Andare avanti ancora

Era il 16 novembre.

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia.

Alice aveva appena spento una sigaretta. Aveva annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo e forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita.

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto della palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli.

“È quella finestra in penombra”. Lo aveva scritto in un messaggio indirizzato chissà a chi. Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla. Sapeva però che a quell’uomo sarebbe bastato un indizio per capire.

Jep aspettava quel bip di notifica come si aspetta di entrare dal dentista. Si specchiava nel suo cellulare accarezzando con la lingua un punto preciso della bocca. Quello vicino alla guancia destra.

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Lui si era affezionato a quella donna con il taglio di capelli simile al suo. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli.

Le aveva massaggiato le spalle. Prestato la sua la mano. Le piacevano le sue battute sottovoce, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto si rileggeva una prepotente voglia di vivere.

Alice inviò un altro messaggio. “Sto tornando dentro” e si ridestò dal torpore. Riprese la stradina in salita che costeggiava lo stabile di fronte al parcheggio dirigendosi verso l’ingresso. Mentre il motore di una macchina si accendeva e tossiva.

Si erano fatte quasi le venti. Alice pensò di non essere mai stata così stanca. Ma non c’era un posto più tranquillo dove stare in quel momento che non fosse la mano di sua madre. Un posto dove non sarebbe più andato nessuno, perché per qualcuno quella notte sarebbe stata l’ultima notte del mondo.

Era il 16 novembre.

Jep decise di lasciare la macchina e prendere la stradina a destra. Quella che sfiorava la fontana. Quella più illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei e la crescente ansia di essere solo. E poi tante foglie bagnate.

Un passaggio melmoso e dannatamente umido appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. Poi vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza, che recitava “Anthea in fondo a destra”.

Jep fece ancora qualche decina di metri e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica.

Guardò ancora quella foto sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio la finestra del secondo piano.

Era il 16 di Novembre.

Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute.

Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti.

E fuori una notte polverosa e umida più che mai.

Alice sbandò con i pensieri, incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma fu solo per un attimo. Sorrise. Le raccontò del mare, degli scogli e di tutte le cose belle. Le sussurrò di non avere paura.

Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera.

Era il 16 di Novembre.

Jep rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Il gatto grigio che si era avvicinato sornione non gli faceva più compagnia, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo.

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia.

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava.

Più avanti un paio di gatti randagi lo osservavano diffidenti e rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena.

A un tratto vide un uomo uscire dalla palazzina quasi trascinato da una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini del piazzale.

Aveva un guinzaglio nella destra e lo sguardo immerso nella luce di un cellulare. Da quella distanza sembrava un fazzoletto bianco. L’uomo si voltò per salutare due donne. Un cenno. Una sola volta.

Era troppo distratto dal telefono per un gesto più teatrale, o per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi metri da loro.

Era il 16 di Novembre.

Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo di Alice. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere. L’anziana donna aveva chiuso le palpebre.

Un’ora prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo lungo la via che portava a un letto caldo. Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità.

I mulinelli di foglie erano stati un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. Avrebbe voluto dirle almeno un “arrivederci”. Intanto un raggio di luna improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità.

Era il 16 di Novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. Alice si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole.

“Non c’è più”, gli aveva scritto. Ora è da qualche altra parte. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini”.

Era il 17 di Novembre.

Iniziò ad albeggiare. Il sole irradiava le facciate umide dei palazzi, i rami degli alberi e i tetti delle case oltre il raccordo. Jep palpeggiava lo schermo di un cellulare.

“Stamattina ho capito per la prima volta l’amore vero e ho qualcosa da dirti. Avrei voluto regalarti sogni più confortevoli, qualche consolante allucinazione. Ora, a guardarti da qui, con l’anima in ginocchio accanto alla tua, mi viene quasi da vivere.

Ti guardo resistere e cedere a emozioni di cui non si riconosce il senso. A paure di cui non distingui il sapore. Con le mani che cercano e non trovano. Il tempo sfugge tra le dita, ti dipinge la faccia con espressioni a cui non sai dare un nome.

Così mi siedo sul letto e scrivo le ultime frasi di questa maledetta giornata. Piego la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. Raccolgo le parole come un coltello da terra per fare strage delle paure intorno.

Avrei voglia di fumare con te, ma mi manca da accendere. Avrei voglia di abbracciarti e tenerti al sicuro dal freddo delle emozioni sbagliate, ma sono lontano anni luce.

Ti ho voluto un bene assurdo. E ti ho anche odiata, lo ammetto. Ti ho donato ogni possibile emozione. Praticamente tutte.

Spero porterai la tua vita in acque sicure.

Nell’altro, ma anche in questo universo troverai sempre qualcuno che ti ama e che si prenderà cura di te.”

——————————–

È novembre, di qualche anno più in là.

Forse ho ancora qualcosa da dirti e non sono cose che ti ho già scritto.

Ogni tanto ti penso e forse una cosa l’ho imparata. Quando il vento è contrario bisogna ammainare le vele e sfidare lo stesso il mare anche con la tempesta. Inutile insistere. Inutile andare contro la realtà.

Bisogna capire che non serve lasciarsi andare alla paura. Che occorre stringere il timone senza lasciarlo mai. Nemmeno per un istante.

Si possono maledire i cieli quando le nubi arrivano a sbarrarti la strada. Insultare il vento che ti strappa le vele. Si può scegliere di piangere accecati dalla pioggia battente, o pregare che arrivi un qualche Dio a regalarti un raggio di sole.

Ma non si può perdere la ragione. Quello mai. Va stretto forte il timone e vanno gridate al vento la rabbia, l’amore, la gioia, il dolore e la voglia di andare avanti comunque. Di andare avanti ancora.

7 Risposte to “Andare avanti ancora”

  1. alemarcotti Says:

    Bellissimo… Mi piace come scrivi😊

    Piace a 1 persona

  2. francescarugna90 Says:

    Complimenti stupendo racconto ☺

    Piace a 1 persona

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