Archive for gennaio 2012

Senza paure

24 gennaio 2012

Il rischio che a volte si corre è ridurre la felicità ad una mera apparenza, al sembrare sempre migliori e più felici di quello che in realtà si è.
Meglio patire decine di disillusioni e ripartire da zero, piuttosto che confondere e confondersi, perché l’unica felicità possibile sta proprio nella ricerca stessa dei nostri momenti felici.
Saggiamente.
Correttamente.
Cercando solo di non farsi contagiare dalla paura di non poterlo essere mai.

Il sogno di Pupi

15 gennaio 2012

Leg­gende, sto­rie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patri­mo­nio cul­tu­rale di ogni popo­la­zione e non sono poi così lon­tane da quella verità che solo i bimbi sognano di descri­vere.

Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Uno di quelli che si vincono al carosello della domenica lanciando una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere di vetro.

Certo. Anche io ero stato il premio destinato a un uomo di qualità, uno di quelli che ci erano riusciti. Era il giorno della festa d’,inizio estate in un luogo che tutti dicono di chiamarsi, Sabaudia. Lo so, il mio nome è chia­ra­mente frutto della fan­ta­sia, ma pre­fe­ri­rei rima­nere nell’anonimato almeno fino al ter­mine di que­sta sto­ria.

Per molto tempo sono rima­sto appar­tato e in silen­zio, ma credo sia arri­vato final­mente il momento che il mondo venga a cono­scenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e dall’alto della sua cabina, il coman­dante Pie­tro Cala­mai stava con­tem­plando la miste­riosa volta cele­ste del cielo illu­mi­nata solo a tratti dal bagliore inter­mit­tente del faro di Nan­tuc­ket.

Il suo tran­sa­tlan­tico avan­zava ad una velo­cità costante di 21 nodi. Il nome scritto a carat­teri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.

All’epoca vivevo in una coppa di cri­stallo ben anco­rata sulla scri­va­nia della cabina e tra­scor­revo le mie gior­nate in balia di colo­rati sogni e alie­nante riposo.

Ero il pesce rosso del coman­date e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto sol­care i mari e osser­vare il mondo da un punto di vista che nes­sun essere di quelli appar­te­nenti alla mia spe­cie avrebbe mai potuto van­tarsi di avere.

Mi sen­tivo spe­ciale.

In fondo era una delle tante notti in cui una grande nave attra­ver­sava gli oceani e io da gio­vane pescio­lino sognavo come sem­pre che la mia fama di nuo­ta­tore e di scru­ta­tore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a dispo­si­zione del mio comandante.
Igno­ravo che di lì a poco si sarebbe con­su­mata la seconda più grande tra­ge­dia di mare dopo quella che aveva visto pro­ta­go­ni­sta un enorme blocco di ghiac­cio e la nave più sicura del mondo, il Tita­nic.

Alle 22,45 il mio coman­date saltò in piedi dalla sua branda per rispon­dere a una chia­mata della sala comandi. Il radar aveva segna­lato una nave che avan­zava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.

Le imbar­ca­zioni si sareb­bero scon­trate. Vidi Cala­mai ordi­nare di acco­stare di quat­tro gradi a sud, cioè di spo­starsi verso sini­stra, in modo da aumen­tare la distanza. Ma, di lì a poco, com­presi che non sarebbe ser­vito a nulla.

Una rom­pi­ghiac­cio sve­dese al comando del ven­ti­seienne Cartens-​Johannsen, sosti­tuto di un coman­dante che in quel momento stava ripo­sando, entrò in col­li­sione con la nostra nave con un angolo di quasi 90 gradi e fu una prua rin­for­zata in acciaio a squar­ciare la fian­cata per quasi tutta la sua lun­ghezza.

Il rumore delle sirene di allarme attra­versò prima l’aria, poi il vetro e l’acqua per giun­gere alle mie pic­cole bran­chie rosse. In seguito fu il turno dello stri­dio delle lamiere con­torte e delle grida degli oltre mille pas­seg­geri.

L’impatto deva­stò molte para­tie sta­gne e per­forò cin­que depo­siti com­bu­sti­bile. Il nostro fan­ta­stico tran­sa­tlan­tico comin­ciò a imbar­care acqua di mare, nell’ordine di circa 5 ton­nel­late al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi ras­se­gnan­dosi al suo destino irre­ver­si­bile.
Quel giorno il mio coman­dante pianse. Mi cercò attra­verso la tra­spa­renza delle sue lacrime tro­van­domi die­tro al vetro della mia solita coppa di cri­stallo. E fu lì che per la prima volta, mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”

Poi, aperto un oblò, gettò la coppa di cri­stallo in mare.

Si trattò di una lunga e inu­tile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Con­fusi il senso di morte, scam­bian­dolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce vinto a una festa di paese. Non emersi mai più.

Qual­cuno sostiene che i pesci d’acqua dolce pos­sono soprav­vi­vere anche in oceano aperto e che addi­rit­tura riescano a tor­nare in terra quando fra gli uomini non c’è più nes­suno che sof­fre per dolore o per ingiu­sti­zie.

Altri invece sosten­gono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un mira­colo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto que­sto, ma ci credo ciecamente.

Mi chiamo Linda Mor­gan e il 25 luglio dell’anno 1956 occu­pavo la cabina numero 52, che fu la prima col­pita dalla prua di un rom­pi­ghiac­cio sve­dese. Venni sbal­zata dal mio letto ritro­van­domi sul ponte di un’altra nave. Scam­biai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuo­tare via.

Oggi ho 74 anni, vivo a Sabaudia e i miei figli mi chia­mano scher­zo­sa­mente “Pupi”.

Il nulla.

14 gennaio 2012

Credo che in ogni vita, un eccesso di vita non sia mai una colpa. E non perchè una esistenza abbia necessariamente bisogno delle sue stegolatezze per essere vissuta, ma perchè una vita privata dei suoi eccessi, avrebbe un suo modo diverso di trasformarsi in vita e finirebbe con l’essere meno vita della vita che ambisce di essere.
Come in un libro in cui si va avanti a leggere e più non ci si rende conto di chi sia il personaggio principale.
Passatemi il gioco di parole, in fondo è solo un gioco.

In ogni vita c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. Un personaggio. E potresti essere tu che leggi, oppure io che scrivo o magari una donna che perde un treno o che fatica a parcheggiare la macchina. Cosa volete che cambi?
Chiunque andrebbe bene e chiunque non sarebbe allo stesso tempo adatto ad interpretare il ruolo, perchè senza eccessi non ci sarebbe nemmeno un ruolo da interpretare. Nessuna storia. Nessuna distinzione tra una vita e l’altra.

Alla fine di questo libro nessuno avrà raggiunto alcun obiettivo, nessuno sarà andato in alcun luogo sognato, nessuno avrà mai lottato per il suo sogno o capriccio, nessuno sarà mai caduto al tappeto e tornato a combattere. Nessuno avrà mai raggiunto la sua piccola Itaca, nessuno avrà salvato il suo castello, baciato la sua principessa o raccolto un quadrifoglio.
Nessuno avrà mai affrontato la sua nemesi o preso in considerazione l’ipotesi di lottare, vincere o farsi trafiggere eroicamente e perdere.

Tutta questa latenza di emozioni io la chiamo “nulla”.
Quel libro senza pagine che non ha bisogno di protagonisti. Quella irraccontabile storia che puó continuare tranquillamente a fare a meno di noi in questa ed in tutte le altre vite a venire.

Conosco persone

11 gennaio 2012


Conosco persone in grado di muovere un dito solo per il proprio rendiconto personale. Uomini che non fanno niente per niente. Falsi benefattori con il vizio della contabilità anche quando si tratta di sentimenti. Li vedi che fingono ed a volte stenti a riconoscerli, ma il loro modo di essere è quel bluff che alla fine viene sempre scoperto.

Conosco persone prudenti e troppo affezionate ai propri diritti acquisiti tanto da ridursi a vivere evitando ogni possibile decisione ed ogni conseguenza che possa, in qualche modo, cambiargli la vita. Uomini impegnati non a vivere, ma a gestire quel poco di potere raggiunto o la propria misera posizione. Personaggi anonimi che parlano e ridono col contagocce. In fondo meno ci si espone e più facilmente si evitano rischi inutili, anche negli affetti.
Poi conosco alcune persone che credono di essere sempre più furbe ed intelligenti degli altri. Uomini in grado di vivere in equilibrio sulle proprie bugie credendo di non scivolare mai. Imbonitori che cercano sempre di vendertela giusta e che per un po’ magari ci riescono, ma è un gioco a carte scoperte che alla fine diventa palese. E’ solo questione di tempo.

Conosco brave persone e gente onesta, uomini che in modo diverso si sbattono e combattono ogni giorno per fare correttamente il proprio lavoro. Sono i supereroi della quotidianità, sempre in grado di tendere una mano con entusiasmo. Sempre pronti a lanciarsi con il cuore oltre l’ultimo ostacolo.

E poi conosco gente semplice. Uomini buoni al limite dell’ingenuità, persone come mia madre, che dice sempre ció che pensa e che fa sempre ció che dice, spesso incurante delle conseguenze ed in grado di sorridere comunque su tutto. Sono personaggi storicamente considerati perdenti, ma io devo, voglio e posso pensare che non sia davvero così.
A volte la franchezza, la trasparenza, l’entusiasmo, l’ironia e un pizzico di sana ingenuità, valgono quanto il raro talento di un uomo.
Ti voglio bene mamma!

Imperfetti, ma sinceri.

4 gennaio 2012

Non credo nella perfezione e nelle persone senza difetti. Tutti ne abbiamo, tutti siamo in qualche modo, fallibili. E se mostro su un social network ció che sono e ció che provo è solo perchè sento il bisogno di un’enorme mole di sincerità e trasparenza.
Sarò un ingenuo, ma forse l’unica strada per infrangere la corazza di diffidenza e rabbia che ci sta soffocando è quella di raccontarsi. Non apparire, ma essere. Magari imperfetti, ma sinceri. Buon 4 gennaio!


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