“Esistere ancora”, intendo.

Mangio un cornetto, ma poi sciolgo una bustina di dolcificante nel caffè. E mi chiedo quanto, in tutto questo tatticismo, esista un senso. Probabilmente c’è. Ce n’è più di quanto senso si celi nelle altre cose che ho cominciato stamattina. A volte inizio piccoli progetti con il chiaro intento di lasciarli decisamente a metà. 

Ho decine di storie incomprensibili e incompiute che mi sfilano davanti agli occhi. Come una improvvisata parata per la solita festa di paese. Piena di personaggi buffi. Colmi di colore.

La vita. Sto cercando di tenerla sotto controllo. Magari solo per regalare una soddisfazione al dio della consapevolezza. Al genio dell’adempienza. Sempre che ne esista uno. O più di uno. Perché mai negarsi questa allegra possibilità?

Spesso, quando mi siedo e scrivo, sto qualche minuto a guardare fuori della finestra. Di fronte al mio portatile alla moda. Poggiato sul tavolo in legno. A tre passi da un finestrone che affaccia sulla stradina chiusa al traffico urbano. 

Da piazza Mattei il vicolo scende facendo una curva da sinistra a destra. E la mia finestra e più in alta rispetto agli altri palazzi nel percorso. Questo mi permette di guardare costantemente il cielo. Di non dover fare acrobazie particolari col collo per vedere ad esempio che tempo fa. 

Il muro della scuola confinante, che segue la strada nella sua discesa, mi offre poi una specie di protezione molto rassicurante. Non posso essere rapito dagli alieni. Anche perché credo mi abbiano abbandonato qui loro.

Poi. Quando sento di non poter contenere ulteriormente la mia fantasia arrivo anche ad accostarle le persiane. Lascio solo uno spiraglio. Non c’è un panorama particolare, ma è bello cogliere il modo in cui i colori del vicolo cambiano nel corso della giornata. È interessante la trasformazione della sera, con i lampioni accesi. 

Questo è il momento in cui mi piace scrivere. Quello in cui mi accorgo di come cambiano i toni delle cose che ho intorno. È sempre stato così. Mi piace capire da solo quello che bisogna capire. La solitudine è stata da sempre una preziosa maestra, anche quando restare solo era soltanto un pensiero. 

Non saprò mai se sono stato un allievo capace. E non spetta nemmeno a me dirlo. Però so di aver imparato a raccogliere certi dettagli. 

La solitudine si aggira ancora per i corridoi di questo appartamento. Lo fa senza avere niente da dire. Solo che, rispetto al passato, le cose accadono con una certa difficoltà. Come se accadere le costringesse innanzi tutto a esistere. E non sono così sicuro che vogliano davvero farlo.
“Esistere ancora”, intendo.

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