Andiamo a casa

Jep si era appena aggiustato il risvolto della camicia. Sorseggiava da solo un Martini bianco. Continuava a guardarsi intorno. Sembrava irrequieto. 

Chiunque, osservandolo, avrebbe giudicato eccessivo l’interesse indirizzato a quegli improbabili personaggi che frequentano le pizzerie del centro. E poi a Roma le pizzerie sono tutte uguali. 

I tavolini quadrati. Le tendine a scacchi bianchi e rossi. Bizarre vetrofanie sulle finestre che danno sui vicoli. E l’immancabile buffet freddo, il più delle volte posizionato all’ingresso, con ammiccanti olive verdi, zucchine affogate nell’olio e fagioli borlotti col broncio. 

Jep un giorno mi aveva detto: “La noia di ordinare sempre la solita pizza è inferiore solo alla frustrazione di provare a scegliere ogni volta una pizza diversa. Gianlù, tutto tempo perso dai retta a me. Scelta una. È per sempre.”

I suoi denti intanto avevano già fatto la prima vittima. Patatine Amica Chips. Le stava torturando senza incertezze.

Alice si era seduta a pochi metri dal suo tavolo. Aveva un paio di occhi color nocciola, taglienti, ma stanchi. Apparentemente tristi.

Jep smise di masticare e le appoggiò addosso uno sguardo discreto. Educato. Profondo quel tanto che basta da riscoprire un’infinitesimale gradazione di verde nel disco dell’iride.

Cominciarono una serie di espressioni. Un sottobosco segreto di dettagli insondabili, intervallati da gesti rivelatori. Sembrava si conoscessero. 

Alice giocava con la forchetta. Pareva impegnata nel tentativo di soppesare un’arma. Come fanno quei personaggi di Martin Scorzese quando si preparano per un delitto da troppo tempo ponderato.

Poi si poggiò il tovagliolo sulle gambe. Come se quel gesto potesse scogliere i nodi di una coscienza troppo provata. 

Jep mascherava l’imbarazzo dei propri pensieri sorseggiando l’ultima goccia di Martini. Giocava a far rincorrere i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. Alla fine tentò di sorprenderla con un sorriso. 

Lei non ricambiò. Si raccolse il fazzoletto che aveva posato sulle ginocchia e lo ripose sgualcito sul tavolo. Un fantasma sconfitto. 

I geni dell’imbarazzo e del senso di inadeguatezza le gridavano dentro la testa. Era un frastuono silenzioso. Ma il rumore era tale da impedirle di formulare il più elementare dei pensieri. 

All’improvviso Alice perse il controllo della propria compostezza. Si fece scivolare contro lo schienale. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Le lasciò penzolanti nel vuoto. 

Jep allora cessò di giocare col bicchiere e scelse la strada più tortuosa. Scelse di andarsi a sedere proprio di fronte a lei.

Lui la guardava in silenzio. 

La guardava in silenzio, perché gli sembrava davvero bella.

Alice quella sera non gli disse: “Se continui ad aver paura, vuol dire che mi hai già perso.”

Jep quella sera non rispose: “Lo sai? Sono stanco di essere messo alla prova.”

Alice non replicò: “Smettila, io non ho bisogno di essere salvata. Questo non riesce a entrarti nella testa.”

E lui non ribattè: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. Io ora scendo da questa giostra. Scendi con me.”

Tutto quello che le parole di entrambi riuscirono a formulare fu: “Andiamo a casa.”

11 Risposte to “Andiamo a casa”

  1. sidilbradipo1 Says:

    Magnifico!
    Ciao
    Sid

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  2. Elish_Mailyn Says:

    vorrei essere Alice! 😄
    bravissimo!!!

    Liked by 1 persona

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