L’istante prima

Va così. Ogni parola trova il suo momento e in quel momento si appoggia alla lingua. Le labbra gli si articolano addosso. Il fiato si gonfia quel tanto che basta per emettere un suono. E un istante prima di rilasciare il respiro si apre una fessura nella bocca. È da quel punto che entra un inutile raggio di luce. 

L’incubazione precede sempre il tutto. Un grido. Un sospiro. Anche un terremoto. In quel momento si fermano prima le immagini, poi i pensieri. Ci sarebbe ancora la possibilità per le parole di rientrare. Di ripensarci. È quello l’attimo in cui si potrebbe fare l’ultimo tentativo. Riflettere, se non lo si è fatto. Ma non succede mai.

Alla fine lasci andare i polmoni. Alla fine dici le cose e le cose prendono consistenza nell’aria. Colpiscono. Feriscono. E tu puoi solo starle a guardare. Osservare la strada che percorrono e i danni che fanno. 

Anche se le parole comunque esistono, non è sempre detto che siano uguali a ciò che stiamo effettivamente pensando. In certi casi sono diverse anche da noi stessi. E quel “noi stessi” è differente dal “noi” che le ha appena pronunciate. Forse ci vorrebbe più punteggiatura. Ci vorrebbero più silenzi. Respirare. Prendere ancora fiato.

Intanto la notte il traffico lungo la tangenziale di Milano sparisce. Come tutte le notti. Come da tutta una vita. Anche quella che aspetti ancora di vedere arrivare.

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