di fronte alle cose che non sono andate come avrei voluto. 

Cosa sono? Cosa è successo e dove si nascondono le risposte giuste? 

Una parte di me si risponderebbe immediatamente. Quella parte un po’ stupida, ma sincera. Libero io, in fondo. Liberi tutti. Tu da quella “prigione dei ricordi” e io dai miei sensi di colpa. 

Registro su memoria elettronica questo pensiero. Guardo bene dove poggiare i piedi sulla sabbia. Faccio qualche decina di metri.

Oggi sono fuori contesto. Ecco quello che manca a questa riflessione. E chissà quanto altro. Ma certamente era questa la variabile che non avevo isolato. È il contesto giusto che offre la base della libertà. Se sei fuori contesto sei fuori senso. E se non sai dove mettere i piedi, di tutto lo spazio del mondo non sai che fartene. 

 Diventa memoria

21 aprile 2017

Stamattina ho pensato a un piccolo esercizio di specchi. Tutto ciò che vi vedo riflesso non è altro che la proiezione di quello che si muove all’interno. Un quadro limitato di tutto quello che mi circonda fuori. Tutto quello che riesco a vedere. 

Posso cambiare angolazione, ma se qualcosa appare da un lato, qualcos’altro scompare dall’altro. Le pareti. Gli oggetti. Le persone. Ma c’è anche un gigantesco me stesso. Sempre al centro. 

E poi c’è una parte soffocata di me. Quella che pensa. Quella sensibile. Quella che non sopporta osservare il riflesso del suo somigliante amico in gabbia. Sempre che si possa chiamarlo amico. Sempre che somigliante sia l’aggettivo giusto da usare. 

In questo stillicidio di espressioni assonnate non cerco risposte. Non cerco nemmeno le domande. Rimango soltanto immobile a guardare e ad ascoltare se anche attraverso un riflesso qualcosa riesce a risuonarmi dentro. 

Oggi l’esistenza sa di cose già viste. E un riflesso rimane lo stesso anche quando non capisco la quotidianità che mi fa da palcoscenico. Il riflesso lavora comunque. Trasforma un broncio accigliato in energia per le idee. E così anche un presente apparentemente insignificante, diventa memoria. 

 

Essere sepolcro. Essere culla.

18 aprile 2017

Le aree dismesse esistono fuori e dentro di noi. Il tempo ne traccia i confini. La domenica pomeriggio. La fine di un viaggio. Di una vacanza. La fine di una relazione. Una moltitudine di “fine” e a ogni fine corrisponde il vuoto. Un brutto posto esistenziale dove andare.

Naturalmente più si diventa grandi e peggio è.

Ieri sera ho fatto due passi partendo dal lungomare di Ostia. Di settimana in settimana adesso la luce del giorno rimane più a lungo a impressionare le cose che vedo. Poi sono entrato nella pineta di Castel Porziano. In alcuni tratti un vero luogo di abbandono. 

La luce ieri sera illuminava la natura, ma anche l’immondizia, i detriti, i ciuffi d’erba tra le buste abbandonate. Chissà quando. Chissà da chi.

La luce. La luce è più interessante di ciò che illumina. Partendo dalla decisiva funzione di uno sguardo al buon funzionamento degli occhi. 

A ogni pensiero siamo sepolcro e culla. I miei occhi in fondo raccontano le storie molto meglio di me. Imparassi da loro a essere così oggettivo. Così pragmatico.

Perché le cose che scrivo non sono altro che il luogo della trasformazione di tutti gli sguardi della mia vita. Così come la “fine” di un bel giorno, di una relazione, di una semplice vacanza, non sono altro che un posto scomodo dove stare a pensare. 

A volte mi trovo a ricordare qualcosa che ho già scritto e mi chiedo come sia mai arrivato in passato a scrivere cose che oggi magari non penso. 

Si può cambiare ancora quest’idea? Come ci sono arrivato? Che strada ho percorso? In quali luoghi mi sono trovato a cercare le parole per scriverlo? Come mai oggi dico cose così diverse da anni fa? 

Scrivo per dare forma a un processo. Un’azione depurativa degli eventi che vivo. Estraggo vitamine e ferro arruginito dai giorni. Ingoio frustrazioni e restituisco ossigeno in una sorta di fotosintesi sommersa e silenziosa. 

Ora la spiaggia. Una bicicletta col cestino della spesa. Il sole scivola via e accarezza con la stessa grazia tanto i posti belli, quanto i luoghi dove non esiste la serenità. 

Stasera permetto alla luce di entrarmi dentro. Alle parole di fare il proprio percorso. A volte l’esistenza è più consapevole di noi di quanto non potremmo esserlo noi stessi. L’esistenza sa. Il passato trasforma il nostro passaggio in memoria. 

Non so perché, ma questo pensiero mi trasmette una spietata allegria. 
Mi fa sentire parte di qualcosa di immenso a cui appartengo secondo qualche legge che non ho ancora capito.

Essere sepolcro. Essere culla. Essere un uomo in grado di trasformare qualche detrito abbandonato in un tramonto. E una discarica in vita.

Il posto che compete ai ricordi 

17 aprile 2017

Chissà. Potrebbe succedere qui. Potrebbe succedere adesso.

Mentre un raggio di sole filtra incandescente e borioso tra le tende in salone. Mentre il caldo primaverile e il profumo dei ciliegi in fiore minacciano la logica dei miei ragionamenti. Mentre un uomo è pronto a soffiare sulle candeline tutta la serenità dei suoi primi 80 anni.

Stamattina archivio espressioni e leggo un libro di Vincenzo Cerami. Un racconto dal quale Monicelli estrasse un film con il grande Alberto Sordi. Una storia borghese piena di personaggi che somigliano a quelli che incontro in giro ogni giorno.

Ho scoperto che ci sono sempre più persone che hanno bisogno di credere in qualcosa. E non importa che si tratti di un sentimento, oppure di un complotto. Allora perché non credere che possa accadere davvero tutto quello in cui spero?

C’è il tè al bergamotto ancora caldo. Ci sono le fette biscottate con la marmellata alle visciole. E io non sono del tutto in ritardo per la realtà.

Ho fatto colazione. Ho giocato con Maggie. Col suo sederino bizzoso che si muove in contro tempo alla coda. Le ho dato un biscotto.

E adesso potrei scrivere una storia.

Strappare tutte le cuciture al passato e indossarlo come fosse una giacca alla moda.

Ma tu dovresti venire qui. Adesso.

Tra i miei complicati sospiri.

Tra le mie insondabili contraddizioni. Tra la testa e il cuore c’è uno spazio dove non ci si annoia mai.

È proprio quello il posto che compete ai bei ricordi.

Solo a Roma 

9 aprile 2017

I vicoli di trastevere sono un fiume in piena che esonda turisti di ogni credo e nazione. Il chiacchiericcio trascina la mente. Sembra lo stesso da sempre. Il chiacchiericcio tiene per mano il desiderio, di ogni persona, di vedere se qualcuno si volta e ti guarda solo perché riconosce la sua lingua.

Mentre mi ascolto parlare sorrido. Vicolo della Renella è a pochi passi da Santa Maria in Trastevere. Si scherza. Si scatta qualche foto. Ma è a cena che iniziano le risate vere. Prima un accenno di battuta. Poi sempre di più. E sono sorrisi che che vivono all’interno della necessità che ognuno di noi ha di fuggire la realtà. Quella realtà che porta a conseguenze reali. 

La leggerezza di un sorriso invece tiene sospesi. È come una musica. Una felicità che nasce da dentro e che ci mostra un altro orizzonte sconosciuto. La capacità di contenere le emozioni. Non di negarle. Non di reprimerle, né viceversa di provarle a caso. Essere liberi di viverle, di farle rivivere e di contenerle all’interno del tono della voce, più che nelle parole, quando si pronuncia una battuta. 

Ci siamo seduti alle dieci, ma quando ordiniamo sono le undici passate. La cameriera improvvisa danze tribali intorno ai tavoli. Non è del mestiere. Poco importa. Mezza frase a testa basta per un’altra risata. È pura mimica, sorrisi e infantili ammiccamenti. Ormai il sabato sera è segnato e anche questo passaggio di vita apparentemente noioso e difficile risplende di piccole allegrie. 
Il tempo perso con le sue assurde regole è già stato digerito e diventa sangue che scorre nelle vene. Diventa respiro. 

Qui. In questa città. In questo punto più che in altri nasce una magia profonda. La compostezza di una storia. Solo a Roma, e mai in nessun’altro posto, mi sono sentito padrone di me stesso e un uomo così dannatamente libero.

“Se” e “cosa” resta davvero

3 aprile 2017

Non tutti si fanno toccare dalla vita. Ma sono davvero in pochi quelli che riescono a evitarlo. È già passata la mezzanotte da diciotto minuti e Roma si è appena addormentata, eppure non so quanto riposi davvero. 

C’è silenzio, un silenzio che sembra solitudine. Troppi pensieri. Troppo vino rosso. Troppa realtà. La malinconia è un’ottima strategia per scrivere qualcosa. E scrivere è sempre meglio di niente. 

Per scrivere però dovrei trovare più tempo. Perché quando scrivo non bastano i minuti impiegati a trasportare le parole sul foglio elettronico. Serve anche il tempo intorno. Quello in mezzo. Il tempo per capire. Il tempo di rileggere.

Il tempo per farsene una ragione.

Io me la sono fatta e sono giunto alla conclusione che per scrivere il momento migliore è la notte. Il silenzio. Zero cose da fare intorno. Le spalle appoggiate alla testiera del letto. Le gambe incrociate. Un bicchiere di vino rosso oppure un Martini con tanto ghiaccio. Dipende dalla stagione. 

Scrivo. Rileggo a voce alta. E mi interrompo tra l’una e l’altra. Per ascoltare i silenzi. Per vedere alla fine “se” e “cosa” resta davvero. 


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