Archive for marzo 2020

#andràcomedeveandare

29 marzo 2020

Ho guidato da Mozzo a Cologno. Lo faccio tutte le mattine. Passo accanto al centro commerciale di Curno, ai parco giochi di Urgnano e Ghisalba. Anche oggi sono chiusi.

Qui sembra incombere un’antica maledizione sull’infanzia e su quei nonni che accompagnavano per mano altre piccole mani all’altalena.

E poi tutti quei panni bianchi dipinti a pastello alle finestre. #andràtuttobene.

Una volta ho fatto questa promessa a una cara amica. E non andò affatto bene. Da allora ho capito che non lo posso più fare. Questo tipo di promesse, intendo. Si può promettere solo se si ha la soluzione in mano. Perché poi, se non succede niente, se ne esce distrutti.

“Gianluca,” ha scritto mio padre “dirlo serve a esorcizzare le paure, a non perdere la fiducia.”

Si daccordo papà, ma se l’evidenza è tristemente fuorviante. Che senso ha tranquillizzare. Lo trovo molto simile al tradire. E nella vita non sono mai riuscito a promettere quello che non potevo mantenere.

Ieri ho guardato Anna dopo una bruttissima mattinata. Mi ha stretto la mano con la sua tipica spontaneità. Il volto ricco di sorrisi di getto e occhietti lucidi. Adoro il suo modo di parlare mezzo bergamasco, con qualche punta di schietta romanità.

Impazzisco quando accelera i pensieri per nascondere un disagio. Mi ha visto parecchio nervoso e mi ha abbracciato per non farmi andare via. “Aspetta.” ha detto. “Respira. Andrà come deve andare. E qualsiasi sia quella stramaledetta strada la percorreremo insieme.”

Potrei affondare nel fascinoso oceano dei suoi occhi e riemergere ogni volta come un balenotto appagato. Lei é qui con me in quello che non si può evitare. E non dice #andràtuttobene. Sussurra: “Accompagnami, se mi vuoi bene.”

Ha ragione. Non andrà tutto bene. Non potrà mai andare tutto bene. Perché per tante persone è andata già malissimo. Perché se mi metto nei panni di chi ha perso qualcuno. Di chi ha perso un genitore. Un fratello. Nei panni di un bimbo che ha perso i nonni. Mi rendo conto che la promessa è solo per gli altri. E che queste parole, oggi come domani, non mi possono appartenere.

Anche se sono certo che per molte persone andrà bene. Scorrono immagini di vip che lo ripetono assiduamente. #andràtuttobene. Ma in quella casa dall’altra parte della strada, dove ho visto due volte ambulanze portare via persone. Quella dove ora campeggia un lutto. Certe parole echeggiano come una tremenda bugia.

E io faccio fatica a entrare in questa logica, anche se questa sarebbe la logica.

In questo evo oscuro c’è ancora spazio per un raggio di luce silenzioso e intangibile. Forse ci stiamo risvegliando esseri umani. Non italiani, non tifosi di calcio, non immuni per diritto divino. Ma esseri dannatamente umani. Spietatamente umani. Ancorati alla vita e fatalmente fragili.

Da anni sentivo un bisogno nuovo di percepire la vita come ora. Ridare finalmente un valore sensato alle cose intorno e ridimensionarle per quello che davvero valgono.

Un tramonto luminoso.

Un’alba colorata.

L’arcobaleno dopo un temporale.

L’odore dell’erba tagliata.

Un gatto grigio che fa le fusa.

Un sorso d’acqua fresca bevuto dalla cannella di una fontana.

Il primo sorriso dopo un grande spavento.

Le parole di una persona che ti ha a cuore senza retropensieri.

Intanto in tv il papa recita credenze. Questo virus è entrato nelle persone e non solo a livello fisico, ma anche a livello spirituale. Ripenso alle parole della mia ragazza. “Andrà come deve andare.” Si, andrà come deve andare.

Io la osservo e l’ascolto come se non sapessi fare altro della mia vita. Ogni volta che i miei occhi incontrano i suoi mi rendo conto che esiste un passaggio segreto che unisce il cuore con il mondo. Anna mi sorride. Continua a parlare. “Andrà come deve andare.”

Scalo ogni parola come farebbe un esperto esploratore alla ricerca dell’origine dei suoi pensieri. Il suo abbraccio è un connubio perfetto di grinta e irrazionale emozione. Il suo obiettivo è un’indole senza metafore.

Mostrare la realtà. Andrà come deve andare.

Siamo abbastanza forti da poter soffrire. E i nostri figli impareranno a viverlo con la forza che noi riusciremo a trasmettere loro.

#andràcomedeveandare

A per aforismi

17 marzo 2020

In uno sbaglio c’è molta più vitalità che in mille vite trascorse a pensare a come evitare di sbagliare.

Capisci che forse sei affetto da una patologia nella sua forma più ansiogena, quando a mezzogiorno a Trastevere ti preoccupi del cannone del Giancolo

Da piccolo una delle prime cose che impari è contare fino a 10. È un gran peccato che con gli anni si dimentichi l’importanza di questo grande, immenso insegnamento…

Due solitudini fanno una coppia, ma solo nel poker.

#mogol

15 marzo 2020

Lui è seduto al tavolo accanto. Gioca a centrare con il sale un’insalata mista. Il pranzo dovrebbe essere un momento di comunità. Ma lo stiamo vivendo ognuno con i suoi pensieri. Io sono appena sceso a compromessi con un’aspirina.

Colpa della febbre di questi giorni che continuo a portarmi addosso. Manco fosse una vecchia amica. È novembre e la salute va in pezzi. Ma forse era già tutto in pezzi da prima. Il territorio. Il clima. Le culture dei popoli. Le religioni.

Basta accendere la televisione e ogni notizia è una martellata sulla cristalleria.

Lui si porta prima il tovagliolo alla bocca. Poi indossa un secondo gli occhiali e punta lo sguardo sul mio romanzo. “Mi scusi. Posso vedere?”

L’avevo appoggiato distrattamente sul tavolo. Faccio tutto distrattamente quando sono solo. Mi siedo distrattamente. Ordino distrattamente. A tavola soli non esistono regole o convenzioni particolari.

Le regole sono importanti solo in amore, ma è difficile capirne l’importanza. Attribuirne i significati. Quasi sempre è tutto improntato ai divieti. Per mettere al sicuro una relazione bisogna elevare argini alla propria condotta. Preservarne l’integrità.

Si tratta sostanzialmente di un serie infinita di no. Un libro non scritto fatto di “quel che non si deve fare”. Dove non si parla affatto di “quel che sarebbe bello essere insieme”.

Con questa azione del tovagliolo lui ha attirato la mi attenzione.

Violo le logiche del territorio e gli allungo il mio libro. “Ma certo! Prego.”

Si studia prima la copertina con attenzione. In silenzio. Poi la seconda di copertina. Ma non lo apre.

“Lo ha scritto lei vero?”

Sorrido. “Si, ma perché trova la cosa così ovvia?”

“Perché sta mangiando da solo. Perché non c’è alcun segnalibro. Perché in qualche modo questo romanzo le somiglia. Mi fa compagnia signor Marcucci? Io ho preso soltanto una insalata. Sto aspettando gli straccetti.”

“Con molto piacere signor?”

“Giulio. Giulio Rapetti. Ma è più facile che lei mi conosca come Mogol.”

Io non so come si scrive una carezza. Non come l’uomo che ora è sieduto a tavola con me.

Da piccolo credevo alle ricostruzioni. Quando il castello di lego rovinava in terra io pensavo che sarebbe stato semplice farne uno più bello. Con gli stessi pezzi. Per guardare dall’alto di una torre immaginaria le cose da basso.

Poi il tempo mi ha portato via gli anni e ho cominciato a innamorarmi ascoltando Lucio Battisti.

Li avete mai visti i folli che si lanciano in un’emozione ancora convalescenti? Sono carne da macello. Sono anime che cadono in terra prive di vita. Come i mattoncini del lego con cui giocavo da piccolo.

Forse per parlare d’amore bisogna essere completamente folli. E adesso, sono a pranzo con la follia in persona. Mentre tiene il mio libro in una mano, nell’altra stringe il riflesso dei miei occhi. Quello sguardo che in tutti questi anni gli ho lasciato dentro.

Tutta la vita da vivere

11 marzo 2020

La soluzione è mutare. Smetterla di guardare gli obiettivi con ossessione. Adattarsi. Rimanere all’interno del viaggio.

Amo la mia forma che cambia. Vecchia di minuti, ma ancora giovane di anni. Davanti a ogni problema la struttura in cui sono mutato mi suggerisce la posizione da assumere. Anche davanti a situazioni che inizialmente giudico male.

Nella vita impieghiamo la maggior parte del tempo per fuggire. Come tutti i personaggi che si rispettano. Come tutte le trame dei film che funzionano. E chi fugge non necessariamente è un codardo. Magari teme solo il morso del dolore.

C’è chi fugge anche per tutta una vita giocando a calcio, rincorrendo una passione, lavorando, sognando, anche conducendo un’esistenza faticosa e intensa. Anche facendo carriera o tentando di governare.

Prima di questa emergenza virus. Prima di vedere figli scappare per tornare dai propri genitori. O persone fuggire perché quella non era la propria casa. O gente che una casa non l’aveva addirittura. Connettevo alla fuga una certa vigliaccheria di fondo.

Oggi no. In certi giorni la fuga è la mossa migliore, a volte l’unica mossa possibile. Soprattutto quando le notizie sono così vaghe. Quando le posizioni di chi deve dirti cosa fare sono così superficiali.

È notte. Non riesco a dormire. Alla fine salgo in auto e arrivo a Soncino. È buio. Le strade sono deserte. L’insegna dell’hotel è al neon.

Lui tossisce avvelenato, ma non infettato. Mezzo spento come tutto qui intorno. Porte di vetro e alluminio anodizzato, faretti accesi all’interno e una paura che si respira ovunque. La paura ha un odore acre. Sa di pollo e benzina.

Ogni tanto i ricordi me la ripresentano: Paura. Ma stavolta sembra non attecchire. Qualche minuto a riflettere e sono in un’altra forma. Con la devastante consapevolezza di ritrovarmi nel pieno di una storia pericolosa. Unica. Dove bisogna dare il meglio.

Sparisce il buio. Un timido sole sta dando il cambio all’oscurità. La provinciale è deserta. Bisogna reagire. Le mie paure, il tempo che passa, questo silenzio alieno e l’immagine che ho sempre avuto di me.

Uno spigolo di qualche minuto che cambia l’orizzonte. Oggi non scrivo niente di quello che provo. Della rabbia. Degli sciacalli incontrati. Di certe amicizie che sanno di birra calda. Ho altre vie da percorrere.

Mi rimane un frase che ho ascoltato ieri da un contadino qui di fronte. “Sono vivo, e la mia vita è bellissima”. Ho circa un’ora di strada per ritornare a Mozzo. Molto di più per arrivare a me stesso. E tutta una vita ancora da vivere.

Otto m’arzo

9 marzo 2020

“Esci”, disse l’orgoglio.

“È inutile”, rispose la ragione.

“Insisti”, sussurrò il cuore.

“Ti indico io la strada”, intervenne l’udito.

“Sei l’udito, non lu dito”, esclamó l’ironia.

“E tu sei simpatico come un’anestesia locale”, disse il sarcasmo.

“Muoro”, gridó Bastianich.

“E questo chi cazzo è?”, chiese la curiosità.

“Un cuoco”, ripose l’educazione.

“È una replica”, intervenne la noia.

“Ma un filmetto spinto no?”, concluse il sesso.

“E daje”, gridó l’opportunismo.

Cronaca serale di un 8 marzo qualsiasi davanti alla tv.

Fuori dai giochi

5 marzo 2020

Questo virus è un naufragio epico. Ad oggi riesce a mettere politici, medici, virologi e persone comuni, tra di loro, gli uni contro altri. C’è una parte di me che giudica questa ormai conclamata pandemia.

È la parte che parla poco. Quella che pensa a cosa c’è da fare ora. A quali soluzioni potrei trovare per fronteggiare non solo i miei stati d’animo. Ma gli adempimenti quotidiani.

Cerco il mio ruolo in questo naufragio. Sulle mappe l’iceberg non era segnato. Ma le mappa non sono il territorio, come le statistiche non sono la vita.

Eppure c’è una parte di me che continua a fidarsi delle mappe. È quella che sonda ogni metro percorso con cautela e attenzione. Più osservo questa storia sprofondare e più vedo vittime anche di fuori di questo naufragio.

Vittime dai lineamenti indefiniti. Vittime di significati sempre più indistinti e confusi. Vittime di messaggi indirizzati con un ritmo incalzante e una spietata alternanza di toni. Dai più disparati ruoli.

E alla fine sono riusciti a fare di noi quel che volevano. Numeri. Spettatori. Quelli sempre e comunque fuori dai giochi.


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