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Tutta la vita da vivere

11 marzo 2020

La soluzione è mutare. Smetterla di guardare gli obiettivi con ossessione. Adattarsi. Rimanere all’interno del viaggio.

Amo la mia forma che cambia. Vecchia di minuti, ma ancora giovane di anni. Davanti a ogni problema la struttura in cui sono mutato mi suggerisce la posizione da assumere. Anche davanti a situazioni che inizialmente giudico male.

Nella vita impieghiamo la maggior parte del tempo per fuggire. Come tutti i personaggi che si rispettano. Come tutte le trame dei film che funzionano. E chi fugge non necessariamente è un codardo. Magari teme solo il morso del dolore.

C’è chi fugge anche per tutta una vita giocando a calcio, rincorrendo una passione, lavorando, sognando, anche conducendo un’esistenza faticosa e intensa. Anche facendo carriera o tentando di governare.

Prima di questa emergenza virus. Prima di vedere figli scappare per tornare dai propri genitori. O persone fuggire perché quella non era la propria casa. O gente che una casa non l’aveva addirittura. Connettevo alla fuga una certa vigliaccheria di fondo.

Oggi no. In certi giorni la fuga è la mossa migliore, a volte l’unica mossa possibile. Soprattutto quando le notizie sono così vaghe. Quando le posizioni di chi deve dirti cosa fare sono così superficiali.

È notte. Non riesco a dormire. Alla fine salgo in auto e arrivo a Soncino. È buio. Le strade sono deserte. L’insegna dell’hotel è al neon.

Lui tossisce avvelenato, ma non infettato. Mezzo spento come tutto qui intorno. Porte di vetro e alluminio anodizzato, faretti accesi all’interno e una paura che si respira ovunque. La paura ha un odore acre. Sa di pollo e benzina.

Ogni tanto i ricordi me la ripresentano: Paura. Ma stavolta sembra non attecchire. Qualche minuto a riflettere e sono in un’altra forma. Con la devastante consapevolezza di ritrovarmi nel pieno di una storia pericolosa. Unica. Dove bisogna dare il meglio.

Sparisce il buio. Un timido sole sta dando il cambio all’oscurità. La provinciale è deserta. Bisogna reagire. Le mie paure, il tempo che passa, questo silenzio alieno e l’immagine che ho sempre avuto di me.

Uno spigolo di qualche minuto che cambia l’orizzonte. Oggi non scrivo niente di quello che provo. Della rabbia. Degli sciacalli incontrati. Di certe amicizie che sanno di birra calda. Ho altre vie da percorrere.

Mi rimane un frase che ho ascoltato ieri da un contadino qui di fronte. “Sono vivo, e la mia vita è bellissima”. Ho circa un’ora di strada per ritornare a Mozzo. Molto di più per arrivare a me stesso. E tutta una vita ancora da vivere.


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