Archive for maggio 2017

Come le parole di troppo 

28 maggio 2017

Quel giorno ho osservato un gabbiano lottare per un sacchetto della spazzatura. Quel giorno ho fatto primi piani con gli occhi, per sembrare sorpreso. Ma non ho mai posseduto una mappa, o le istruzioni del gioco per fare bene. 

Quel giorno ho improvvisato, poi ho scritto nomi e cognomi di tutte le stelle che mi stavano cadendo addosso. Ogni tanto mi porto ancora a spasso lungo lo stesso fiume, lontano dalla luce dei lampioni. E arrivo la fino a dove ricominciano le parole.

Poi mi abbandono ai ricordi. Come quei bicchieri vuoti sui banconi del sabato sera. Come quelle parole di troppo che sfuggono dalle labbra. Colpiscono. Cadono in terra. E poi non le raccoglie più nessuno.

Ponti a metà

27 maggio 2017

Le mie storie. I miei progetti. Ad alcuni sono stato dietro, ma in verità non ci credevo molto. In altri “credevo di credere”, tanto per citare il tassista che mi ha riportato a casa. 

Ancora oggi, se mi osservassi da un punto un po’ al di fuori di me, più distante, probabilmente vedrei un uomo che non sempre ha saputo di preciso quello che voleva. 

Quel progetto per cui servivano troppi soldi. Quella relazione per cui non c’era abbastanza tolleranza. Quel viaggio per cui non avevo abbastanza tempo. Quell’abbraccio che qualcuno avrebbe voluto, ma che non c’era più il desiderio di dare. Tutti ponti a metà. Ma la vita non è lo stretto di Messina.

E quel blog in rete che doveva spiegare il mio modo di pensare? Ho iniziato dieci anni fa. Ci scrivo ancora, ma non sono la stessa persona di allora. E ci sono troppi fogli bianchi.  

A volte il lato più utile di un foglio dove hai già scritto qualcosa è il retro bianco. Non per correggere. Ma per scrivere di nuovo, senza necessariamente buttare via il passato.

Fotografie. Perché le ho tenute queste qui? Sono soltanto istanti. Forse ci tengo e basta. Mi emoziono quando le guardo. Claviere. Roma. I miei quaranta anni. Il lago di Como con mio padre. Mia figlia. Ci sono anche le foto di tutti i miei fallimenti. I successi. Tutti i miei viaggi. Le mie riscoperte. 

Un progetto potrebbe essere riviverli certi momenti. Ma non tutti. Tutti non si può. Tutti è davvero impossibile. Servirebbero duecento metri lineari di muro dove appenderli, uno per uno. Un desiderio poco proporzionato al mio effettivo concetto della realtà. 

In alcuni tratti la vita è karma, in altri una patologia. In effetti se penso a “La prigione dei ricordi” è diverso. E’ nato perché un giorno di aprile ho pensato che sarei morto presto e che avrei voluto lasciare a Nicoletta almeno una traccia di quello che il suo papà era bravo a fare. Scrivere. Tutto qui. 

Quando ho iniziato, l’idea di un libro era semplicemente un progetto senza futuro che poi ha trovato due gambe e ha camminato da solo. Quanto? Boh. Non mi sono mai fermato a misurare lo spazio.
 

Lo smaltimento degli spazi inutili e del tempo perso è un’operazione lunga. Tutti quei progetti falliti. Abbandonati. Oppure eseguiti con successo, ma ormai trascorsi e dimenticati. Nel sacco nero della mia quotidianità finiscono le cattive amicizie. Le irriconoscenze. Gli opportunismi. Ma non in grandi quantità per fortuna. Nella busta della plastica invece tutte le custodie che contenevano i momenti importanti. Una marea di roba ormai desueta e dimenticata. Ma soprattutto inutile. 

Penso che per la natura sia sempre un grande impegno smaltire ogni uomo con le sue storie. E questo è solo il punto di vista ironico di un sedicente scrittore, come citava “Mario Adinolfi”. Ma chi smaltirà le delusioni? Chi smaltisce le scortesie? Se in un enorme scatolone raccolgo le relazioni finite, quante saranno state le parole pronunciate a voce per costruirle? Chi smaltirà tutto il tempo che ho perso e fatto perdere alle persone? E le riserve di pazienza che abbiamo eroso? La mia. Quella degli altri.

Apro le finestre, stamattina soffia un’apparente freschezza nell’aria. Respiro a pieni polmoni. Alzo gli occhi e guardo questo immenso vuoto azzurro cielo. Poi penso del tutto irrazionalmente: “Ok, ora si comincia. Come sempre. Come ogni giorno. Come da tutta una vita.”

Esserci adesso

26 maggio 2017

Ci sono alcune parole che diventano importanti subito. Sono quelle che ti si attaccano addosso. Quelle che assumono il colore preciso del sentimento che ti fanno sentire.

Parole talmente colme di ricordi, di senso, di contraddizioni, di emozioni, da non poter più essere attraversate nemmeno dalla luce. Quelle così dense che riesci anche a percepirne l’ombra. 

Quelle che diventano sufficienti a spiegare tutto ciò che avevi bisogno venisse spiegato.

E poi ci sono le parole che ascolti giorni, mesi, anni dopo che sono state pronunciate. Quelle che chi le ha dette non è più lì con te, oppure non è più la stessa persona di allora. 

Quelle che “tu eri seduto al tavolo e lei tentava di comunicare con le sue parole”. Ma chi c’era davvero? Forse solo le tue orecchie, li poggiate da qualche parte. Oggi invece ci saresti tu. 

Quelle che non sai con chi prendertela se non con te stesso, per non essere stato presente al presente. Quelle che ora è inutile rimpiangere. Quelle che occorre solo svegliarsi e decidere finalmente di esserci. Adesso.

Stralci di pensiero

25 maggio 2017

Lo avevo cancellato. Del tutto dimenticato. Oggi all’aeroporto di Palermo mi sono imbattuto in un suo ricordo e ho scoperto che lo avevo davvero rimosso dai pensieri. Avevo obliterato la sua spietata grandezza. Quel tipo di grandezza rara che sconfina nel quotidiano. Nel “da fare” di ogni stramaledetto giorno.

Riporto uno stralcio di una sua lettera scritta a Giovanni Falcone.

“…il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace per poterlo cambiare. Ho amato così. Essendo stato, Paolo Borsellino.”

Figli di un dio cattivo

23 maggio 2017

È quello che avviene fuori di me a creare significati dentro. Ma quale significato posso dare a un ordigno misto a chiodi che spazza via l’esistenza di 22 persone, molte adolescenti. 

Dicono che esiste una spiegazione prima, durante e dopo ogni attentato. Allora per dio spiegatemi questo. Spiegatemi perché le vite di ragazzini e ragazzine, apparentemente separati da esistenze uniche e del tutto diverse, si spengono in un istante per colpa dello stesso irrisolvibile destino.

Ci sono solchi nella mia mente che scavo intorno ai gesti incomprensibili. Fossati che mi separano da fatti assolutamente orribili e talmente insensati che nemmeno la più tenace delle volontà potrebbe mai tentare di spiegarne il significativo. Eppure c’è qualcuno che osa parlarmi ancora di religione? Di guerra santa?

Nessuno può avere la presunzione di poter colmare le distanze tra le diverse culture e religioni di questo pianeta. Troppi odi. Troppe insofferenze e vendette. La paura ci accompagna. Ci attraversa.

Ed esiste una personale soglia di non ritorno che continuamente varco. Un’identità fatta di buonsenso e sopportazione che muore dentro me. Succede ogni volta che mi sforzo di capire, di rielaborare. 

Rileggo notizie. Rivedo drammi del passato. Oggi il mio io presente scivola spericolatamente sul piano inclinato dell’inquietudine. Della paura. Tutto questo rancore è scoraggiante. Tutto questo male è alienante. 

Non mi viene in mente altro da scrivere. Che possa un dio spiegarmi un giorno il perché di tutto questo odio nel mondo, poiché non esiste nulla di umano e religioso in gesti così dannatamente vigliacchi. Niente che non possa farmi vergognare di essere un uomo.

I titoli di coda

22 maggio 2017

Certe relazioni sono come quei film di cui non ti è venuto in mente di leggere la trama prima di andare al cinema. Possono deluderti anche se non avevi delle vere e proprie aspettative. Magari riescono a prenderti molto mentre li guardi, perché la piacevolezza trova un suo senso anche nello scorrere delle sequenze. Ma il più delle volte c’è bisogno di un’attenzione sbilanciata verso il significato delle immagini. La superficialità ha sempre conseguenze inevitabili per la profondità di una storia.

Ogni tanto scopro che le cose poi riescono ad andare anche peggio di quanto penso. Viviamo in un evo arenato sull’apparenza. Fermi a un tragico capolinea culturale e a ogni occasione si sprofonda un po’ di più. Questo traspare nelle relazioni di ogni tipo. Ma soprattutto succede quando hai superato i quaranta e ti rapporti quotidianamente con un “altro sesso” saturo di problematiche e convinzioni che non ti appartengono. Che non ti sono mai appartenute.

In passato ho messo a dura prova la mente e il cuore. Provato da quel continuo ricollegare, rimontare, capire, ridare senso a una comunicazione apparentemente semplice, ma costantemente in disordine. Certe persone sono un campo minato dove si cammina in precario equilibrio. Sentimenti, emozioni, momenti drammatici, detto e contraddetto, sono mine antiuomo. Insomma, coltivare una relazione è un esercizio di misura sulla linea di un virtuale fuorigioco. Senza arbitro e senza guardalinee. 

Perché una relazione funzioni, e abbia un senso stare insieme, occorre avere a che fare con le stesse emozioni e non importa quali. Che sia la stessa serenità, o la stessa sofferenza profonda. O almeno percepirne lo stesso peso specifico all’interno della propria vita. E non bastano le parole a descrivere una sofferenza. Mi sono riempito in passato le orecchie di “io sto male” e maltrattato di “ti voglio bene”. Niente di più rarefatto. Niente di meno prezioso. Niente che riesca ad entrare davvero nel cuore.

E di solito è proprio a questo punto che scattavano i titoli di coda.

Certi ricordi

21 maggio 2017

A volte ho l’impressione che Roma si nutra dello sguardo dei turisti. La domenica poi quell’impressione diviene quasi certezza quando li guardo che camminano per le vie del centro.

A quest’ora il sole è basso e lascia che l’ombra s’impadronisca dei vicoli più nascosti. Davanti al Pantheon c’è un anziano che guarda il monumento e prende appunti. Roma lo osserva. Si studiano. Si salutano con lo sguardo. 

Una donna sulla quarantina tiene sua figlia seduta sulla spalle. Le parla. All’inizio non l’ascolto, troppo preso dal personaggio che prende appunti. Poi mi accorgo che la donna è talmente brava, talmente capace di portare la bimba dentro la sua storia, che rinuncio volentieri ad ascoltare altro.

Mi nutro delle storie dal passato. Mi ci emoziono nel presente. E poi le trasporto nel futuro riscrivendole a mia volta. Strano pensare a quello che sto vivendo senza venirne mai a capo. Strano pensare di non essere necessariamente il protagonista di ogni storia. Magari esistiamo per diventare il racconto di altri. Come questa piazza. Come questa città. 

Mi siedo a un tavolo. Un bar a caso dietro la fontana. Ordino uno spritz, poi una granita al limone. È davvero buona, penso, ma non indimenticabile. Indimenticabili forse riescono a esserlo soltanto certi ricordi.


Semplicemente niente 

20 maggio 2017

È la fine di maggio. Sono quasi le 9 di sera. È una giornata che non ha nulla da invidiare all’autunno. A quell’autunno. Un giorno di tanto tempo fa. 

Pioveva eppure non c’era una nuvola in cielo. Ero fermo al semaforo in sella al mio Si. Il più venduto di sempre tra i motorini. 

Stavo per finire l’ultimo anno di liceo. Esami di maturità. Ultima interrogazione. E io guardavo il rosso intenso di quella luce come si guarderebbe un tramonto. 

Mi dicevo: “Scolpisciti in testa questo rosso. Ricordatelo Gianlu. Perché tra poco percorrerai questa strada al contrario e qualcosa della tua vita sarà finita per sempre.”

Quel semaforo ha continuato a funzionare in tutti questi anni e altri semafori si sono addirittura aggiunti. Ma oggi quella scuola non c’è più. Quelle persone non ci sono più. Professori. Bidelli. Anche il motorino. Tutto sparito nel tempo. 

Sento ancora la leggerezza di quei metri. Di quelle curve fatte piegato il più possibile. Dei pazzi tentativi di andare su una ruota. E tutti quelli falliti di guidare senza mani.

Andavo a scuola in motorino e se oggi dovessi raccontare a mia figlia come il papà ha vissuto gli anni 90, forse sceglierei proprio quella mattina. 

Gli anni 90 li ho guidati come si guidava un motorino. Senza casco. Con le curve della strada favorevoli e nessun incidente possibile.

Ricordo i quarantenni di allora che scuotevano la testa e raccontavano di 20 anni prima. Di quel 1968 a cui avrei dovuto essere eternamente grato.

Sono passato numerose volte da quel semaforo. Centinaia di volte. Guidando, o seduto accanto a qualcuno che lo faceva per me. Oppure a piedi attraversando la strada. 

È passato tanto tempo e dentro di me le salite di Monteverde vecchio continuano ancora a essere l’inizio del percorso della mia vita. Questi trent’anni mi sono serviti a capire che tutto quello che non ritorna al mondo, che non emoziona, che non muove amore. È semplicemente niente.

La sostanza delle somiglianze

15 maggio 2017

Filosofia di pensiero. Il più efficace tra i meccanismi di autodifesa. In questi ultimi mesi mi sono più volte domandato quanto la rabbia sia davvero sinonimo di cattiveria. E quanto la persona più arrabbiata sia di conseguenza la più cattiva di tutti.

In realtà i cattivi si arrabbiano meno degli altri. Questo l’ho imparato. Ma non credo sia una scoperta particolarmente utile al mio interfacciarmi con la quotidianità. Ho imparato anche questo.

Quindi la rabbia non è importante in quanto tale nel suo manifestarsi, ma è più figlia delle sue cause scatenanti e madre del suo imprevedibile esito. 

Ho imparato che se ci tieni tanto ti arrabbi molto. Poi sta nel carattere delle persone manifestarlo, o meno. C’è il cinico, che non si arrabbia e magari medita vendetta. C’è l’istintivo che pontifica parole a caso cercando di auto convincersi di essere cattivo. Quanti potrei inventarne di profili. Ma non troverei in tutto questo qualcosa di utile a capire come funzionano le mie profondità e nemmeno come questo potrebbe aiutarmi a stabilire una connettessione col mio mondo interiore.

Ci sono voluti mesi perché realizzassi un rapporto vero e profondo con le mie reattività verso gli eventi deludenti in generale. Un percorso fatto di scoperte semplici. Del tutto empiriche. Risposte giunte anche a caro prezzo. E non posso dire sia stato facile metterle in fila per il verso “giusto”. Sempre che ne esista davvero uno.

La prima delle scoperte semplici è stata una figura retorica. Una donna può generare un maschio, o una femmina. Un figlio solo, oppure più figli insieme. Ma è del tutto impossibile che nascano un merlo, o un gabbiano. Che centra direte voi?

Ebbene, i nostri sentimenti non hanno a che fare con la capacità di mettere al mondo pensieri? E che cosa c’e di innaturale in tutto questo? Mi spiego meglio.

Il ciliegio fa le ciliegie, non le albicocche. Quello che sono dentro è in ciò che realizzo. Nel modo in cui affronto i problemi. Anche quelli che non riesco a risolvere. In quello che penso. Che quando sono arrabbiato non corrisponde necessariamente a ciò che scrivo, o che dico. Non siamo sempre noi in quello che scriviamo, che diciamo, che gridiamo. 

Come una ragazza che è presente nella sua gravidanza con tutta se stessa. Con la sostanza. Minuto per minuto. Giorno dopo giorno. Per mettere al mondo un essere che è altro rispetto a lei, ma che ha tutto di lei, che le somiglia nella sostanza, che la rispecchia. E questo anche se durante quei nove mesi lei ha gridato. Discusso. Litigato. Vomitato. Desiderato. Cercato, trovato e perso. 

Ogni progetto è un viaggio. Ogni relazione un percorso. Ogni meta un parto. Un cammino che ha richiesto tempo e una serie di sacrifici e passaggi molto complessi, che includono anche l’arrabbiarsi.  

Peccato che il viaggio verso la comprensione dei propri limiti sia un viaggio di non ritorno. E quello che perdi spesso non lo recuperi più. 

Ed è da qui che alla fine riparto. Da me stesso. Questa potrebbe essere una buona notizia, ma anche no. Bisogna sempre stabilire che tipo di altrove è quel “me stesso”. 

Se è un territorio delimitato dall’amore. Un luogo di pienezza. O un altrove oscuro. Un posto di incertezze, doppi fondi e baratri dal quale vedi sempre spuntare mani tese. E ignori se siamo li per aiutare qualcuno ad uscire, o solo per tirarti ancora più giù.

Per fare un viaggio bisogna averne voglia e oggi non ho tutto questo desiderio di entrare nella stanza più disordinata di un uomo. Molto dipende da come si presenta questa stanza in cui risiede il “me stesso” che sono.

Ecco. Nemmeno questo mi avevano spiegato le maestre a scuola. Sei tu che metti al mondo tutto quello che è venuto al mondo con te. Che tu lo riconosca, o no. Che ti piaccia, o meno. Che abbia un senso, oppure si tratti di pura assurdità. Tanto le somiglianze alla fine non lasciano mai alcun dubbio.

Viste da fuori

9 maggio 2017

In un’altra vita non me ne sarei nemmeno accorto. O forse ci avrei fatto caso, ma non sarebbe stato niente di più di ciò che è. Un dettaglio. Due persone all’interno di un’automobile parcheggiata. Sedute vicino. Adagiate sullo schienale, si mostrano l’un l’altra gli occhi. 

Le mani nelle mani. Le braccia incrociate. Viste da fuori sembrano un confuso schema araldico. Come due lance che simboleggiano battaglie combattute e ormai dimenticate. Non c’è desiderio di nobiltà alcuno, ne di un vessillo da tendere avanti. Il perdono non è il più fragile tra gli atti umanitari. E non è arbitrario come l’abbraccio che lo rappresenta. 

Passo a piedi accanto alla vettura. Sbircio sottocchio. Seguo il riflesso dello specchietto retrovisore. Un tempo questa era la mia automobile e c’è l’immagine confusa del mio volto in ogni singola parete riflettente. Un viso che non porta alcuna espressione, se non quella di un tempo che non esiste più.

Abusi di pensiero 

8 maggio 2017

Quanto tempo sta scorrendo oggi. Non sembra affatto lo stesso di ieri. E pensarlo rende la cosa più disperante. Ma è un abuso di pensiero che si esercita anche sull’erosione del tempo percepito degli altri.

Una donna sta osservando seduta un quadro, da quasi cinque minuti. Credo sia questa la chiave della giornata. Poi la ragazza si alza, si avvicina alla tela e attraversa tutta la sala senza passarmi davanti. 

Lo fa semplicemente, da parte a parte, spingendo chi deve verso dove si deve andare. Con la spietata inesorabilità e l’indifferente calma di chi sa che non ci sono alternative all’andare avanti. Non ci sono mai. Un passo alla volta. Attimo per attimo. Giorno per giorno. 

A volte un’opera d’arte può sembrare un luogo dove poter finalmente naufragare. Ma non è così. Ha ragione lei. Ci sono altre strade da percorrere. Ci sono altre storie da vivere. E fuori sta tirando un venticello che mi ricorda tanto le “ottobrate romane”.

Quando salgo e scendo le scale

6 maggio 2017

Quando salgo o scendo le scale lo faccio lentamente. Affronto ogni gradino senza pensare a quello successivo. E non è certo perché abbia bisogno di riprendere fiato, questo no. Anche quando cammino sono lenta, ma il modo in cui le mie zampe sfiorano il pavimento dona regalità ai miei piccoli passi. È come se qualcosa di inesprimibile rendesse più bello andare piano. Però arrivo sempre dove ho voglia di arrivare.

Stanotte l’ho vista che si avvicinava come un’ombra, nel fascio di luce che giungeva dal corridoio tra il primo e il secondo piano. Io ero in cucina, tutta intenta ad assediare una briciola di qualcosa dimenticata sotto il frigorifero. Sognavo di essere per un istante una grossa formica nera e avere così libero accesso a universi in miniatura. Mi davo un gran da fare, perché lo spazio era angusto e non potevo usare le zampe per avvicinarla, ma era troppo distante anche per farlo con la lingua.

Noi cani di taglia media abbiamo questo devastante problema. Siamo troppo piccoli per salire sui tavoli, saltare nelle credenze e troppo grandi per infilare le zampe negli spazi angusti tra i muri e i frigoriferi, laddove finiscono di tanto in tanto le cose buone. Però abbiamo la faccia da biscotto. Quello sguardo melanconico e dolce più simile a un “ti voglio bene” che a una mera richiesta di aiuto.

Lei entrò in cucina stringendo in mano una sigaretta spenta. Probabilmente vagava in cerca del solito accendino. Era davvero incantevole. Aveva i capelli neri. Indossava jeans elastici perfettamente aderenti e una felpa col cappuccio che nascondeva un’espressione del viso che non riuscivo a vedere.

Mi lanciò subito uno sguardo interrogativo. Un proiettile che andò a segno come un rigore calciato da un vero professionista. Mollai immediatamente la mia briciola e saltellai sulle zampe posteriori poggiando le anteriori sulle sue gambe, ma era troppo tardi. Mi trovai in un attimo sul banco degli imputati e la giuria non sembrava a mio favore.

“Cosa hai fatto?”, esclamò.

“Niente”, avrei voluto risponderle.

“Ti giuro e spergiuro che  era solo una briciola, ma non sono riuscita nemmeno a sfiorarla e…”

Non ebbi il tempo di pensare oltre. Le sue mani mi ispezionarono il muso, poi la bocca, infine venni trafitta da uno sguardo. Un ossimoro. Un’assurda figura geometrica fatta di amore e spigoli di colpevolezza.

Il riflesso scomposto dei miei occhi aveva proiettato nei suoi il dubbio che potessi aver ingoiato qualcosa. In passato era successo. Avevo mangiato cose a caso. Alcune irripetibili.

Ma lo avevo fatto non per fame. Non per stupidità. Solo per attirare la sua attenzione. Solo per farle capire che avevo un assurdo bisogno delle sue premure. E come d’altronde è noto, io non so parlare. Non posso scrivere. Posso solo pensare, mangiare e guardare.
Quando scelse di sedersi sul divano mi spinsi addosso a lei diventando una specie di macchia progressivamente più scura per poi annullarmi definitivamente e formare un tutt’uno sul suo corpo.

Nell’appoggiare le braccia sulle mie zampe i suoi capelli le scoprirono un pochino il profilo del collo e i lineamenti del viso. Aveva gli occhi tristi, sconfitti e sembrava che stringendomi, anche solo per un momento, si stesse abbracciando da sola per un tempo lunghissimo.

Non ho mai desiderato essere un uomo. Non ho mai invidiato il fatto che parlino, perché spesso li ho sentiti pontificare a caso per dire cose angoscianti e irripetibili. Li ho anche sentiti affermare che siamo stupidi. Magari hanno anche ragione. Magari è colpa del modo in cui scodinzoliamo. Del fatto che spesso usiamo la lingua per trasmettere un’emozione. O forse è quando abbaiamo alle ombre che sembriamo del tutto idioti.

Quel moto continuo e ininterrotto della coda ci fa apparire più sciocchi di quanto in realtà non siamo. Ma come lo spiego a un uomo che se davvero potessi io lo farei un sorriso. Se davvero avessi il dono della parola risponderei a tono citando anche filosofi e scrittori del passato.

Siete intelligenti. Parlate. Scrivete. A voi è stata data la possibilità di abbandonare i lavori che non vi piacciono, i compagni che non vi amano, le cucce in cui non vi sentite più al sicuro. E potreste farlo anche senza aprire bocca. A voi è stata donata una coscienza che parla anche quando non dovrebbe. Noi invece obbediamo alla libertà di starvi accanto in ogni momento e solo a quella. Siamo noi, e solo noi, quelli che salgono e scendono le scale piano. Da soli. Affrontando un gradino alla volta.

Mentre pensavo a queste cose, lei si allontanò dal torpore del sonno e aprì di nuovo gli occhi. Erano scuri come i suoi capelli. Mi accarezzò. Mi sorrise. Mi fissò quasi incuriosita, come se per un istante mi avesse sentito parlare. Allora allargai un poco le zampe per farmi grattare la pancia.

“Forse sentirai anche questo”, pensai. Lei rise forte, mettendosi la mano davanti agli occhi. 
Non è la favola della principessa e del cane. Mi aveva sentito davvero. Le avevo parlato col pensiero e ora mi stava accarezzando la pancia. Non esistono parole che possano descrivere il senso di appagante godimento di quel gesto così semplice.
“Piccola”, mi disse, “io non ti permetterò di lasciarmi da sola. Mi senti? Mi capisci?”.

Stavo iniziando a scodinzolare, quando qualcosa prese a premermi al centro del petto. Qualcosa di dolce e che allo stesso tempo somigliava a un dolore. Qualcosa che non aveva nulla a che vedere con i muscoli o il cuore. Qualcosa che forse avrei potuto descriverle se avessi avuto corde vocali e voce. 

Lei fece gli ultimi sguardi dolci, poi si alzò e percorse di corsa i gradini della scala a chiocciola che portavano al piano superiore per rispondere a un cellulare.

A me invece non chiama nessuno. Quando salgo o scendo le scale lo faccio lentamente. Affronto ogni gradino senza pensare a quello successivo.
Aspettandomi. Guardando ogni tanto all’indietro la strada percorsa.

Eccomi.

Sto arrivando.

Non gridare.

Non piangere.

Aspettami.

Prova a immaginare che io sia già lì con te.

Avanti il secondo

6 maggio 2017

Stai per terminare il tuo secondo libro. Hai scritto e cancellato decine di pagine. Lo hai fatto decine di volte. Poi hai avuto un’intuizione luminosa e la tua storia d’amore di un eroe attempato e introverso, si è magicamente trasformata in un incalzante thriller metafisico con finale aperto. 

Hai affrontato lunghe e rigeneranti camminate notturne riflettendo sulle sfumature dei luoghi. Studiando i vicoli di Roma e le ambientazioni dove si svolgerà il tutto. Anche chi inventa ha bisogno delle situazioni così come si presentano nella realtà.

La riflessione è data solo dal confronto tra la realtà che abbiamo e quella che vogliamo trasmettere. Questo confronto mi impedisce ancora di entrare in relazione con le cose come stanno davvero. Mi spinge a rimuginare, a rimpiangere, a recriminare, a protestare. E poi a plasmare la storia senza preoccuparmi troppo che non risulti credibile. Ma i luoghi devono comunque rispondere fedelmente alla realtà.

Nelle sinossi che posso inventare invece riesco a danzarci dentro. A ballare un lento con tutti i personaggi della trama. A provare sensazioni a 360 gradi. Oggi siamo io e la mia fantasia contro tutti. Sfidiamo la vita che si può raccontare. Semplicemente. Come a una festa dove nessuno ti ha invitato, eppure sembrano tutti felici che tu ci sia. 

L’ho fatto oggi  

5 maggio 2017

Quel giorno avrei dovuto capire una serie di cose. Percepire meglio i dettagli. Interagire con tutto quello che il destino avrebbe tenuto in serbo per me. Ma non trovai cartelli ad avvisarmi. Non c’erano indicazioni. Nessuna didascalia.

Così dopo due ore ci avevo depositato una pesante pietra sopra. Soltanto tre giorni prima invece, ero stato stregato dalla muraglia cinese, ma non credevo che emularne l’architettura mi sarebbe venuto così naturale. Così ho meravigliosamente e definitivamente alzato una inutile struttura di pensieri e azioni, tutto intorno a me. Qualcosa che non mi permettesse più di vedere oltre, o di guardare indietro.

Una situazione simile mi era già accaduta qualche anno prima. Ma quando visitai l’interno del Gran Canyon in Arizona, non avevo ancora mai abbinato la parola “meraviglia” a un essere umano. Soltanto a cose. A luoghi. Fu ancor prima di scrivere un libro. Ancora prima che nascesse mia figlia. Ancora prima di capire che si può anche arrivare a scegliere di non volersi più bene. 

Quel giorno invece non immaginavo momenti epici. Dopo anni passati a leggere romanzi di ogni tipo. A capire che tra il dire e il fare c’è di mezzo il buonsenso, la lucidità, l’onestà intellettuale e la sapienza linguistica. 

Sono stato un uomo pazzo d’amore per i suoi personaggi. Reali o inventati. Ma soprattutto un uomo innamorato delle sue sceneggiature e dei suoi “lieto fine”. Anche se soltanto sognati. Un uomo che ha corso a perdifiato per stare vicino ai sospiri, alle mezze parole, alle occhiate e a quei passaggi quasi casuali che poi tanto casuali non lo sono mai stati.

Le esperienze passate non mi avevano detto tutto. Ma erano state oneste, perché mi avevano comunque trasmesso tutto quello che avevano potuto. Lei però era oltre. E non avevo idea di cosa volesse dire.

Certo è che a volte il destino organizza i dettagli come fosse un dio cattivo. Ma questo è secondario. Perché prima è sempre venuto il mio disperato desiderio di averla vinta su tutto, destino compreso. Sui miei molteplici stati d’animo. Sui miei stessi personaggi. Sulle conseguenze delle tante transazioni emotive. Sul mio profondo desiderio di trovare risposte. Di capire.

Ecco, il desiderio di capire. Che è fondamentale perchè rovescia l’approccio. Quando desidero è perché non ho. E desiderare di capire significa soprattutto “non aver capito”. Allora il meglio che ho saputo fare è stato gridare sbracciandomi nell’ignoranza. Solo per farmi notare da qualche “mezzo di soccorso” e uscirne. 

È la lotta disperata per vedere quando non si vede, per sapere quando non si sa, per credere quando non si crede. Ma che cosa passa nella testa di una persona innamorata quando non accetta lo stato dei fatti? 
Sembra una sciocchezza. Invece è un passaggio fondamentale nella vita di tutti. Perché tutti, ma proprio tutti, alla fine si innamorano.

E che cosa fai quando solo la parte oscura di te ti offre aiuto? 

Il controllo è impossibile. Perché si esercita solo sul controllabile. E non su tutto quello su cui andrebbe esercitato. 

Indesiderabile destino. Sintatticamente la parola suona ineccepibile. E il destino drammaticamente non parteggia. Non spiega cosa bisognerebbe fare, dire, o pensare nella vita. Non commenta. Non invade. La sua azione ti sta accanto. Ti cammina dietro. Ti avvicina alla vita che è, perché lui la vita la sente con la pancia.

E amare non vuol dire anche “saper amare”. Così come “amare visceralmente”, non implica il saper amare allo stesso tempo anche noi stessi. Esiste una parte oscura nell’amore. Un luogo pericoloso. Un tugurio ossessivo e perverso dove alla fine trovi anche comodo e confortevole stare. 

Quando ci passi troppo tempo finisci con l’affezionarti alle sue parti più nere. Oppure col voler a tutti i costi fuggire demolendo i ponti dietro. Distruggendo strade. Edificando quelle grandi muraglie di cui parlavo prima. Così l’amore non vince. Non vince nessuno. 

Ecco cosa non mi avevano detto a scuola. In nessuna delle scuole. Non mi avevano parlato dell’amore. Del sentimento sì, del desiderio tantissimo. Dell’odio anche, molto. Dell’amore mai. 

Nemmeno di quel coraggio inconsciente che ci vuole per buttarsi senza riserve alla ricerca dell’altro. Ignorando che l’altro magari sta conducendo una “sua battaglia”, e la sua battaglia apparterrebbe anche a te, se davvero amassi. Se davvero credessi di essere vivente e premuroso nello stesso mondo.

In questo momento credo che una delle parole più usate sull’intero pianeta sia la parola “ti voglio bene”. Difendiamo giustamente i nostri “ti voglio bene”, ma soltanto a parole. Dire è un diritto di tutti, ma è il “fare” che qualifica tutti i diritti. E questo clima si era infiltrato anche in questa storia. Fatta anche di momenti bellissimi da ricordare, ma soprattutto di cose deprecabili da cancellare. Per sempre. 

Ottima cosa il diritto. A volte basta a restituire un uomo a se stesso e alla sua dignità. La vita in fondo non ti accusa. Non ti giuduca. Ci rende solo testimoni. Ci mette in pericolo. E quando può, ci sveglia.

Bisognerebbe fare una prova concreta. Fermare tutto, osservare, considerare. Rendersi conto di quanto amore ci vuole per se stessi, prima di imparare a “saper amare” qualcun altro. E che le persone esistono anche quando non sono amate. 

Come noi. Come gli altri dentro e fuori di noi. E come noi dentro il cuore degli altri. Esistiamo a intermittenza, a volte più incisi a volte sbiaditi. Poi è la vita che arriva a ricordarci che siamo vivi. Con i nostri sbagli. E che ogni parte di ciò che facciamo contribuisce a essere quello che siamo. Ciò che decideremo di raccontare dopo conta poco. 

Niente fa presa sulla vita, più della nostra stessa vita. Quel giorno avrei dovuto capire una serie di cose. L’ho fatto ora.

The final stage

1 maggio 2017

Io sono stato lontano per un po’ di tempo. Luoghi e persone mi hanno distratto. E io stesso mi sono distratto, pretendendo di essere ciò che non sono. Tollerante. Quando me ne sono accorto mi sono fermato un attimo e ci ho riflettuto su. Lo scrivo sul blog? Mi sono chiesto. Ed eccoci qui.

Lo so, magari tutto questo potrà sembrare la solita stronzata minimalista. Ma il minimalismo interiore oggi è quasi una moda. Un modo per dare una possibilità a tutte le proprie personalità. Imparare a riconoscere i propri spessori. I propri limiti e ampiezze. Imparare ad avere coscienza di sé nello spazio, ad avere la percezione di quale sia il proprio posto. Di come lo si occupa e con quale qualità.

Ultimamente sto regalando moltissime copie del mio libro. Non ho nessun problema a dirlo. Non ho dispiaceri. Non sono attaccato al denaro. La cosa migliore che ti può accadere, a volte, è dimenticarti di dare un prezzo alle cose. E ho usato il sostantivo prezzo, non valore. Ci ho messo un po’ a capire la sottile differenza, ma alla fine pensa, ci sono addirittura arrivato. 

Il prezzo è quello che saresti costretto a pagare per fare tuo ciò che non ti appartiene. Il valore invece non è vincolato a un possesso. È un sostantivo libero. Non ho ancora capito come dare un valore alle cose importanti, ma se non altro, ho smesso di giustificarmi quando ci provo e sbaglio. 

Quando rinuncio a qualcosa, o qualcuno. Quando perdo banalmente ciò a cui un valore pensavo di averlo dato. Il potere del verbo sbagliare è davvero inquietante. La sua capacità compensativa è terrificante. Il suo modo di farti ricordare e ricordarsi di te è quasi famelico. È spietata quella sua variabile quasi scientifica di declinarsi nel momento esatto in cui pensi che non sbaglierai più. E poi invece sbagli. Lo fai di nuovo. Lo fai ancora.

Molte delle pagine del mio prossimo libro sono bianche. Anche le pareti della mia camera da letto sono bianche. Che c’entra vi domanderete voi? Niente. Solo che lo spazio intorno a me sta tornando bianco e disponibile. Un perimetro indifeso. 

Tutto quello che è bianco può essere invaso dalle parole. E se devo dirla tutta, non ho voglia di alzare di nuovo trincee, né di mettermi al sicuro dietro le mura merlate dei ricordi e delle vecchie fotografie senza filtri. 

In ogni videogioco da piccolo c’era un temibile e ambitissimo ultimo quadro. “The final stage”. Bè il mostro finale è sempre stato qui con me e ho imparato solo ad affrontarlo. Batterlo non so, devo fare ancora pratica. Intanto mi creo la scenografia migliore.

Per esempio. La scelta di ridurre al minimo le amicizie occasionali facilita la vita pratica e invoglia a stare bene da solo. Questo non significa che io non abbia ricordi, o che improvvisamente abbia perso la voglia di stare con la gente o di guardare un film in compagnia. Solo che non voglio più frequentare le persone che non mi fanno stare bene. Non voglio restare con qualcuno più di quello che serve. 

Le cose, le storie, i personaggi, transitano ogni giorno nella mia vita e io faccio parte di un flusso a parte. Dagli altri flussi raccolgo quello che posso imparare, quello che mi diverte o che desidero tenere per me. 

Con le persone non sempre è possibile. Quelle che hanno creduto di poter occupare un posto nella mia vita, tanto per citarne qualcuna. Quelle che hanno pensato di potersi accomodare fra i miei sentimenti e di restare lì a godersi il panorama. Ecco, quelle le posso dimenticare con una scrollata di spalle. E se rimane un po’ di polvere in terra mi basta spazzare e cambiare l’aria dentro la stanza. 

Altre persone invece resistono a questa scrollata. Si attaccano al cuore. Non se ne vanno. Specie quelle che quel posto non hanno fatto nulla per meritarselo. Quello che ho capito è che molte cose possono piacere o non piacere. Molte altre possono interessare ed almeno altrettante si possono addirittura odiare ed amare. 

Ma non si può aver cura di tutto. O tollerare tutto. “Avere cura” è un atto di precisa volontà che impone un’attenta pianificazione dei propri sentimenti. Della propria pazienza. Dei propri limiti. Si deve scegliere, oppure si deve rinunciare. Che poi è come scegliere al contrario. 

Queste pagine bianche che mi porto dietro mi aiutano. Mi ci rannicchio e le sento pulsare ogni volta che ho necessità di ritrovarmi. Ma anche tutte le volte che sento il bisogno di perdermi. Una cosa però devo scriverla. Solo le cose, le storie e le persone a cui tengo davvero sono quelle che alla fine mi riportano a casa.


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