Archive for settembre 2017

Il pugno

30 settembre 2017

“Nostalgia delle montagne, io ce l’ho sempre. Ma questo è un’altro racconto.”

Alice in mezzo a tante storie si sentiva in trappola. Quell’universo la costringeva a desiderare, ma tutto ciò che il suo pensiero riusciva a formulare era un devastante bisogno di stelle cadenti.

Se ne stava li. Buona buona. Tra gli altri romanzi. Al suo posto sulla scrivania c’era un’edizione speciale di “Route 66” di Jack Kerouac. Nessuno si era mai accorto della differenza.

Di tanto in tanto Alice si allungava per toccare le cose che non ci sono. E diamine, ci riusciva sempre.

Se tutto quello che sognamo e che ricordiamo fosse un campo vettoriale, alcune forme di follia, alcuni sentimenti e certe immagini del passato somiglierebbero a curve chiuse. Dovrei provare a usare il teorema di Varignon per misurare quanto mi gira la testa stamattina.

Un tempo ero più semplice di così. I miei pensieri erano rametti di ulivo. Col tempo li ho privati delle foglie per creare una confusione tagliente. Desinenza. Radice. Dubbio. Verbo o nerbo?

Alla fine ho frantumato tutto in pezzi più piccoli. In modo che ogni frase sbagliata detta, pensata, o sussurrata, potesse restarsene in un palmo chiuso. 

Pensavo di aver risolto, ma poi ho guardato la mia mano. Era diventata qualcosa di peggio. Era diventata un pugno.

Quel qualcosa

30 settembre 2017

Nelle storie che scrivo. Nelle vite che immagino. Nei miei sogni. Tutti i personaggi fanno sempre la cosa migliore da fare. Una scelta giusta.

Loro capiscono sempre quello che vedono. Sanno ciò che sentono e si rendono sempre conto di ciò che possono. Deve andare per forza così in certi universi, altrimenti i desideri non funzionerebbero. 

A volte però smetto di guardare il copione e vado oltre l’inquadratura. Supero certi punti di vista. Condivido sensazioni. Faccio ipotesi. Le cambio e poi dubito di ciò che ho appena pensato. 

Mi abbandono a quella cosa chiamata esistenzialismo, che qualche volta lascia svegli la notte. Al buio. Senza necessariamente provare alcuna emozione. 

Di notte l’adrenalina si distribuisce in modo diverso. Fiducia, speranza e paura si confondono. E immagino le cose senza preoccuparmi di come stanno venendo. 

Esiste qualcosa che ruota attorno a quello che facciamo. Una logica che non cambia le conseguenze, ma ne affina il senso. 

Che poi è proprio il senso tutto quello che rimane dopo aver fatto una scelta giusta. 

E quando sbagli? 

Allora ti aspetta il giudizio degli altri. Quel qualcosa di profondamente sbagliato, che insegue sempre chi ha sbagliato.

Restituire

29 settembre 2017

Al mattino certi pensieri assumono la consistenza di una piuma. Li puoi immaginare che volteggiano in aria. Incapaci di toccare terra senza aver prima oscillato ripetutamente tra tutti i possibili estremi. Un po’ a destra e poi a sinistra. Sempre comunque fedeli alla legge di gravità e irrimediabilmente diversi. Ancorati alla mimica del vento e all’umore dell’osservatore. 

Mi succede ricordando un abbraccio. Un sorriso. Uno sguardo. Un film. Una canzone. Una certezza. Un sapore. Un odore. Un viaggio inaspettato. Una sensazione forte. È in quel preciso istante che qualcuno acquisisce un credito nei miei confronti. Il che non corrisponde esattamente a un mio debito verso un’altra persona. 

E poi esistono anche i crediti inesigibili. Sono quelli nei confronti di chi non ho mai conosciuto e mi ha comunque emozionato. Soprattutto da piccolo quando ero più portato a farlo. A emozionarmi. 

I miei sono stati John Travolta e Olivia Newton John. I Supertramp. I Duran Duran. Gli Spandau Ballet. I Pink Floyd. I Dire Straits. Patsy Kensit. Renato Zero. Mina. Sir Arthur Conan Doyle. Bukowski. Clive Cussler. Walt Disney. Jan Fleming. Stefano Bonvicini. Michele Ferrero. Stanley Kubrik. Antonio De Curtis. Alberto Sordi. Ugo Tognazzi. Nino Manfredi. Marcello Mastroianni. Roger Moore. Tony Curtis. John Wayne. Terence Steve McQueen. Robert De Niro. Clint Eastwood. Virna Lisi. Monica Vitti. Bud Spencer. Tomas Milian. Leonardo Da Vinci. Giacomo Leopardi. Gian Lorenzo Bernini. Munch. Monet. Picasso. Van Gogh. Bruno Conti. Agostino Di Bartolomei. 

Ma i crediti sono stati davvero tanti. Almeno una cinquantina in più. Inutile star qui a fare l’elenco della spesa. Volevo solo chiarire il concetto. Tutto quello che nella mia vita è diventato un credito, mi ha praticamente trasferito emozioni. Ricordi primari. Qualcosa che è rimasto dentro e non ho mai restituito. Qualcosa che in fondo non sarebbe nemmeno possibile restituire.

Dall’uno al cento

27 settembre 2017

Stasera mi guardo allo specchio ed è come aspettare un vecchio ascensore. Osservo quel bagliore arrivare dal basso e riempire lo spazio libero tra i pensieri. Poi nuovamente il buio. 

Nella stessa identica maniera Alice mi guardava dritto negli occhi. Era un interesse passeggero. Lo stesso di chi si ferma a guardare la propria ombra e si domanda se sia davvero la sua.

Alla fine finisco sempre per immedesimarmi con gli stessi ricordi. Solitario come un’impercettibile onda gravitazionale. In sequenza come quei tasti luminosi che annunciano il susseguirsi dei piani. 

Alice misurava lo spazio lasciato libero dai ricordi. Amava tratteggiare con gli occhi il vuoto. Le piaceva unire tutti i puntini dall’uno al cento. E credo fosse questo il suo modo di orientarsi tra gli uomini.

 

C’è solo una cosa che non capisco

25 settembre 2017

Un capitano Akab, ogni mattina, sogna traguardi impossibili e interminabili viaggi. Una balena bianca invece si sveglia e basta. La balena non si sente mai affondare. Anzi, scendere in profondità a volte vuol dire salvezza.

In ogni uomo esiste una parte sommersa e una parte che si vede. Anche da lontano. E in ogni cosa, o persona, è la parte che non si vede quella in grado di fare danni. Di squarciare senza saperlo.

Il tipo è seduto di fronte a me. Avrà circa 50 anni. Un bell’uomo, ben vestito. Una valigetta per il Pc sulle gambe. Un iphone7 acceso. Parla a voce alta, anche se non altissima. Dice che c’è solo una cosa che non capisce, ma non riesce a comunicarlo. Forse perché dall’altro lato hanno troppo da parlare. 

Lui pensa che sarebbe meglio inserire la parola “serie”, sopra la scritta IMMATURI, ma va messo tutto in minuscolo. L’allegato però non riesce a vederlo, perché il programma non si apre sull’iphone7. 

Sento il devastante bisogno del parere di un altro passeggero. Magari basterebbe chiedere alla Monica. Milanese conclamata che chiacchiera da 5 minuti sulla poltrona della fila opposta. Parla e tiene le gambe allungate verso il centro del vagone. Belle gambe davvero. 

La gente però deve scansarsi e fare il passo lungo, perché quelle gambe rimangono distese. No che non è maleducazione. È solo che ogni tanto uno si sente il mondo come fosse casa sua. E probabilmente lei crede di trovarsi sul suo divano in salotto. Embè? Meglio lì che altrove, mi dico. 

Ironia.

I passeggeri intanto saltellano nel tentativo di raggiungere il proprio posto. E finalmente parte il suo commento ad alta voce: “Non capisco per quale motivo uno che ha un biglietto di un vagone diverso salga dal davanti? Ma che hanno in testa? Cenere?” 

Sarcasmo. 

Il treno parte con due minuti di ritardo. Durante il viaggio le sue gambe non possono estendersi oltre. Quindi la si vede e la si sente ravanare parole sconnesse dal cervello. Tutte un po’ a caso. Sbadiglia, sbuffa, sospira. Tutto in stereofonia. 

Intanto ho scoperto che il signore di prima fa il regista. È Paolo Genovese. Già, proprio quello di “Perfetti Sconosciuti”. 

Adesso l’allegato si apre. Lui voleva intendere con quel “c’è solo una cosa che non capisco”, di non aver ben chiaro chi avrebbe curato il casting della sua nuova serie televisiva. E che avrebbe preferito dirigere volti nuovi, magari gente presa in strada. Ecco, ora che ho scoperto l’arcano mi sento più sereno. Posso lasciarlo alla sua storia e magari proseguire la mia.

Materia. Antimateria. Origine della vita. Universo. Cancro. Neutrini. Quello che mi comunica Magritte con “Gli Amanti”, o il perchè Van Gogh abbia venduto un solo e unico quadro in vita. E che dire della testa di Trump?

No.”Non c’è solo una cosa che non capisco.” Sono tante. Troppe cose. 

Provo a sussurrarlo a mezza bocca. Che senso di sicurezza che dà quel “solo” detto così. Strisciato tra i denti, con una esse più lunga della S dei supermercati brianzoli.

Superato lo scoglio affiorante di quella esse, tutto è saputo. “Non c’è sssssssolo una cosa che non so.”

Le altre? Le so tutte? I neutrini, i vegani, i capitani Akab che inseguono balene. O altri che cozzano contro iceberg e scogli. E i tornado? Gli uragani? Dove finiscono i palloncini e i calzini spaiati? E i fondi raccolti con gli sms solidali? 

Ironia e sarcasmo.

Che poi, alla fine, non ho nemmeno capito se è la scritta “IMMATURI”, o la parola “serie”, quella che va riportata in minuscolo.

Andiamo a casa

24 settembre 2017

Jep si era appena aggiustato il risvolto della camicia. Sorseggiava da solo un Martini bianco. Continuava a guardarsi intorno. Sembrava irrequieto. 

Chiunque, osservandolo, avrebbe giudicato eccessivo l’interesse indirizzato a quegli improbabili personaggi che frequentano le pizzerie del centro. E poi a Roma le pizzerie sono tutte uguali. 

I tavolini quadrati. Le tendine a scacchi bianchi e rossi. Bizarre vetrofanie sulle finestre che danno sui vicoli. E l’immancabile buffet freddo, il più delle volte posizionato all’ingresso, con ammiccanti olive verdi, zucchine affogate nell’olio e fagioli borlotti col broncio. 

Jep un giorno mi aveva detto: “La noia di ordinare sempre la solita pizza è inferiore solo alla frustrazione di provare a scegliere ogni volta una pizza diversa. Gianlù, tutto tempo perso dai retta a me. Scelta una. È per sempre.”

I suoi denti intanto avevano già fatto la prima vittima. Patatine Amica Chips. Le stava torturando senza incertezze.

Alice si era seduta a pochi metri dal suo tavolo. Aveva un paio di occhi color nocciola, taglienti, ma stanchi. Apparentemente tristi.

Jep smise di masticare e le appoggiò addosso uno sguardo discreto. Educato. Profondo quel tanto che basta da riscoprire un’infinitesimale gradazione di verde nel disco dell’iride.

Cominciarono una serie di espressioni. Un sottobosco segreto di dettagli insondabili, intervallati da gesti rivelatori. Sembrava si conoscessero. 

Alice giocava con la forchetta. Pareva impegnata nel tentativo di soppesare un’arma. Come fanno quei personaggi di Martin Scorzese quando si preparano per un delitto da troppo tempo ponderato.

Poi si poggiò il tovagliolo sulle gambe. Come se quel gesto potesse scogliere i nodi di una coscienza troppo provata. 

Jep mascherava l’imbarazzo dei propri pensieri sorseggiando l’ultima goccia di Martini. Giocava a far rincorrere i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. Alla fine tentò di sorprenderla con un sorriso. 

Lei non ricambiò. Si raccolse il fazzoletto che aveva posato sulle ginocchia e lo ripose sgualcito sul tavolo. Un fantasma sconfitto. 

I geni dell’imbarazzo e del senso di inadeguatezza le gridavano dentro la testa. Era un frastuono silenzioso. Ma il rumore era tale da impedirle di formulare il più elementare dei pensieri. 

All’improvviso Alice perse il controllo della propria compostezza. Si fece scivolare contro lo schienale. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Le lasciò penzolanti nel vuoto. 

Jep allora cessò di giocare col bicchiere e scelse la strada più tortuosa. Scelse di andarsi a sedere proprio di fronte a lei.

Lui la guardava in silenzio. 

La guardava in silenzio, perché gli sembrava davvero bella.

Alice quella sera non gli disse: “Se continui ad aver paura, vuol dire che mi hai già perso.”

Jep quella sera non rispose: “Lo sai? Sono stanco di essere messo alla prova.”

Alice non replicò: “Smettila, io non ho bisogno di essere salvata. Questo non riesce a entrarti nella testa.”

E lui non ribattè: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. Io ora scendo da questa giostra. Scendi con me.”

Tutto quello che le parole di entrambi riuscirono a formulare fu: “Andiamo a casa.”

La mattina presto

20 settembre 2017

C’è uno spazio infinito davanti a me, ma non ho abbastanza tempo e capacità per attraversarlo tutto. 

Stamattina il lungomare di Ostia è trasparente. Sembra addirittura più tiepido dei diciotto gradi centigradi delle previsioni. Colpa di una brezza leggera che arriva dal mare e che accarezza le spiagge semi-deserte. 

Io passeggio. Gioco con le profondità dell’animo. Mi immergo ingenuamente con lo sguardo in un orizzonte lontano e riemergo, solo ogni tanto, per prendere fiato. Galleggio tra i disciplinati semafori e le ammiccanti vetrine dei bar. 

E poi un’altra cosa. C’è tanto silenzio. È un tempo giusto per leggere, per ascoltare, per guardare e raccontare. La città è ammutolita. I pensieri precipitano fuori, oppure restano in equilibrio sulla linea delle necessità. Per la prima volta sto osservando il futuro da una prospettiva diversa. Meno seria e più profonda.

Il domani sembra un luogo sinistro. Roma pare arrabbiata per questo. E io? Io me la cavo con uno sguardo da topo addomesticato. Con la mia solita faccia da schiaffi e gli occhi di chi si è smarrito tra i “perché” di ogni giorno. 

Intanto nel mondo la terra trema. I terroristi agiscono. Gli ideali crollano. Resistono solo le maledette banche. Quelle non falliscono. E le trasmissioni televisive, sempre più ridicole. Ammiccanti produzioni con le gambe aperte che mi fanno venir voglia di spegnere la tv.

Questo immenso spazio davanti a me sfila via più veloce del tempo necessario a percorrerlo tutto. Forse l’universo mi sta suggerendo qualcosa di quello che potrei essere. Non solo dettagli di quello che non sono più. 

Ci sono attimi in cui la vita ci regala la straordinaria possibilità di fermarsi. Di riflettere e pensare. Riconoscere questo silenzio assordante e spiazzante. Succede quando cammini sul lungomare della tua città la mattina presto. Quando all’improvviso ti accorgi che la vita ti sta cambiando l’aria.

L’unità di misura

17 settembre 2017

Domenica mattina. Percorro a piedi viale Trastevere. Destinazione Porta Portese. Non sono un collezionista di cose antiche, ma camminare tra le bancarelle è sempre l’occasione giusta per osservare un campionario di persone particolare. Gente che, negli ambienti che frequento, non incontrerei mai. 

A Trastevere le variabili cambiano. Si nota immediatamente. La prima a farlo è il tempo. Un mercatino si muove al rallentatore. Un acquisto è sempre la conseguenza di una scelta ponderata e valutata, ma a Porta Portese è tutto un rito.

Perché in effetti i personaggi ruotano tra le bancarelle, ma non come chi vuole davvero comprare qualcosa. Bensì come chi sente forte la necessità di respirare l’aria degli anni passati. È una macchina del tempo.

Anche io voglio viaggiare a ritroso stamattina. Comprerò qualcosa? Non lo so. L’ultima volta ho acquistato un’orsacchiotto con la zampa semi scucita per cinquanta centesimi. Ora se la spassa sul letto di mia figlia insieme a un polpo blu.

Supero piazza Mastai. C’è profumo di cornetti caldi appena sfornati nell’aria. Peggio delle Sirene di Ulisse. Resisto. Ancora duecento metri e volto a sinistra. Vedo di tutto. 

C’è qualcuno che offre quei barattoli di pasta mimetica per il viso che usano i soldati. Alcune confezioni sono a metà. Da dove arrivano? Davvero da qualche fronte? A volte la storia delle cose è camuffata. Non posso fare a meno di pensarlo. 

Ci sono anche i lampioni dei vicoli di Roma. Quelli che l’amministrazione Raggi ha fatto sostituire con le Lampade a led. Meravigliosi. Chiedo il prezzo. Settanta euro. Li comprerei tutti se qualcuno mi aiutasse a rimetterli al loro posto.

Faccio qualche passo. Svolto un angolo. Avanzo lentamente tra giacche fuori moda e jeans usati. Vorrei acquistare una vecchia clessidra. Sono affascinato da questi oggetti. Invece mi imbatto in mucchi di posate semiarruginite, vecchi telefoni analogici, colline di dvd e proiettori di grosso calibro. Qualcosa di sottratto ai ricordi di un cinema che non c’è più. Forse muto.

Nonostante il tempo che passa. Nonostante la gente che cambia. Nonostante i muri culturali e generazionali, Porta Portese rimane la stessa. 

Merito delle persone che vivono e sanno adattarsi agli scenari che cambiano. In fondo il verbo “vivere” è “sopravvivere” soltanto nella desinenza. Cambia la radice. A volte le parole della stessa famiglia etimologica indicano cose così profondamente differenti.

Non ho ancora trovato la mia clessidra. Magari tornerò. O forse no. Nel frattempo intorno a me la vita continuerà a scorrere fluida. E io mi divertirò a osservarla passeggiando. 

Stamattina l’unità di misura sono i ricordi e io posso continuare a misurare questo meraviglioso universo soltanto sbattendo gli occhi.

Da ragazzino 

14 settembre 2017

Da ragazzino mi hanno insegnato che p greco vale 3,14 e che per due punti passa una e una linea retta soltanto. Eppure nessuno mi ha mai detto che esistono luoghi lontani dentro. Posti talmente lontani da somigliare a universi diversi.

Mi hanno insegnato che la linea retta che unisce due punti si chiama distanza. Ma nessuno mi ha mai detto che la distanza tra due universi si chiama paura. Paura di perdere. Paura di perdersi.

Da ragazzino mi hanno insegnato che due punti occupano sempre una posizione diversa nello spazio. Che non esistono linee rette che collegano due punti coincidenti. Che due rette parallele non si incontrano mai. Eppure nessuno mi ha mai detto se magari sognano di farlo.

Per rimanere collegati serve una distanza. Anche breve. Anche piccola. A scuola era una questione di parametri. Oggi è soltanto un fatto di significati.

Ero un ragazzino quando mi insegnarono che per tre punti, non allineati nello spazio, passa soltanto un piano. Ma nessuno mi ha mai detto che una mattina mi sarei ritrovato a scalare un universo in cui c’è sempre un altro piano da raggiungere. 

Un universo dove bisogna soltanto salire. Salire ancora. Quando io mi sarei tranquillamente accontentato del piano terra. O meglio ancora del piano bar. 

Tiraci fuori di qui

10 settembre 2017

Certe notti i ricordi si perdono come la Nutella, quando ti sfugge via da un cornetto appena addentato. 

Certe notti non servono piani di fuga perfetti per evadere. Si scappa e basta.

Certe notti non esistono stelle e la terra torna a essere piatta come una mappa. Un posto dove si può soltanto cadere oltre i bordi per non guardare il mondo. Eppure basterebbe un parapetto. 

Certe notti i cellulari chiamano da soli. A volte numeri che non ti sogneresti mai di digitare e che comunque non rispondono.

Certe notti, se non chiudessi gli occhi, sarebbe sempre oggi. 

Certe notti neanche le gemelle di Shining si fermerebbero a bere un gin tonic con me.

Certe notti il bambino dentro si rifiuta di stare seduto sul sedile posteriore. Vorrebbe guidare. E io alla fine, lo lascio fare.

Certe notti se le parole fossero porte, i silenzi sarebbero serrature a doppia mandata. 

Prendo un libro di Foster Wallace. La ragazza dai capelli strani. Leggo venti pagine e mi accorgo di aver sbagliato tutto. Così torno indietro di 5 pagine. Sospiro. Giro pagina. Sorrido. Poi stupore. Incomprensione.

Mi comporto come se quello che ho in mano fosse un luogo da raggiungere. Rileggo pagine. Traccio rotte.

Certe notti ho gli occhi talmente annuvolati che alla fine ci piove dentro. E ascolto le parole che non ho ancora pronunciato gridare impaurite:”Ti prego. Ti scongiuro. Adesso tiraci fuori di qui.” 

Alice e il sognatore di successo

7 settembre 2017

E’ una giornata insolitamente azzurra a Torino. Stamattina anche l’acqua del fiume non ha niente da invidiare al Tevere, o agli scarichi dei navigli. Il Po non è certo un capolavoro, ma almeno oggi non si vedono affiorare lavastoviglie, o centrifughe termozeta. E non l’avevo mai notato, ma ci sono punti larghissimi, di grande respiro. 

Respirare. In pochi sanno che il contrario di “inalare” è “esalare”. Saperlo non fa di me un umanista, però mi regala una maggiore profondità di pensiero. 

Lei sta arrivando a piedi. Cammina lentamente lasciandosi alla spalle la Gran Madre. Attraversa il ponte verso piazza Vittorio Veneto. È vestita come una diciottenne nel giorno più caldo di agosto. Mi abbraccia. Ci sediamo su mezzo metro quadrato di panchina. L’unica all’ombra.

Alice mi racconta di tutto. La sua storia è un caotico andirivieni tra quel che proprio non le è andato giù della vita e la sua impossibilità di riconoscerlo davanti a una persona reale. 

Le relazioni sbagliate. Il lavoro. La tempistica disordinata di certe situazioni subite. Un conflitto a fuoco in cui è proibito parlare di fuoco con gli estranei. E io lo sono. 

Azzardo qualche ovvietà: “Però scusami Alice. Quando ci sentiamo arrabbiati per qualcosa, o con qualcuno, lo possiamo anche dire, no? Si può comunicare.”
Ingenuo tentativo. 

Mi fissa e quasi sottovoce mi sussurra: “L’importante è che non succeda mai nulla e che niente metta in pericolo il Regno. E parlarne lo mette in pericolo.”

“È per questo che non ti sei mai aperta con qualcuno riguardo i tuoi viaggi?” Questa domanda la immagino quasi necessaria, ma non pronuncio neanche una parola. Penso e non dico.

Alice non amava il caffè. Odiava che nella spremuta rimanesse la posa dell’arancio. E le piacevano i taralli al finocchio. 

Una volta la vidi sorseggiare un Cosmopolitan. Fu in una sera di giugno, in un’isola che somigliava molto ad Itaca. Sotto una falce di luna che da sola illuminava completamente il cielo. Roba da Cenerentole dispotiche e dilettantismi da principe azzurro. 

Che poi nessuno ha mai saputo cosa gli accadde dopo il matrimonio. Questo la favola non lo ha mai raccontato. 

La storia di Alice, narrata da Alice, invece è una strada lastricata anche di torti subiti. Di dubbi irrisolti. Di personaggi indecifrabili e posti fantastici. Luoghi dove il tempo scorre in modo differente e dove il destino deve sempre rendere conto a poteri superiori. 

Avrei un’altra domanda sincera, ma sento che non c’è spazio per porla. Alice parla senza interrompersi.
Come si può immaginare una vita intera senza dedicare tempo alla realtà? Senza osservare le cose per quello che semplicemente sono? 

Una vita declinata con il verbo sognare è un’irraggiungibile Itaca. Forse un’isola troppo vicina per i miei sogni e incredibilmente lontana dai miei orizzonti. Un viaggio senza meta che non può che riportarmi al punto di partenza.

Poi il discorso si muove. Evolve. Abbandona le secche delle storie e punta verso l’alto. Tecnicamente e senza saperlo, Alice muta il suo sguardo. Si fa più distesa. Il viso è più chiaro, gli occhi più intensi e persino più vivi. 

“Io ho finito. Sono convinta che la mia vita, per quanto virtuale, abbia avuto comunque un significato e sono contenta di come la sto vivendo. Eppure adesso che sono quasi arrivata alla fine della mia storia, non riesco più a guardare oltre un singolo lato dello specchio. Ma non so da quale lato guardare.”

Penso alle risate automatiche che queste parole porterebbero in quasi tutti gli ambienti che frequento. Persino una parte di me inclina la testa sorridendo. 

Ma l’altra no. L’altra parte di me osserva una donna giovane di anni e vecchia di esperienze da raccontare. Non c’è più l’andirivieni di prima. Non c’è una parte che nega la sua rabbia e l’altra che lotta per farla uscire fuori. 

Riesco a vedere il complesso delle cose. Il ritmo rallenta, le frasi pesano di più e paradossalmente sono parole che volano.

“Non ho altri viaggi da fare Gianluca, la mia storia finisce qui. Sono contenta così. Grazie di avermi raccontata.”

Può un personaggio della mia fantasia diventare ad un tratto, bellissima? Ebbene può. 
Succede in un istante, ma succede. Penso che solo attraverso la nostalgia si veda il buono delle cose che abbiamo vissuto. Quelle per cui abbiamo sperato. Tutto fiorisce e matura in questo rarefatto finale. 

Forse non ho capito niente io di quel che accadeva nelle storie che leggevo. Forse ero troppo impegnato a scrivere e raccontare le mie. Di storie intendo.

E per un attimo realizzo che è molto più facile essere seduti sulla stessa panchina, che essere seduti nello stesso universo.

Due minuti ancora, poi Alice deve far ritorno al suo mondo. Qualcuno ci sta scrutando sulla soglia, gentile e guardingo come un gatto. Forse è un gatto.

Alice si allontana di un passo. Poi si volta ancora indietro. Mi regala una stretta di mano. Le brillano gli occhi come a una bambina di fronte ai regali di Natale. 
“Stavolta resterò laggiù per sempre. Tu lo sai cosa vuol dire? Perché io non lo so.”

Non lo sa, nemmeno lei. Suona così strano l’arrivare a essere felici di non sapere per credere. Mille voci dentro di me si levano sarcastiche. Che bellezza può essere convivere per sempre con un coniglio nervoso, un bruco logorroico, un’altro che sparisce, o un tizio che vende cappelli fuori moda. Bel posticino da incubo questo famoso paese delle meraviglie. Eppure i suoi occhi vedono tutta questa bellezza. 

Un istante ancora e Alice svanisce. “Nemmeno io lo so.” Mi ripeto dentro. Poi mi volto verso quella costruzione dall’altro lato del ponte e mi scorre addosso una sensazione. Ripenso a quello che mi ha detto. Alla luce che aveva nello sguardo. E finalmente capisco.

Lasciare agli altri il dubbio di non sapere da quale parte dello specchio sia la realtà. È questo che fa la differenza tra un sognatore qualunque e un sognatore di successo.

Alice e le foglie 

3 settembre 2017

Alice andava avanti gattonando. E quando rimaneva bloccata dal peso degli eventi decideva di spostarsi verticalmente. Una volta le avevano spiegato che ascesa e discesa alla fine si somigliavano un po’.

Alice giocava con i segnalibri e i numeri di pagina non sequenziali. Aspettava seduta su un prato stellato un grosso coniglio bianco. Affascinata e distratta dal ricordo delle immagini di quell’universo così diverso dal suo. 

Alice pensava a quanto fosse stato facile vivere, in un solo istante, ciò che altri non sarebbero riusciti a vivere nell’arco di due intere vite.

Quando i battiti del cuore di Alice acceleravano lei non ne perdeva il controllo. Se sentiva il sangue salirgli alla testa sussurrava al destino qualche parola di scuse. 

Sorrideva. Alzava un sopracciglio. E improvvisava. Con l’imbarazzo di chi pensa di poter prevedere i terremoti in autunno, soltanto osservando le foglie cadere.

Il drago sul soffitto

3 settembre 2017

Premesse. Quante ne costruisco ogni giorno. Sono sempre lì. All’inizio di ogni mio ragionamento, o discussione, e hanno a che vedere con il mio concetto di promessa. 

Per questo quando decido che non voglio discutere, agisco perché non succeda. Ma se invece la mia premessa di rimanere calmo è fantascienza, allora so già che le parole sbagliate scenderanno pesanti come astronavi sulla mia discussione. E che il mostro alieno che ho dentro farà strage di tutto il buonsenso possibile. È solo questione di tempo. 

La mia è una realtà ciclopica. Per capirla bisogna chiudere un occhio. E non tutti ci riescono. Il demone sotto al letto non lo sa, e mi aspetta ogni sera per raccontare al bambino che ho dentro le sue storie. Per spaventarlo.

All’adulto invece serve capire se nelle premesse di ogni risveglio bisogna includere anche le cose spiacevoli, o ingiuste. Ma soprattutto serve capire come trovare le armi adatte per affrontare il tutto. Dove e in che modo combattere. E quanti tentativi ci sono per provare a cambiarle le cose.

Il bambino ascolta storie. L’adulto invece le arreda con premesse e decisioni importanti. Cura anche ogni sbaglio nei minimi dettagli. Si, perché spesso succede di sbagliare e farlo male. E in una realtà ciclopica bisogna sbagliare bene. Sbagliare da Dio.

In fondo nemmeno Cervantes ha mai chiarito con certezza se il Don Chisciotte fosse inseguito, o meno, dai mulini a vento. Perché parliamoci chiaro, affrontarli sul loro territorio è stato uno sbaglio. 

Non si vince mai. Ed è peggio dei draghi sul soffitto che vedo stamattina.



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