Archive for ottobre 2016

L’alba dei tempi 

28 ottobre 2016

Sono stanco. Stanco di treni veloci e super lussuosi che non portano in nessun posto. Le stazioni si somigliano tutte. Roma. Milano. Torino. Un po’ come i centri commerciali. Con gli stessi negozi patinati di nulla. Le medesime sconvolgenti offerte speciali. Aperti tutti i giorni, anche la domenica. Bollenti l’inverno e freddi l’estate. Un agglomerato di gironi danteschi fatto di carrelli in movimento e maligne anestesie.

La ragazza del centro Vodafone ha un corpo evidente, ma è troppo alta. Troppo tatuata. Troppo stizzita dalle persone. Non è adatta a un lavoro col pubblico. L’altra collega ha i capelli rossi e uno sguardo che le si spegne a pochi centimetri dal naso. Parla con un filo di voce. Davanti a me un uomo anziano sulla sedia a rotelle attende il suo turno sfogliando un depliant con le tariffe più vantaggiose. 

Diventa inarrivabile la vita passeggiando tra le persone che arredano la tua quotidianità. Se poi ti fermi a osservarle, sembra addirittura che il tempo passi più in fretta. Diventa difficile sostenere un qualsiasi ragionamento logico. Avere qualcosa di interessante da pensare che non sia già prigioniero all’interno di qualche vetrina.

Io invece rifletto sulle diverse forme di vita che ho di fronte. A destra, due ragazzine con poca voglia di lavorare. E a sinistra il silenzio di un uomo anziano. Una persona che forse alla vita non ha più nulla da chiedere che non sia un telefono nuovo.

Dura per la quotidianità rispondere a tutto quello dove vorrei esistesse una risposta. Come dovrebbe essere una vita degna di chiamarsi tale? Eccitante? Divertente? Intensa?  Misteriosa? Appagante? Creativa? Sorprendente? O solamente serena?

Avvolto dall’odore del cibo di strada, osservo un negozio di abbigliamento. Dall’ingresso arriva un profumo nauseante. C’è poca luce. Sembra l’ingresso per un altrove dove nessuno vorrebbe entrare. E invece c’è la fila. Tutti adolescenti. Anche i ragazzi hanno un loro personale girone dantesco. 

Ogni civiltà. Ogni cultura. Ogni epoca ha i suoi templi e ogni tempio indica le sue sacralità. Quel valore assoluto e ultimo che ognuno è disposto a riconoscere. Un cellulare. Una giacca. Un paio di scarpe. Una carezza. Un abbraccio. Ascoltarsi suonando un pianoforte. Insomma, un qualche tipo di consolazione. 

È la storia di un universo insignificante e tenerissimo. Un posto abitato da un’umanità imperfetta e diversamente innocente che deve comprare per essere felice. Trovare parcheggio per essere felice. Trasformare contanti in scontrini per essere felice. I 3×2. Le carte sconto. I saldi. I punti fidelizzanti. 
Ma in fondo la fidelizzazione è stata un elemento fondamentale in ogni religione che si rispetti. Fin dall’alba dei tempi.

Questo buongiorno

27 ottobre 2016

Questo buongiorno è dedicato a chiunque cerchi un abbraccio, un “ti amo”, un “mi manchi’”, o un “tranquillo, è tutto a posto”. 
A tutti quelli che hanno ancora un po’ di speranza nel cuore nonostante le avversità. Nonostante le amarezze di una quotidianità che non si smentisce mai. 

Questo buongiorno è dedicato a tutte quelle persone che amano e che stanno aspettando. Anche se fa freddo. Anche se piove a dirotto e la terra trema. 

A tutti quelli che credono e non importa a cosa. Che si tratti di un dio, di un abbraccio, di una luce, di una relazione importante. Oppure un vento caldo, un messaggio, una scelta, o un sorriso. Quando non cambia nulla che ti arrivi da uno sconosciuto, o da una persona cara.

Perché ognuno di noi meriterebbe di iniziare la giornata con un buongiorno così.

Questa è la sostanza 

22 ottobre 2016

Roma e Milano si trovano quasi sullo stesso meridiano, ma cambia di molto il parallelo. Una considerazione banale. Quasi romantica. Tecnicamente utile solo a chi adora guardare le albe e i tramonti. In pratica in queste due città il sole sorge praticamente alla stessa ora, ma tramonta in orari diversi. Oggi ad esempio, a Milano succederà dieci minuti dopo. 

Mi hanno sempre insegnato che spesso sono i dettagli a fare la differenza. Può essere. Ma la stragrande maggioranza delle volte è la sostanza.

Ultimamente sono stato oggetto di critiche che di solito mi lascio scivolare addosso. Soprattutto quando a criticarmi sono persone poco qualificate a farlo. Oggi però mi sento di rispondere. Senza astio. Senza fervore. Ma puntualizzando.

Sono presente sui social network da oltre dieci anni con il mio nome e cognome. Niente sinonimi. Acronimi o soprannomi. Ho gli stessi amici da oltre 40 anni. Non li cambio ogni sette anni per necessità. Sono sempre loro. Sempre gli stessi. Perché la vita non mi ha mai costretto a cambiare vita. Ho una figlia meravigliosa che sento vicina, pur vivendo a 800 km di distanza. Un lavoro appagante. Progetti realizzati e obiettivi raggiunti attraverso strade lastricate anche di insuccessi.

Mi piace scrivere. Viaggiare. Leggere. Passeggiare la mattina presto per le strade del centro. Raccontare storie. 

Ogni tanto vado al cinema da solo. Adoro avere la sala tutta per me. Quando posso riesco anche a cucinare qualcosa di buono. Sono ironico. Tollerante. Ho un innato senso della giustizia e nell’ambito delle mie possibilità ho sempre cercato di aiutare chi stava peggio.

A volte dispensando consigli. Altre volte in modo diverso. 

La santità certo non mi appartiene. Ho sbagliato spesso. Gli esseri umani lo fanno. Ma non ho mai rinnegato la vita, o voltato le spalle a chi mi voleva davvero bene. A chi lo ha sempre dimostrato con i fatti.

Tu che critichi. Tu che punti il tuo dito con la semplicità di chi se ne sbatte delle conseguenze. Che osservi la vita dalla vetta del cumulo di macerie in cui è ridotta la tua esistenza. Potresti dire altrettanto di te? Potresti decantare le tue altrettanto trasparenti verità? La tua onestà.

Il sole oggi sorgerà lo stesso. Magari a orari diversi nel mondo. E stasera tramonterà. Lo farà fino al giorno del collasso. Malgrado le mie e le tue considerazioni. Malgrado il tuo essere così dannatamente confusa. Incurante di noi e dei dettagli di tutte le storie del mondo. Giusto o sbagliato. Questa è la sostanza.

Tramonto romano

22 ottobre 2016

Si potrebbe anche scrivere fuori da ogni contesto. Ma se lo facessi ogni parola poi perderebbe senso. Se non sai comunicare con gli altri che te ne fai di una platea? 

Un raggio di luce conterà sempre più dello spazio e delle cose che illumina. 

Intanto il sole scivola via lungo i binari di un tramonto annunciato e accarezza con grazia tanto le insegne dei negozi di via Giolitti, quanto il volto di un uomo stanco del suo lungo viaggio. Anche questa settimana è conclusa. Masticata e forse sputata via troppo presto. 

Permetto all’ultimo caffè del giorno di entrare e fare il suo percorso. Intanto aspetto un taxi. Attendo che la quotidianità sia più consapevole della realtà di quanto non lo sia mai stato io del me stesso che ogni tanto ci vedo riflesso.

Non so perché, però trovo questo pensiero insolitamente allegro. 

Tornare a Roma mi rende parte di un qualcosa di immenso a cui appartengo da sempre. Roma è casa mia. E io vivo qui. Secondo una legge non scritta della natura che non ho ancora ben capito. Oggi sono il prodotto di una cultura crescente e disillusa. 

Come sto? 

Per essere sto. 

E per dimostrarlo decido di andare a piedi. Non è distante. Prima via Nazionale. Poi la galleria. Via del Tritone. Via del Corso, fino ai Fori Imperiali. Alla fine basta seguire il cuore e i riflessi rosa di un tramonto romano che ti riporta sempre a casa.

L’istante prima

21 ottobre 2016

Va così. Ogni parola trova il suo momento e in quel momento si appoggia alla lingua. Le labbra gli si articolano addosso. Il fiato si gonfia quel tanto che basta per emettere un suono. E un istante prima di rilasciare il respiro si apre una fessura nella bocca. È da quel punto che entra un inutile raggio di luce. 

L’incubazione precede sempre il tutto. Un grido. Un sospiro. Anche un terremoto. In quel momento si fermano prima le immagini, poi i pensieri. Ci sarebbe ancora la possibilità per le parole di rientrare. Di ripensarci. È quello l’attimo in cui si potrebbe fare l’ultimo tentativo. Riflettere, se non lo si è fatto. Ma non succede mai.

Alla fine lasci andare i polmoni. Alla fine dici le cose e le cose prendono consistenza nell’aria. Colpiscono. Feriscono. E tu puoi solo starle a guardare. Osservare la strada che percorrono e i danni che fanno. 

Anche se le parole comunque esistono, non è sempre detto che siano uguali a ciò che stiamo effettivamente pensando. In certi casi sono diverse anche da noi stessi. E quel “noi stessi” è differente dal “noi” che le ha appena pronunciate. Forse ci vorrebbe più punteggiatura. Ci vorrebbero più silenzi. Respirare. Prendere ancora fiato.

Intanto la notte il traffico lungo la tangenziale di Milano sparisce. Come tutte le notti. Come da tutta una vita. Anche quella che aspetti ancora di vedere arrivare.

Ritorna novembre

21 ottobre 2016

Tra poco ritorna novembre. Purtroppo il tempo corre veloce e sembra un viaggio dove non esiste il biglietto di ritorno. A questa andatura il mio cuore somiglia a una timida pallina di carta nascosta in fondo a un cestino della spazzatura. Se ne sta lì timoroso. Tra buste strappate di sushi take away e bicchierini di plastica sporchi di nespresso blu. 

Odio e amo questi miei lunghi monologhi del mattino, sempre in bilico tra il reale e l’immaginario. Scarabocchi d’inchiostro elettronico buttati lì disordinatamente, quasi a vandalizzare altre due pagine di note sul mio cellulare. 

Eppure in questo caotico “adesso” tutto sembra rispettare un ordine ben preciso. Il letto disfatto, la camicia sgualcita di ieri sera. Il climatizzatore che tossisce disobbediente calore e un biglietto tenerissimo sulla scrivania. 

Ogni cosa in questa stanza è disordinatamente al proprio posto, tranne la perfezione dello stare insieme. È che ogni tanto non farebbe mica male perdersi negli occhi di qualcuno. Sorseggiare una birra osservando un prato stellato. Un luogo del tutto magico dove poter collezionare petali di margherita, cercando lo strappo perfetto. Quello incisivo. Quello definitivo. Non solo la risposta, ma la domanda giusta a tutte le risposte. 

Chi sono? 

Che cosa cerco?

E soprattutto perché lo sto cercando qui? 

Queste cose una margherita non te le dice.

Io sono la media aritmetica delle mie imperfezioni. Cerco mille cose da dire e altrettante da fare. E sono qui, perché non ci sono altri posti dove vale la pena stare con uno sguardo così compromesso. Sono la machiavellica caricatura di un principe azzurro senza calzamaglia aderente. Un prigioniero dei suoi tumulti che non ricorda la strada di casa.

È già l’una. La notte corre via veloce, ma non abbastanza. I miei occhi fissano i ricordi come fossero dipinti a a olio. Le immagini mi picchiettano il respiro. Lo rendono affannoso. Ripetuto. Ciascun pensiero diverso dallo scrivere mi appare di troppo e ogni lontananza impossibile. 

Nel mio cielo milioni di stelle in avaria chiedono un intervento tecnico e io non so chi chiamare. Sorrido. Se i sorrisi fossero beni preziosi battuti all’asta alcuni non avrebbero valore. E io baratterei l’anima per ognuno di essi. È un meraviglioso meccanismo. Ma inutile. E umanamente complicato.

Intanto il tempo passa e non rende più sagge le persone che non sono predisposte alla saggezza. Le rende solo più stanche e nervose. Le rende più vecchie. Schiave di crescenti intolleranze e di un fitto susseguirsi di istantanee di vita sempre più sfocate. Le esperienze negative cancellano le magie e spengono le stelle. Sostituiscono il futuro con due fustini di altrove fatto di profumate illusioni e difficili sopportazioni. 

L’orgoglio e la dignità vengono spesso accantonati quando si parla di forti emozioni e nessuno meglio di me può affermarlo in modo così chiaro e risoluto, ma il punto è capire se e quanto ne vale davvero la pena. 

I corteggiamenti, le piccole attenzioni di tutti i giorni, i doveri, le tolleranze, le complicità, le velate rinunce, il dialogo costruttivo, le rispettose discussioni. I gesti semplici come sorseggiare un tè, versare un bicchiere di vino, curare un prato, portare a spasso una cagnolino, o barattare una serata in discoteca con un tramonto sulla spiaggia. Da soli. Senza amici, o improbabili compagnie. Queste sono cose molto più importanti di mille teatrali “morirei per te”. 
Nessuno muore per nessuno.

Nessuno merita tutta questa inquietudine.

Tutti invece meriterebbero un paio d’ali.

E io? Posso volare? Ma fino a dove?

Quanto in alto?

E soprattutto, perchè?

Forse meglio restarsene a terra. Opportunamente. Freneticamente immobili sotto un quarto di luna che illumina un fiume che più niente ha da raccontare a Roma. Recluso in una sorta di prigione senza risposte, schiavo di incomprensibili gerarchie, paradossali regole e comportamenti privi della serenità che tutti. Ma proprio tutti meriteremmo. E che dovremmo ammirare ogni notte come si ammira una stella.

Scoperte 

17 ottobre 2016

Ho scoperto che mi piacciono i viaggi improvvisati. Presentarmi in aeroporto, o alla stazione soltanto con lo spazzolino e il passaporto. E poi scegliere una delle destinazioni che lampeggiano sui monitor. 

Ho scoperto che non si vedono più alla TV quei documentari in cui dei giganteschi leoni affamati rincorrono e fanno a pezzi gazzelle stanche in alta definizione.  

Ho scoperto che mi piace la “street photography”. Fotografare un volto, prima che perda la propria spontaneità accorgendosi della foto.  

Ho scoperto che l’unico antidoto al tempo che passa è dimenticare e farsi dimenticare. Obbligarsi a credere ad un altro tempo. Un’altra vita. Un altro universo. 

Ho scoperto che mi piacciono le casette basse con la porta sul retro. La vista dei tetti di Roma all’alba dal colle Gianicolo. I romanzi duri che allo stesso tempo esondano di tracotante dolcezza. E i biscotti Gentilini affogati nel te al mattino. 

Per guardare la realtà in modo oggettivo bisogna puntellare gli occhi con qualche ricordo acuminato. Ho scoperto che è l’unico modo per non consentire alle palpebre di chiudersi e sognare cose a caso che mettono nostalgia.

Caro Saverio 

17 ottobre 2016

Esiste una versione di me che pochi conoscono. È quella in cui un uomo ricorda il suo essere stato anche ragazzo. Ricorda gioie. Spensieratezze. I sorrisi. La scuola. E soprattutto ricorda quelle magnifiche estati trascorse al mare. Tuo papà era davvero una brava persona. E credo che molto del bello che tu sei oggi è conseguenza di quello che lui è stato. Con il suo essere padre con la P maiuscola.

Caro Saverio, stamattina ho messo tra me e te decine di vecchi ricordi d’infanzia. Quelli che si riescono a tenere insieme strappandoli al logorio del tempo che inesorabilmente passa. Che porta via le persone che amiamo. Che lascia spazio alle mie frasi scontate e inesorabilmente inutili. 

In questi miei pensieri disordinati, balordi e scritti una mattina di un giorno qualsiasi c’è però l’affetto di un amico. Uno di quelli che si vedono poco. Uno di quelli che non crede in dio eppure ogni tanto si inginocchia e prega. Sperando che esista un qualcosa di migliore. Un universo nascosto dove da piccolo credevo finissero i palloncini e oggi le anime delle persone buone. Un posto dove forse un giorno ci rincontreremo tutti a giocare a calcio. E tu sai già chi l’arbitrerà quella partita.

Ti abbraccio forte. Con quella forza che solo i bambini riescono a capire. ❤️

Senza retropensieri 

16 ottobre 2016

Stamattina respiro un soffio di vento insolitamente caldo. Quante verità? Quanta chiarezza può portare una serata diversa dalle altre? Ma che c’era di sbagliato nell’aria che si respirava tre anni fa?

Questa notte fatta di risposte sembra quasi una passeggiata alla memoria. E una volta ristrutturato il buonsenso. Una volta bonificato ed evacuato il buonumore. Ci sarà un futuro sicuramente migliore di quello che avevo immaginato e progettato. Come anche un pezzo di storia in meno da andare a rileggere. La storia degli errori. Quella delle bugie. Delle incoerenze etiche e dell’opportunismo gratuito. 

Accarezzo con gli occhi il profilo di un palazzo in Piazza delle Cinque scole. Sembra un tempio. La bellezza delle cose antiche non fa mai finta di essere. Quella umana è intangibile. L’antichità al contrario la puoi toccare davvero e renderti conto.

Una salma di pensieri passati se ne scivola via oltre una linea di confine fatta di tardive verità. Giusto qualche decina di metri lontano dal corso del fiume. Laddove la luce dei lampioni non la tocca. 

Di notte chi passeggia lungo il Tevere si orienta come in mare, con le stelle. Con la luna. Sempre che il chiacchiericcio di Roma non ti risucchi verso i vicoli illuminati di Via della Scala.

Intanto immobile sotto la luce tardiva di un’alba stanca. Dall’altra parte del fiume. Sotto un castello incantato dove troneggia un angelo con la spada. C’è piccolo parco senza erba. Io ci giocavo da piccolo. 

In ogni luogo c’è un posto dove si può ancora giocare. Anche dentro di noi. E c’è sempre un nuovo spazio dove ricostruire. Dove riprovare. Dove progettare ancora.
Idee che escono dalla verità delle cose come semplicemente le vediamo. Senza eccessivi retropensieri.

Pensieri alla sinfasò

14 ottobre 2016

Quella dei muscoli non è una fissazione. Ma una vera cultura. Poi ognuno sceglie i suoi. Io per esempio non potrei mai fare a meno di allenarmi. Ho i mandibolari tiratissimi. Ho una stramaledetta tartaruga in faccia.

Non siamo altro che imprenditori della nostra esistenza. Siamo noi che investiamo il capitale in questa impresa, assumendoci tutti i rischi e le opportunità, anche quando siamo costretti ad accettare quello che non si può cambiare.

La gestione dei ricordi 

12 ottobre 2016

Non potrei mai fare a meno della potenza metaforica delle parole. Soprattutto quelle che invitano al cambiamento. Quelle più o meno imposte dal buonsenso. Quelle la cui funzione specifica è contenere e proteggere. Arginare il cattivo umore in attesa che le scelte, le decisioni, il destino e la furia delle conseguenze dispieghino i loro effetti debordanti. O facciano semplicemente finta di niente. È acre l’odore della polvere di certe cantine buie. Laddove finiscono i sogni infranti. 

La “gestione dei ricordi” dovrebbe essere materia di studio a scuola. Quali sono le cose da ricordare? E quali quelle da dimenticare? Associo spesso alle figure retoriche la sorpresa della scoperta. E in certi casi la gioia della riscoperta. In ogni ossimoro c’è l’icona di un qualcosa di superiore. È la materializzazione della natura greca del mio universo. Un pessimismo cosmico dove non conta se tu sia un dio o un eroe, perché comunque arriverà un destino beffardo a impedirti di raggiungere l’obiettivo. A sancire la tua perfetta fallibilità.

La sfera è la mia forma geometrica preferita. Una figura senza lati. L’ottimismo è una sfera. La felicità è una sfera trasparente. Una bolla di sapone. L’ineluttabile invece ha una forma cubica. Spigolosa. E un inguardabile color tortora frutto dell’invenzione dell’uomo. La natura si è rifiutata di partorire un abominio del genere. Lei in fondo ha sempre una sua reputazione da difendere.

Qui. Adesso.

11 ottobre 2016

Aggiornare il blog si sta trasformando in un’insidiosa abitudine. Se avete mai pensato di crearne uno tutto vostro, allora probabilmente sapete già cosa intendo. 

Un blog può essere un amico invadente. Ma anche una donna difficile. Con quel suo non saper essere mai puntuale e comunque sempre ricorrente. A volte sottile e quasi sotterranea. 

Aggiornare questo blog equivale a siglare un patto di Varsavia con i propri sentimenti. A organizzare una linea Maginot per evitare l’invasione della tua Francia dentro. Rileggerlo invece è per cuori coraggiosi. Una sorta di sbarco in Normandia per emozioni forti. 

In questi otto anni ho scritto cose che alla fine mi hanno sempre guardato negli occhi. Cose che, in certi casi, mi hanno fatto anche abbassare lo sguardo e cambiato l’umore. 

Potrei tirar fuori un ricordo anche da una goccia d’acqua che scivola sul vetro. Da una strada deserta. Da una pizza nel forno. Sono sicuro che riuscirei a scrivere una storia anche su questo. Tutto sta nel saper difendere i propri confini scrivendo.

Ma io le storie le scrivo, le rileggo e basta. È il tempo a crearle. Lui ha uno stile tutto suo di dipingere i fatti. Non usa colori. Non usa il pennello. Eppure ogni personaggio è una tela. Impossibile non arrendersi a questa evidenza. Impossibile non cedere al fascino indiscreto delle cose banali. 

Dieci minuti fa ascoltavo una canzone di Lukas Graham, “Seven years.” E mi sono accorto che sbattevo il piedino seguendo le battute. Così ho pensato al tempo che passa. A tutte quelle difficoltà che abbiamo di stare costantemente al passo. Che ogni tanto manchiamo disastrosamente a tenere il ritmo. 

E che se ricomincio a leggere dall’inizio di questo paragrafo, mi rendo conto che nel momento esatto in cui scrivevo “Dieci minuti fa”, avevo più tempo ed ero più giovane rispetto al punto che ho deciso di mettere qui. Adesso.

Insuperabili frittate

10 ottobre 2016

Scrivo troppo. Scrivo più di prima e mi illudo che scrivere tanto aiuti a non pensare. Cazzate. C’è sempre una profondità di pensiero in tutto ciò che faccio. Quando soffriggo il guanciale per la carbonara. Quando scelgo un regalo per una persona importante. O assaggio la famigerata frittata con le patate di mia madre. 

Quando riemergo dopo un tuffo in piscina. Quando bevo direttamente alla fontanella dopo una lunga corsa. Oppure quando rimango minuti interminabili a osservare inebetito un sorriso. Un quadro. O le ultime luci del solito tramonto al Singita. Figuriamoci cosa può succedere quando scrivo. 

Comincio a immaginare le cose in modo polarizzato. Come se il tempo e lo spazio si trasformassero da avversari irriducibili a complici ammiccanti. 
Ecco. Adesso dovrebbe essere il momento in cui la mia scrittura diventa malinconica, o quanto meno sentimentale. Ma non posso certo darla vinta a certe amicizie.

È vero. Quello che so l’ho imparato sbagliando, non certo scrivendo. Magari poi l’ho raccontato in un secondo momento. È che non è necessario per forza sbagliare sempre per scrivere qualcosa di umanamente sensato. 

Allora eccomi qui, tutto preso a non dire, ma a lasciare intendere. A scrivere senza spiegare. Il mio spirito guida è l’ossimoro e il mantra è l’attrazione magnetica. Notoriamente più forte della repulsione. 

Se due poli opposti si attraggono, ciascun magnete favorisce il parallelismo. Entrambi i magneti diventano così un po’ più potenti.

Se però di due poli magnetici si respingono, ciascun magnete va a disturbare l’orientamento parallelo dell’altro. Ed entrambi i magneti si ritrovano a essere più deboli. Invece se li si allontana sufficientemente l’uno dall’altro, allora riprendono il loro ordine originario. E insieme all’ordine riacquistano tutta la loro potenza.

Insomma, “attrazione repulsiva” sembrerebbe l’ossimoro del giorno. L’ho detto. Scrivo troppo. E probabilmente non leggo abbastanza. O meglio, accade con meno frequenza e senza la necessaria attenzione. Senza buoni propositi. E non lo so se da tutto questo ne otterrò mai una saggezza qualificata.  

In questi giorni ho tra le mani  “1Q84” di Haruki Murakami e “Cosmopolis” di Don DeLillo. Poi ascolto i Muse a denti stretti. In modo ripetitivo e confuso. Caotico. Con quella infantile consapevolezza di non poterne uscire fuori senza aver incasinato di più il tutto.

Non c’è nessuna filosofia in questo. Nessuna elevazione culturale. Niente sentimenti e spiritualità. Solo una rinnovata consapevolezza del senso di “tempo che passa”. E di quella sua spietata capacità di lasciare il segno con precisione chirurgica. Che sommata al mio devastante “non poterci fare nulla” rende più credibile il tutto.

Ok. Il cerchio credo di averlo finalmente chiuso prima di partire e con una discreta precisione. Nemmeno si trattasse del pomello del gas. Eppure non ho detto assolutamente nulla. Magari ho solo lasciato intendere molto. Ad esempio che la frittata di mia madre è insuperabile.

Genialità 

10 ottobre 2016

Grandi verità 

10 ottobre 2016

“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive. Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.”

“Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.”

“Non innamorarti di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro, o che non sa vivere senza la musica.”

“Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.”

“Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.”

“Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.”

“Mai.”

(Martha Rivera Garrido)

 
…e aggiungerei che se sa anche cucinare, è davvero la fine. 


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