Archive for luglio 2017

Che poi…

29 luglio 2017

Scrivere è come prendere a calci una porta chiusa. Quando te la sbattono in faccia.

Ti fa sentire subito meglio. Però la mattina dopo ci ripensi e ti senti un idiota.

Speciali

27 luglio 2017

Fa caldo. Un caldo immorale. Nel senso che, con queste temperature, stare al fresco dovrebbe essere considerato un comandamento in ogni religione. “Non uscire di casa sopra i 30 gradi”.

Il treno. Il taxi. Poi arrivo nella sede della grande banca. Incontro due dirigenti incravattati per parlare di affari creativi. Un tempo avevo anche io tantissime cravatte. Un tempo ero anche più creativo. E se dipendesse solo dalle cravatte?

Mi distraggo. C’è un bel freschetto, penso. E le poltrone sono morbide. Magari adesso arrivano anche dei tramezzini col tonno e una birra gelata. Ma niente. Rimedio solo dei biscotti della seconda guerra mondiale e un Nespresso decaffeinato.

La mattinata si trascina così. Poi finisce tra saluti e poderose strette di mano. Se non sei “cintura nera di stretta di mano” in certi ambienti conti poco.

A questo punto sarei molto in anticipo per il treno che mi riporterebbe a casa. Ma dietro Porta Venezia c’è un parco. Potrei camminare un po’. Sfidare la bibbia e il caldo torrido. Le panchine vuote poi, sembrano storie abbandonate e io il matto del quartiere che avanza, oscillando tra un pensiero e l’altro. Distratto solo dalla statua in bronzo di Indro Montanelli e una strana foglia in movimento sull’erba. 

È lì in terra. Si sposta in modo incongruente e non sembra nemmeno una foglia, ma un animaletto. Magari è un topo. Ah no! Quelli sono una presenza esclusiva del centro di Roma.

Mi avvicino con professionale disinvoltura. Vorrei osservarlo meglio senza che si spaventi e scappi. Sembra un riccio. 

Avevo fatto molta attenzione, tuttavia deve aver percepito qualcosa. Barcolla. Si contrae. Non è ferito. Sta semplicemente lì e mi stupisco che ora sia del tutto immobile. 

Non faccio in tempo a pensarlo che si è già trasformato in una palla tutta aculei. L’ho spaventato credo. O magari lo era già. 

Diventare una palla vuol dire difendersi ed è evidente che lui non possa far altro. Intravedo gli occhietti neri e un nasino. Mi allontano di qualche metro e rimango a guardarlo. Poi sorrido e proseguo verso la fermata della metro, dribblando la mia solita retorica.

Forse la serenità è solo una questione di tane. Di luoghi protetti. Forse ci portiamo dentro la nostra voglia di un porto sicuro, di parole confortanti. Siamo il rimpianto e la nostalgia dei nostri istanti più sereni. Siamo la nostra paura di restare soli. O peggio ancora assediati, lontani e irraggiungibili. 

E se le cose non vanno anche noi diventiamo una palla di silenzi acuminati dietro i quali ci proteggiamo. Siamo la fatica di sfidare il tempo e le distanze, lontani da un giusto riparo. Ma siamo comunque qui. E a forza di pensarlo alla fine si può anche finire per credere davvero di esserlo. In qualche modo, speciali.

Un mistero

26 luglio 2017

C’è luce nella stanza. Non quanta ne basti per leggere un libro, ma abbastanza per restare svegli a palpeggiare pensieri. 

La sensazione è strana. Tangibile, ma non descrivibile. Somiglia al timore di perdere quello che non si può avere. 

Scrivo. Poi tengo gli occhi chiusi. Li riapro e scrivo ancora. Improvviso un feroce nascondino con i ricordi più belli. Loro sono abili giocatori. Furbi imbonitori. Ma anche generosi e alla fine si lasciano trovare sempre.

Forse dovrei scrivere meno e parlare di più. Avere tempo per tutti e non aver bisogno di nessuno. Non essere troppo geloso e trascorrere meno serate a chiedermi dove cadono le stelle. Anche se siamo quasi in agosto.

Dove cadono le stelle? E soprattutto che fine fanno i calzini?

In fondo sono domande legittime. Magari poco pertinenti, ma legittime. Perchè non ha davvero importanza che io sia, o meno, un freddo meteorite. Non ha importanza che io sia custode, o meno, delle speranze, o degli sguardi sognanti di qualcuno.

Non è importante che io abbia trascorso secoli in questo stesso universo. Da solo. Errante. Oppure fisso nel cielo. Con le altre stelle a disegnare figure mitologiche e punti cardinali. 

L’unica cosa che conta, dentro o fuori da questa stanza, è la realtà. Si può essere una stella solo bruciando tutto se stessi, fino a consumarsi. Fino a non essere più. Bisogna farsene una ragione e dedicarsi ai calzini. Quello si che è sempre stato e rimane, un mistero. 

Le incantevoli storie di Alice

25 luglio 2017

Alice credeva di amare la lettura più di ogni altra cosa. Ma non avrebbe mai acquistato un libro usato in una di quelle bancarelle del centro. Quelle di piazza del Popolo, o via Cola di Rienzo, a Roma.

In fondo come si può abbandonare così deliberatamente un libro? Non esistono storie che non meritino di essere amate da qualcuno. 

Alice era uno “scontro impari”. Troppo distratta per essere felice. Toppo intelligente per credere di poter trovare ogni risposta. 

Da piccola Alice giocava con le lumache. Quelle che dopo un temporale uscivano nel giardino sotto casa, ed erano tantissime. Eppure non amava i giorni di pioggia. 

Alice credeva che le lumache non fossero lente, ma stanche. Che facessero solo tanta fatica nel trascinare il peso della propria casa. Quello che credeva essere il peso della propria esistenza. Alice le avrebbe volute aiutare tutte.

Ed era pronta a dar loro l’amore di cui non avevano mai sentito il bisogno. 

“Tu, ovunque tu sia. Raccontami una favola. Leggila, rileggila, inventala, sognala. Che sia davvero realtà, o una storia della tua infanzia, non mi interessa. Che sia un aneddoto origliato sui vagoni di un treno, o una delle fiabe di tua nonna, non ha importanza. Raccontami soltanto una storia. In fondo sono tutti aneddoti incantevoli quando qualcuno ha soltanto voglia di ascoltare la tua voce.”

Alice e gli sguardi raggianti

24 luglio 2017

Alice è accigliata, sprecata, confusa. Forse non aveva mai provato a essere davvero dall’altra parte. 

Alice pensava al mare, al vento, alla vela. Pensava ai frustranti inseguimenti di Willie il Coyote e a un universo fatto di relazioni più semplici. A un emisfero opposto fatto di sentimenti. All’infantile desiderio di volare senza il timore di essere predati. 

Alice non sapeva ancora come tornare. Poi finalmente corse in suo aiuto il vento. Insieme alla consolante luce di un tramonto, che saltava fuori da una cospirazione di nuvole lontane. 

A volte ripenso ad Alice. Alla sua bellezza. Alla vita e a quello che decidiamo di farne. All’aleatoria sostenibilità di un universo inventato. Alla leggerezza di un abbraccio. E a quelle espressioni fatte di sguardi talmente raggianti da metterti tranquillità.

Un prima e un dopo

21 luglio 2017

Prendo un caffè. Ho solo pochi minuti. Potrei perdere il treno, ma non sarebbe certo una grossa perdita. Certi treni partono a ogni ora. 

A volte mi tormento con il surreale. Mi percuoto la testa con risposte creative a domande che non si possono nemmeno spiegare. Pensieri disordinati che per capirli servirebbe solo non pensarli.

Eccomi qui. A sorseggiare un caffè doppio in tazza grande alla stazione. Osservo sfilarmi innanzi sconosciuti di ogni ceto e cultura e non escludo domande e risposte banali. 

Ci sono periodi di tempo anche molto brevi che tagliano la vita in un “prima” e un “dopo”. Giorni che riaprono una storia, o che la chiudono per sempre. Conseguenze che ti riempiono la vita di significati, o che te la svuotano del tutto. 

Esiste un prima e un dopo in ogni frase pronunciata. In ogni silenzio che lascia interdetto. In ogni “hai fatto la cosa giusta”. Ma fare la cosa giusta quando sei fuori tempo massimo per “fare la cosa giusta”, equivale ancora a fare qualcosa di giusto? 

Non sono nemmeno tanto sicuro che per avere ragione sia sufficiente agire nel giusto. 

So solo che se parlo è perché lo preferisco al rimanere in silenzio. E se agisco è perché credo sia più produttivo rispetto allo stare fermo.

È grazie agli errori che ho migliorato la rotta e ho affinato ció che sono. È grazie alle porte in faccia, anche quelle che ti spaccano il naso, che ho trovato nuove versioni di me stesso. 
E se guardo le storie che ho vissuto nel mio lavoro e nella mia vita personale, non vedo errori che non mi abbiano ancora insegnato qualcosa.

Ci sono sbagli che sono stati addirittura padri di decisioni successivamente giuste. Bisogna accettarla questa danza. In fondo ha ragione Eugenio Barba, “è solo il contesto che decide i significati”.

Devi starci dentro

18 luglio 2017

Le sei e mezzo di mattina. Esco di casa pedalando piano in direzione del lungomare di Ostia. Respiro adagio. Lascio che l’aria di un nuovo giorno mi penetri nei polmoni senza alterare i pensieri. 

Non c’è nessuno in strada, e sul pontile di Ostia solo pescatori. Canne fissate e lenze in acqua dove tra qualche ora sarà una bolgia. 

In questo istante però, gli occhi attendono il sole e divorano ogni cosa storditi dalle trasparenze.

Percorro tre chilometri per arrivare al porto. Passo attraverso nuovo pontile con le barche ormeggiate. Osservo un uomo sulla cinquantina che si prepara a scendere in acqua. Tre schiaffoni dalle onde gli stanno rinfrescando le idee sulla temperatura del mare al mattino. 

Se divento più coraggioso magari un giorno mi butto anche io con la maschera e le bombole, ma oggi non mi fiderei molto. 

Rimango a guardarlo per una decina di minuti da solo, in silenzio. Intanto si alza il sole. E penso che quando ci sono le cose più incantevoli da vedere, le persone dormono. E che questo forse non riguarda solo l’estate e non riguarda soltanto il mare. Poi sorrido e faccio ritorno. 

Mentre pedalo sulla stessa strada mi torna in mente la scena appena vista. Un uomo che entra in acqua, perché la sua barca ha qualcosa che non va al di sotto della linea di galleggiamento. Il mare è un disastro di onde, sporcizia e freddo, eppure lui deve entrarci. Senza ponderare le forze. Senza domandarsi troppo “me la sento?”. 

Questa per me è una chiara figura retorica della vita. Si può stare anche ore a guardare il mare. Ma poi, per provare a risolvere un problema, devi starci dentro.

Il trionfo della sostanza

14 luglio 2017

Paura di non essere all’altezza. Paura di non avere risposte. Paura di non piacere, o di non sembrare sicuri di sé. Paura del giudizio degli altri. 

Certo, perché in fondo è “gli altri” che veneriamo con tutte le nostre forze. Attraverso i social network e gli occhi di chi non ci conosce. Oppure al lavoro. Nella vita di tutti i giorni. 

 
Bisogna essere pronti a piacere, a essere giusti, a essere sempre aggiornati.

Spesso mi guardo intorno e vedo ciò che non voglio assolutamente diventare. Un pubblico. 

Non so quanto sia utile l’analisi critica di ciò che mi circonda. Colpa di un romanticismo ciclopico, ma anche un po’ cardanico.

Forma e sostanza che si trasmettono meccanicamente significati in una sintesi armoniosa. Il trionfo della sostanza, o la vendetta dell’estetica? 

Io so fingere in modo perfetto di stare dalla parte del giusto, tanto che finisco per rimanerne sempre affascinato. Solo che, giunto in fondo, perdo l’attimo per sferrare il colpo decisivo. Quello vincente. Quello che alla fine non so più da che parte sia meglio stare. 

Parlale anche quando non ti risponde

8 luglio 2017

A piazza San Giovanni di Dio c’è la pizza a taglio più buona di Roma. O meglio, c’è la pizza che mi piace di più. La signora di Disney hai i lineamenti classici e il rigore professionale di chi non è lì per farsi solo pubblicità, ma per vendere la pizza migliore. 

Lei non ti dice mezza parola più del necessario. Lavora e sorride sempre. La pizza è fina. Croccante. Salata al punto giusto. Nessun eccesso nelle guarnizioni. Nessun colore fuori tono.

Il basilico sulla margherita sembra appena strappato dal ramoscello. Il pomodoro è rosso vivo e la mozzarella rimane mozzarella, anche quando si raffredda un po’. Tutto come deve essere. Niente gusti creativi, o farine di cattiva qualità.

Ho voglia di pizza. 

“Tra quanto esce la Margherita?” Le domando.

“Adesso. Giusto in tempo”, mi risponde lei dall’altro lato del bancone.

Mentre riempie il vassoio della pizza più buona, mi viene l’insana ispirazione: “Mi faccia anche un pezzettino con la nutella.” Penso che potrei portarmela a casa. La signora mi sorride. 

“Ha bisogno di dolcezza?”

Sono fiero della breve risata che le ho estorto. “Certamente. Io vivo da sempre in trincea. La dolcezza mi è indispensabile”. 

Lei stende la carta lucida, poi apre una porzione di pizza bianca e ci lascia scivolare dentro la nutella dal barattolo. “Figli?” – “Una bimba”. Rispondo io.

Intanto lei richiude la pizza e la passa sulla bilancia. “Anni?”. “Dodici.” Le sorrido.

“Figli. Dopo i dodici anni diventano incontrollabili e ribaltano i significati. Si impadroniscono della vita e di tutto quello che ieri sembrava non essere interessante. Poi adesso ci sono anche internet, i social network e tutte queste cose qua.”

Guardo la sapienza delle sue mani che incartano la pizza nel vassoio. Non so perché, eppure mi chiedo quanti altri vassoi abbia mai incartato nella sua vita. 

“Sa, io ho molta fiducia nella mia bambina. Magari le sembro anche superficiale e mi auguro di non pagare cara questa mia scelta. Ma sono convinto che anche l’incontrollabile, possa essere controllato.” 

La signora si ferma. Mi fissa. “Guardi, io non lo so perché ormai le mie figlie sono grandi. Ma c’è un solo modo di proteggerli. Lei ci parli con sua figlia che ha dodici anni. Ci parli sempre, ci parli sempre anche quando non le risponde.” 

Mentre mi allontano dopo aver pagato, mi resta attaccato addosso il lampo d’intensità originato dalle parole di quella donna così semplice e misurata. “Parlarci sempre. Parlarci anche quando non risponde.”

Ovvio che, tornando verso casa, io ripensi ad Alice e allo specchio. Ai cappellai matti. Ai fatti del presente, ma anche del passato. 

“Parlarci sempre, anche quando non risponde.”

E con me? Ci parlo? E quante volte mi rispondo?

Parlare sempre. Intendo anche a me stesso. Sentire che non rispondo. Eppure parlarmi ancora.

Diventare il mio primo appuntamento. Nel senso buono in cui ognuno di noi dovrebbe curare l’attenzione e l’amore verso se stesso. La parte non cresciuta di me sorride. La parte adulta riflette. Quella ferita. Quella che ogni tanto si chiude e non ne vuole sapere. Come quando ero ragazzo. In trincea. Barricato in camera con la porta chiusa e la musica a tutto volume.

In fondo si può parlare senza pretendere necessariamente una risposta. Nemmeno da se stessi. Le risposte, quando escono, forse lo fanno come la margherita di Disney Pizza. Quando è il tempo. 

Si tratta anche di saper aspettare. Di avere pazienza. Di saper parlare. E il “saper comunicare” passa anche dalla capacità di attendere. Di stare zitti e ascoltare. Non bastano certo le parole, ma ci vogliono anche i silenzi e i tempi necessari a capirle.

Nemmeno questo a scuola mi avevano mai detto i professori. 

L’indomabile Alice

5 luglio 2017

Alice si guarda allo specchio, poi si bagna il viso. 

Come se lavarsi la faccia fosse diventato all’improvviso un gesto troppo facile. Come se si potesse addirittura fare senza chiudere gli occhi. 

Alice fissa il suo riflesso a metà strada. Con la schiena piegata. Affacciata a un’ipotetica zona franca tra questo e l’altro universo. 

Come se tutto quello che c’è al mondo di inspiegabile restasse comunque senza una spiegazione. Eppure diventasse all’improvviso “dominabile”. 

Mi dispiace davvero

3 luglio 2017

No. Non c’è alcuna traccia della pioggia prevista. Ma in fondo chi può credere alla pioggia nel deserto. Il caldo invece non manca mai. Il caldo cambia il riflesso delle persone. Sfuma i dettagli e i movimenti di tutti. 

Al Wallgreen sul boulevard i clienti si muovono più rigidi. Quasi imbalsamati da quel compulsivo desiderio che ogni americano ha di mettersi in fila. Come ne vedono una, impazziscono. Devono assolutamente partecipare. E stamattina io come loro.

Eccomi qui. Vittima predestinata di un’esistenza che mi ha reso impossibile un momento diverso. Reo confesso di suicidio pianificato. La crisi in America non ha ridotto gli acquisti. Per questo anche alle sette di lunedì mattina c’è gente al supermarket. 

La fila è lunga, ma scorre. Di fronte a me due ragazzi di colore chiacchierano fitto. Lo fanno ad alta voce. Se la ridacchiano. Sono i tipici americani con due etti di catenine e suppellettili al collo. 

Sono distratti e non si accorgono del fatto che il cestello con le bottiglie di birra è poggiato, in maniera alquanto precaria, sul bordo della cassa. 
Qualche secondo e le bottiglie franano. È la budweiser a schiantarsi per prima. Finisce in mille pezzi di vetro schiumati. A seguire due confezioni di soia e un litro di latte al cocco. Poco distante, in elegante ritardo sull’incidente, arriva anche una scatola di sushi take away. Dodici rolls tra le vittime accertate.

L’evento dura qualche istante, ma manda in tilt la cassiera. Anche lei di colore e abbondantemente sovrappeso. Perché in extremis aveva provato ad avvisare i ragazzi dell’instabilità del cestello, ma i due erano troppo presi dalla loro conversazione e non eccessivamente propensi all’ascolto. 

In tutto questo mi domando come mai non esista un sistema tecnologico collegato a un bip. Qualcosa di tipicamente americano. Un aggeggio di chiara origine militare in grado di salvare la vita alla budweiser e ai dodici rolls prima del tragico incidente. 

Mentre giudico il mio pensiero ironicamente scadente, assisto alla solita ricerca del colpevole anche di fronte all’inevitabile. Sono perplesso. I ragazzi continuano a ridacchiare tra loro senza accorgersi di nulla. Credo siano già ubriachi, o qualcosa del genere. 

Avranno ballato tutta la notte. Sono visibilmente stanchi, stanchissimi. Ridono, ma le loro facce sono segnate da una fatica alcolica evidente. Probabilmente sono stati all’Omnia, o al Jewels. Sì, è inutile girarci intorno. Odorano di sudore e cuoio. È vero. E anche se mi sento stupido a scriverlo, perché detesto anche solo la possibilità di sembrare razzista, le cose stanno semplicemente così. 

Anche noi siamo in grado di puzzare, volendo. In ogni caso è un miscuglio di fragranze molto simile al nostro. Un retrogusto acre di spezie, aglio, sudore e non eccessiva pulizia. Un qualcosa di mediocremente acido e assolutamente specifico.

Non è sbagliato sentirlo, trovo solo brutto giudicarlo.

Ora inizia la saga del pagamento. Uno dei due giganti riprende la birra nello scaffale e il sushi, l’altro raccoglie il latte di cocco e la soia, ma commette il reato peggiore. Osserva il pavimento con un sorriso. Non capisce il danno creato e la devastazione culturale prodotta all’interno del microcosmo Wallgreen. 

In fondo non trova che sia così grave l’accaduto. Non ritiene nemmeno di dover chiedere scusa. In più, pare non capisca che con 3 dollari cash semplificherebbe la vita alla cassiera e a tutti noi. 

Trenta minuti dopo, eccomi finalmente in hotel. Sono di fronte alla porta della mia suite, ma la carta è smagnetizzata. E la reception è a circa 20 km da qui. Tutto così grande a Vegas. Ma non fa nulla. 

Percorro un corridoio. Poi un altro corridoio. Ascensore. Corridoio. Poi scala interna. Reception. Altra fila alla concierge e poi tutto al contrario. L’ultimo varco è controllato da un signore sulla settantina. Vedi quanti sbarramenti, quanto spazio. Poi finalmente eccomi in camera. Mi lascio andare sul letto. Accendo la radio.

“Sorry / Is all that you can’t say / Years gone by and still / Words don’t come easily / Like sorry like sorry”, “Scusami. È tutto qui quello che non riesci a dire”, canta Tracy Chapman. 

Sì in fondo somigliava alla cassiera. E dovremmo tutti imparare a chiedere scusa. Io per primo. Chissà, forse un giorno non avremo più bisogno di chiavi. E come bianconigli affamati riusciremo a fare irruzione ovunque. Quel giorno non serviranno nemmeno le parole e basterà soltanto un abbraccio per dire, mi dispiace. Mi dispiace davvero.

Quello che sta nel mezzo

2 luglio 2017

Se solo le persone si accorgessero delle stelle che hanno dentro forse reagirebbero a una vita piena di automatismi rischiando di più per i propri sogni.

Stamattina frugo tra i cassetti e mi accorgo di non avere un piano per modificare il mondo.

Forse perchè l’unica cosa che sono stato in grado di cambiare è stata la mia vita e non mi sono mai preoccupato del resto.

Questa rivelazione mi solleva da tutte le responsabilità, tranne quella di scoprire le definizioni nascoste tra le più piccole pieghe di questa esistenza. Come i raggi di un sole curioso che stamattina mi accarezzano il volto.

Come il bruciore per i tanti minuscoli graffi che la vita mi ha lasciato.

Vivere in base al desiderio profondo è l’unica vita che ritengo degna di chiamarsi tale e solo chi non ha mai ceduto alla paura di sbagliare può capirmi.

Chi invece tiene chiuso il coraggio sottovuoto può anche accontentarsi di sopravvivere leggendo l’oroscopo del giorno.

Chi è migliore di chi?

Chi è più forte di chi?

Ed essere migliore vuol dire essere anche più forte?

Migliore lo scrittore del poeta, dell’imprenditore? O il filosofo del sedicente giornalista?

Più forte l’uomo, il padre, o il giocatore?

Io non credo che esista il migliore e per quel che vale, non credo che esista nemmeno il più forte.

Esiste il coraggio di agire e il momento giusto per farlo.

Tutto il resto è solo l’immaginazione di qualcosa che sta nel mezzo. E l’immaginazione porta a braccetto soltanto il disincanto.


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