The final stage

Io sono stato lontano per un po’ di tempo. Luoghi e persone mi hanno distratto. E io stesso mi sono distratto, pretendendo di essere ciò che non sono. Tollerante. Quando me ne sono accorto mi sono fermato un attimo e ci ho riflettuto su. Lo scrivo sul blog? Mi sono chiesto. Ed eccoci qui.

Lo so, magari tutto questo potrà sembrare la solita stronzata minimalista. Ma il minimalismo interiore oggi è quasi una moda. Un modo per dare una possibilità a tutte le proprie personalità. Imparare a riconoscere i propri spessori. I propri limiti e ampiezze. Imparare ad avere coscienza di sé nello spazio, ad avere la percezione di quale sia il proprio posto. Di come lo si occupa e con quale qualità.

Ultimamente sto regalando moltissime copie del mio libro. Non ho nessun problema a dirlo. Non ho dispiaceri. Non sono attaccato al denaro. La cosa migliore che ti può accadere, a volte, è dimenticarti di dare un prezzo alle cose. E ho usato il sostantivo prezzo, non valore. Ci ho messo un po’ a capire la sottile differenza, ma alla fine pensa, ci sono addirittura arrivato. 

Il prezzo è quello che saresti costretto a pagare per fare tuo ciò che non ti appartiene. Il valore invece non è vincolato a un possesso. È un sostantivo libero. Non ho ancora capito come dare un valore alle cose importanti, ma se non altro, ho smesso di giustificarmi quando ci provo e sbaglio. 

Quando rinuncio a qualcosa, o qualcuno. Quando perdo banalmente ciò a cui un valore pensavo di averlo dato. Il potere del verbo sbagliare è davvero inquietante. La sua capacità compensativa è terrificante. Il suo modo di farti ricordare e ricordarsi di te è quasi famelico. È spietata quella sua variabile quasi scientifica di declinarsi nel momento esatto in cui pensi che non sbaglierai più. E poi invece sbagli. Lo fai di nuovo. Lo fai ancora.

Molte delle pagine del mio prossimo libro sono bianche. Anche le pareti della mia camera da letto sono bianche. Che c’entra vi domanderete voi? Niente. Solo che lo spazio intorno a me sta tornando bianco e disponibile. Un perimetro indifeso. 

Tutto quello che è bianco può essere invaso dalle parole. E se devo dirla tutta, non ho voglia di alzare di nuovo trincee, né di mettermi al sicuro dietro le mura merlate dei ricordi e delle vecchie fotografie senza filtri. 

In ogni videogioco da piccolo c’era un temibile e ambitissimo ultimo quadro. “The final stage”. Bè il mostro finale è sempre stato qui con me e ho imparato solo ad affrontarlo. Batterlo non so, devo fare ancora pratica. Intanto mi creo la scenografia migliore.

Per esempio. La scelta di ridurre al minimo le amicizie occasionali facilita la vita pratica e invoglia a stare bene da solo. Questo non significa che io non abbia ricordi, o che improvvisamente abbia perso la voglia di stare con la gente o di guardare un film in compagnia. Solo che non voglio più frequentare le persone che non mi fanno stare bene. Non voglio restare con qualcuno più di quello che serve. 

Le cose, le storie, i personaggi, transitano ogni giorno nella mia vita e io faccio parte di un flusso a parte. Dagli altri flussi raccolgo quello che posso imparare, quello che mi diverte o che desidero tenere per me. 

Con le persone non sempre è possibile. Quelle che hanno creduto di poter occupare un posto nella mia vita, tanto per citarne qualcuna. Quelle che hanno pensato di potersi accomodare fra i miei sentimenti e di restare lì a godersi il panorama. Ecco, quelle le posso dimenticare con una scrollata di spalle. E se rimane un po’ di polvere in terra mi basta spazzare e cambiare l’aria dentro la stanza. 

Altre persone invece resistono a questa scrollata. Si attaccano al cuore. Non se ne vanno. Specie quelle che quel posto non hanno fatto nulla per meritarselo. Quello che ho capito è che molte cose possono piacere o non piacere. Molte altre possono interessare ed almeno altrettante si possono addirittura odiare ed amare. 

Ma non si può aver cura di tutto. O tollerare tutto. “Avere cura” è un atto di precisa volontà che impone un’attenta pianificazione dei propri sentimenti. Della propria pazienza. Dei propri limiti. Si deve scegliere, oppure si deve rinunciare. Che poi è come scegliere al contrario. 

Queste pagine bianche che mi porto dietro mi aiutano. Mi ci rannicchio e le sento pulsare ogni volta che ho necessità di ritrovarmi. Ma anche tutte le volte che sento il bisogno di perdermi. Una cosa però devo scriverla. Solo le cose, le storie e le persone a cui tengo davvero sono quelle che alla fine mi riportano a casa.

3 Risposte to “The final stage”

  1. Volpinablu-Antonella Says:

    Il piacere di regalare parte di se’ come un libro, per esempio, non ha prezzo, io penso.

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