Archive for the ‘La vita secondo Jep’ Category

Jep direbbe

3 dicembre 2017

Che non serve parlare in maiuscolo. Che il maiuscolo lo puoi soltanto misurare.

Stamattina esco in corsivo dai miei pensieri. Dalle storie sussurrate. Da quei congegni a tempo che innescano le mie parole. Come quando nelle tazze di latte caldo lascio galleggiare due biscotti “gentilini”.

A loro piace inzupparsi. Li vedo che scompaiono sotto la superficie, che si fanno dimenticare. Poi quando alzo la tazza per bere, ecco che mi sfiorano dove neanche immaginavo. Prima le labbra. Poi lo stomaco. È così che mi fermo a pensare.

Le parole. Anche quelle più nascoste mi connettono in maniera costante al gioco della vita. Stamattina però celano un qualcosa di fortemente regressivo. L’idea infantile che si possa fuggire dalle difficoltà anche leggendo. Cioè scappando dalla realtà così come è.

Jep direbbe che c’è bellezza nel saper stare con entrambi i piedi sulla stessa staffa. Saldamente in equilibrio.

Ma la grande bellezza è saperci stare col sorriso. Senza scappare, senza illudersi. Senza mai raccontarsi in maiuscolo. Senza mai pensare che sia più conveniente vivere la vita di qualcun altro, al posto della tua.

Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo

4 ottobre 2017

Adoro quel preciso istante. Quello che precede il sonno. Quell’attimo di ovattata percezione del tempo. 

L’inizio un viaggio diversamente avventuroso dove non c’è necessità che accada davvero nulla. 

Nessuna principessa da salvare. Niente evasioni spettacolari. Nessun gol all’ultimo minuto. Niente indipendenze catalane, rivoluzioni francesi, o affilate ghigliottine repubblicane. 

Soltanto tanta consapevole assenza. O magari inconsapevole, chissà. Non posso esserne certo. 

È in questa specie di universo parallelo, un po’ mellifluo, che ogni tanto mi e ti ritrovo. Dietro al solito ricordo sbiadito. Ma ho la stessa percezione di quando andavo sott’acqua a cercare le stelle marine. 

Immagini sfocate e bugiarde. E il rumore del mio respiro che fa da colonna sonora. Non è così male non riuscire a fidarsi dei propri sensi. Ha quel non so che di esoterico e lieve.

Non è poi così devastante arrendersi al proprio “essere in balia dello spazio”. Ai margini di una singolarità fisica non descrivibile. Non misurabile. 

Un qualcosa che inghiotte si la tua lucidità, ma senza masticarla. E comunque, poi ti viene restituita sempre.

Un posto dove il tempo non conta. Dove è impossibile pensare al passato, o al futuro. Dove non si possono declinare condizionali. Soltanto interminabili tempi al presente. 

Un luogo dove la nostalgia, la noia e la frustrazione non hanno alcun valore. Dove non esiste la stanchezza. Nessuno sogna mai di dormire.

Quando questo succede ripenso ai viaggi di Ulisse. Ad Itaca. Alle cose che alla fine ritornano. E mi accorgo che per quanto un uomo si possa spostare in avanti, non si può mai esorcizzare quel bisogno confortante, che abbiamo, di rimanere ancorati a qualcosa. 

Quando riapro gli occhi poi torno a essere quello di sempre. Sbadiglio. Guardo il cellulare. Continuo a non essere in grado di spiccare il volo, o camminare sull’acqua. 

Continuo a dividere, e non a moltiplicare, pani e pesci. A non avere un piano perseguibile per salvare il mondo. 

Persevero con puntualità svizzera con le mie consolidate imperfezioni e mi ostino a non voler rifare il letto. A sbagliare la differenziata. A non saper bene accanto a chi stare.

In una sorta di “volontarismo” cosmico stamattina mi descrivo, in precario equilibrio sulla lama del “rasoio di Okham”. Un uomo sta dove si sente a suo agio. Io sto bene accanto a chi mi fa stare bene.

Il “sentirsi bene” è alla base di ogni mia scelta. Che sia un locale alla moda. Una spiaggia. Un cinema. Una persona. O una panchina all’ombra. 

Non che sia sbagliato, ma a volte stare bene mi basta. Non sento il bisogno di conoscere profondamente ciò che mi sta facendo stare bene.

La ricetta di quel piatto, o gli ingredienti. La forma di quella panchina, o il suo grado di robustezza. Il pentagramma di quella melodia che mi ha fatto chiudere gli occhi. 

La fisica di quel tramonto. O il volto di tutti gli ospiti e i dipendenti di quell’hotel a strapiombo sulla costiera amalfitana dove ho scelto di non sentirla più.

Non ho mai provato il bisogno di conoscerla a fondo una persona che mi ha fatto stare bene. Mi accontentavo di questa sua proprietà. Non pensavo che anche quella persona poteva ferirmi profondamente. 

Certo è una mia affermazione del tutto soggettiva e discutibile. Basata su una esperienza nemmeno troppo provata e sul mio essere rigorosamente logico. Quasi un teorema da accettare per assurdo.

Se una persona ci fa stare male è la giusta motivazione per allontanarsi. Ma stare bene insieme a una persona non è mai un motivo abbastanza valido per tenerla sempre accanto.”

Perché in tutto questo stare bene, l’altra, o altro, non c’entrano mai. Dipende solo e unicamente dalla nostra percezione di lei, o di lui. Dipende soltanto da come ci sentiamo noi dentro.

E “noi” non siamo una relazione, noi rappresentiamo soltanto noi stessi.

Per dirla alla Jep Gambardella, mi sono accorto che alla soglia dei 50 anni trovo difficile camminare per troppo tempo al fianco di qualcuno. Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo.

Andiamo a casa

24 settembre 2017

Jep si era appena aggiustato il risvolto della camicia. Sorseggiava da solo un Martini bianco. Continuava a guardarsi intorno. Sembrava irrequieto. 

Chiunque, osservandolo, avrebbe giudicato eccessivo l’interesse indirizzato a quegli improbabili personaggi che frequentano le pizzerie del centro. E poi a Roma le pizzerie sono tutte uguali. 

I tavolini quadrati. Le tendine a scacchi bianchi e rossi. Bizarre vetrofanie sulle finestre che danno sui vicoli. E l’immancabile buffet freddo, il più delle volte posizionato all’ingresso, con ammiccanti olive verdi, zucchine affogate nell’olio e fagioli borlotti col broncio. 

Jep un giorno mi aveva detto: “La noia di ordinare sempre la solita pizza è inferiore solo alla frustrazione di provare a scegliere ogni volta una pizza diversa. Gianlù, tutto tempo perso dai retta a me. Scelta una. È per sempre.”

I suoi denti intanto avevano già fatto la prima vittima. Patatine Amica Chips. Le stava torturando senza incertezze.

Alice si era seduta a pochi metri dal suo tavolo. Aveva un paio di occhi color nocciola, taglienti, ma stanchi. Apparentemente tristi.

Jep smise di masticare e le appoggiò addosso uno sguardo discreto. Educato. Profondo quel tanto che basta da riscoprire un’infinitesimale gradazione di verde nel disco dell’iride.

Cominciarono una serie di espressioni. Un sottobosco segreto di dettagli insondabili, intervallati da gesti rivelatori. Sembrava si conoscessero. 

Alice giocava con la forchetta. Pareva impegnata nel tentativo di soppesare un’arma. Come fanno quei personaggi di Martin Scorzese quando si preparano per un delitto da troppo tempo ponderato.

Poi si poggiò il tovagliolo sulle gambe. Come se quel gesto potesse scogliere i nodi di una coscienza troppo provata. 

Jep mascherava l’imbarazzo dei propri pensieri sorseggiando l’ultima goccia di Martini. Giocava a far rincorrere i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. Alla fine tentò di sorprenderla con un sorriso. 

Lei non ricambiò. Si raccolse il fazzoletto che aveva posato sulle ginocchia e lo ripose sgualcito sul tavolo. Un fantasma sconfitto. 

I geni dell’imbarazzo e del senso di inadeguatezza le gridavano dentro la testa. Era un frastuono silenzioso. Ma il rumore era tale da impedirle di formulare il più elementare dei pensieri. 

All’improvviso Alice perse il controllo della propria compostezza. Si fece scivolare contro lo schienale. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Le lasciò penzolanti nel vuoto. 

Jep allora cessò di giocare col bicchiere e scelse la strada più tortuosa. Scelse di andarsi a sedere proprio di fronte a lei.

Lui la guardava in silenzio. 

La guardava in silenzio, perché gli sembrava davvero bella.

Alice quella sera non gli disse: “Se continui ad aver paura, vuol dire che mi hai già perso.”

Jep quella sera non rispose: “Lo sai? Sono stanco di essere messo alla prova.”

Alice non replicò: “Smettila, io non ho bisogno di essere salvata. Questo non riesce a entrarti nella testa.”

E lui non ribattè: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. Io ora scendo da questa giostra. Scendi con me.”

Tutto quello che le parole di entrambi riuscirono a formulare fu: “Andiamo a casa.”

Caro Jep

14 marzo 2017

Caro Jep, è proprio vero. Si può anche rimanere intrappolati. In quello che facciamo abitualmente. In quello che siamo convinti di essere. 

Stasera, amico mio, avresti amato i colori di questa città. Roma non è una donna che si può comprare. E comunque, una donna che si può comprare, non vale mai la spesa. 

Un giorno vorrei confrontarmi con te sulla rabbia. Un sentimento che non ho mai capito. Non che possa affermare di conoscere bene gli altri, ma tra tutti la rabbia sembra dia garanzia di efficacia, di intelligenza, di laboriosità.

Mi arrabbio quando non amo lo stato delle cose. Quando le conseguenze hanno il potere di devastare la mia interiorità. Non so il motivo per cui te ne stia parlando. Forse perché anche tu, come me, sei famoso per le insonnie ostinate. Per i tuoi momenti di malinconia e per la tua rara propensione all’ottimismo troppo facile. 

Che non vuol dire essere necessariamente pessimisti. Ma solo privare di aspettative le cose intorno, prima abbiamo il potere di togliere senso a noi.

Mentre lo scrivo però ho già cambiato idea. Più invecchio e meno questa storia della rabbia mi convince. Forse la rabbia non è altro che il primo successo. Quello che una quotidianità sfavorevole può sempre vantarsi di aver avuto su di me. 

Caro Jep, adesso ti saluto. Ho stranamente sonno. Anche stanotte so che berrai molti drink, ma non molti da diventare troppo molesto. E quando mi alzerò domattina so già che te ne sarai appena andato dormire.

Piuttosto avevi ragione. “Alla fine finiamo per dare il meglio di noi proprio con gli sconosciuti.”


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: