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Andare avanti ancora

17 novembre 2018

Era il 16 novembre.

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia.

Alice aveva appena spento una sigaretta. Aveva annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo e forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita.

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto della palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli.

“È quella finestra in penombra”. Lo aveva scritto in un messaggio indirizzato chissà a chi. Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla. Sapeva però che gli sarebbe bastato un indizio per farlo.

Jep aspettava quel bip di notifica come si aspetta di entrare dal dentista. Si specchiava nel suo cellulare accarezzando con la lingua un punto preciso della bocca. Quello vicino alla guancia destra.

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Lui si era affezionato a quella donna con il taglio di capelli simile al suo. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli.

Le aveva massaggiato le spalle. Prestato la sua la mano. Le piacevano le sue battute sottovoce, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto si rileggeva una prepotente voglia di vivere.

Alice inviò un altro messaggio. “Sto tornando dentro” e si ridestò dal torpore. Riprese la stradina in salita che costeggiava lo stabile di fronte al parcheggio dirigendosi verso l’ingresso. Mentre il motore di una macchina si accendeva e tossiva.

Si erano fatte quasi le venti. Alice pensò di non essere mai stata così stanca. Ma non c’era un posto più tranquillo dove stare in quel momento che non fosse la mano di sua madre. Un posto dove non sarebbe più andato nessuno, perché per qualcuno quella notte sarebbe stata l’ultima notte del mondo.

Era il 16 novembre.

Jep decise di lasciare la macchina e prendere la stradina a destra. Quella che sfiorava la fontana. Quella più illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei e la crescente ansia di essere solo. E poi tante foglie bagnate.

Un passaggio melmoso e dannatamente umido appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. Poi vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza, che recitava “Anthea in fondo a destra”.

Jep fece ancora qualche decina di metri e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica.

Guardò ancora quella foto sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio la finestra del secondo piano.

Era il 16 di Novembre.

Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute.

Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti.

E fuori una notte polverosa e umida più che mai.

Alice sbandò con i pensieri, incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma fu solo per un attimo. Sorrise. Le raccontò del mare, degli scogli e di tutte le cose belle. Le sussurrò di non avere paura.

Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera.

Era il 16 di Novembre.

Jep rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Il gatto grigio che si era avvicinato sornione non gli faceva più compagnia, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo.

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia.

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava.

Più avanti un paio di gatti randagi lo osservavano diffidenti e rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena.

A un tratto vide un uomo uscire dalla palazzina quasi trascinato da una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini del piazzale.

Aveva un guinzaglio nella destra e lo sguardo immerso nella luce di un cellulare. Da quella distanza sembrava un fazzoletto bianco. L’uomo si voltò per salutare due donne. Un cenno. Una sola volta.

Era troppo distratto dal telefono per un gesto più teatrale, o per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi metri da loro.

Era il 16 di Novembre.

Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo di Alice. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere. L’anziana donna aveva chiuso le palpebre.

Un’ora prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo lungo la via che portava a un letto caldo. Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità.

I mulinelli di foglie erano stati un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. Avrebbe voluto dirle almeno un “arrivederci”. Intanto un raggio di luna improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità.

Era il 16 di Novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. Alice si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole.

“Non c’è più”, gli aveva scritto. Ora è da qualche altra parte. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini”.

Era il 17 di Novembre.

Iniziò ad albeggiare. Il sole irradiava le facciate umide dei palazzi, i rami degli alberi e i tetti delle case oltre il raccordo. Jep palpeggiava lo schermo di un cellulare.

“Stamattina ho capito per la prima volta l’amore vero e ho qualcosa da dirti. Avrei voluto regalarti sogni più confortevoli, qualche consolante allucinazione. Ora, a guardarti da qui, con l’anima in ginocchio accanto alla tua, mi viene quasi da vivere.

Ti guardo resistere e cedere a emozioni di cui non si riconosce il senso. A paure di cui non distingui il sapore. Con le mani che cercano e non trovano. Il tempo sfugge tra le dita, ti dipinge la faccia con espressioni a cui non sai dare un nome.

Così mi siedo sul letto e scrivo le ultime frasi di questa maledetta giornata. Piego la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. Raccolgo le parole come un coltello da terra per fare strage delle paure intorno.

Avrei voglia di fumare con te, ma mi manca da accendere. Avrei voglia di abbracciarti e tenerti al sicuro dal freddo delle emozioni sbagliate, ma sono lontano anni luce.

Ti ho voluto un bene assurdo. E ti ho anche odiata, lo ammetto. Ti ho donato ogni possibile emozione. Praticamente tutte.

Spero porterai la tua vita in acque sicure.

Nell’altro, ma anche in questo universo troverai sempre qualcuno che ti ama e che si prenderà cura di te.”

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È novembre, di qualche anno più in là.

E forse ho ancora qualcosa da dirti, non sono cose che ti ho già scritto.

Ogni tanto ti penso. E forse una cosa l’ho imparata. Quando il vento è contrario bisogna ammainare le vele e sfidare lo stesso il mare anche con la tempesta.

Senza lasciarsi andare alla paura. Senza mollare il timone. Mai, nemmeno per un istante.

Si possono maledire i cieli quando le nubi arrivano a sbarrarti la strada. Insultare il vento che ti strappa le vele. Si può scegliere di piangere accecati dalla pioggia battente, o pregare che arrivi un qualche Dio a regalarti un raggio di sole.

Ma non si può mollare il timone. Quello mai. Va stretto forte e vanno gridate al vento la rabbia, l’amore, la gioia, il dolore e la voglia di andare avanti comunque. Di andare avanti ancora.

#in ogni luogo e a tutte le ore

11 novembre 2018

L’alba ha appena fatto capolino e io passeggio con gli occhi stanchi. Ho dormito un’ora e mezza. L’ultimo sonno degno di chiamarsi tale risale a qualche decina di gradi fa, ma non credo che questa insonnia sia solo da attribuire al caldo di questi giorni.

Il litorale di Ostia è spettacolare nella sua disarmante desolazione mattutina.

Stabilimenti deserti, niente ombrelloni silenziosi, niente pile di lettini accatastati, solo cabine serrate e infestate da ricordi d’infanzia. Saltello per evitare un frammento di medusa spiaggiata e per un istante lo confondo col mio cuore, ma è solo un attimo. Un granello di sabbia.

Cammino piano, dondolando i passi.

Perdo un sacco di tempo, perché penso. In alcuni momenti sembra un grandissimo errore pensare al tempo come a qualcosa che scorre. Il tempo è una forma. Il tempo è sabbia e qui di sabbia ce ne è da buttare. Questa spiaggia sembra una enorme clessidra che prende forma sotto ai miei piedi e io l’intruso di turno che se ne sbatte.

Il lungomare di Ostia esiste da sempre. Tante cose sono cambiate dallo sbarco di Enea, eccetto la sabbia. La sabbia no. La sabbia sta con quello che viene. Sta qui, era ieri, è ora e sarà domani.

Dove sono finiti invece tutti i giorni delle certezze? I momenti del fare, del prendere, del diventare? E chi si è preso anche gli altri? Quelli nei quali l’amarezza del “non esserci riuscito” sembrava così devastante e totale?

Cercare qualcosa, o rimpiangerla non fa differenza, non ce l’hai. E stamattina mi sento come se il mio “qualcosa” si fosse perso in mezzo a tutta questa sabbia.

Alla fine ho solo due braccia, due occhi, due orecchie e due gambe. Sono limitato nel cercare e intorno c’è troppo mondo che si muove, persino la vita in questi stabilimenti semi deserti in fondo si muove. La coda alla domenica mattina per un metro quadrato di ombra, si muove.

Credo che una delle forme più alte di coraggio sia domandare alla vita e rimanere in ascolto pronto ad accettare qualsiasi tipo risposta. A prenderla sul serio, intendo.

Che forma ho? Che cosa sto diventando? Ho paura del tempo che passa? Quando me lo chiedo mi accorgo che non bisogna opporre resistenza. Ieri una persona a cui tengo voleva per forza girare a destra e io le intimavo di andare dritto.

Sbagliavo!

Le curve si devono fare, perché se tiri sempre dritto non vedi tutte le prospettive che la vita ha preparato per te.

Tutto quello che è venuto al mondo con me stamattina si trova qui, su questa spiaggia. Tutto questo non può essere altro che un punto del mio percorso.

Quando sono con me stesso nessun momento è da buttare, nemmeno il tempo passato a passeggiare solo, in un apparente deserto, come il personaggio di un film che non ha ancora guardato nessuno.

Le insegne accese mi accompagnano al bancone di un bar e il mio tempo cambia di nuovo forma. Poche parole e mi ritrovo nel pieno di una storia pericolosa e bellissima. C’è un solo cornetto con la nutella e siamo in tre ad ascoltare il suo richiamo. Non ci sono più i pensieri, la spiaggia, le mie paure, il tempo che passa, gli ombrelloni e l’immagine di me.

Quel cornetto è un sorriso da prendere al volo prima che qualcuno lo faccia al posto mio. Allungo la mano, lo porto alla bocca, poi mi affaccio e guardo le case di questo lungomare che non riesco a non trovare brutto. E a un tratto la vita risponde.

“Ogni istante può essere un posto bellissimo. In ogni luogo e a tutte le ore.”

Prova ad accendermi

9 novembre 2018

Jep aveva incontrato quella ragazza a Madrid, durante una visita al Prado.

Lei era intenta ad osservare “Il Giardino delle Delizie” di Bosh, un capolavoro realizzato su ante di legno. Da un lato la creazione del mondo. Dall’altro la visione dell’artista del paradiso e dell’inferno.

Jep considerava l’arte noiosa. “Un quadro è sempre in contraddizione con il mondo che lo circonda” diceva. E poi era difficile immaginare qualcosa di più interessante di un profilo di ragazza immobile di fronte a una qualsiasi tela appesa.

Jep diceva che “le donne belle sono ovunque”, ma che “solo all’interno di un museo una donna bella diventa anche interessante”. Quel giorno Jep osservó la bellezza dell’opera di Bosh riflessa nello sguardo di una persona incantevole.

Alice. Si chiamava Alice. E moltissimi sguardi dopo, quegli occhi sarebbero diventati il baricentro di tutto, ma anche la fonte di innumerevoli incertezze.

Dubbi dal sapore barcollante. Qualcosa di simile a una brutta sbronza notturna. Una serata brava trascorsa a rotolarsi da lungotevere ai giardini di castel sant’angelo. Abbandonato e confuso sotto l’occhio curiosi dei gabbiani gracchianti.

“Dammi da accendere”, gli aveva chiesto Alice. “Oppure prova a accendermi.”

#tiraci fuori di qui

8 novembre 2018

Certe notti i ricordi si perdono come la Nutella, quando ti sfugge via da un cornetto appena addentato.

Certe notti non servono piani di fuga perfetti per evadere. Si scappa e basta.

Certe notti non esistono stelle e la terra torna a essere piatta come una mappa. Un posto dove si può soltanto cadere oltre i bordi per non guardare il mondo. E pensare che basterebbe soltanto un parapetto.

Certe notti i cellulari chiamano da soli. A volte numeri che non ti sogneresti mai di digitare e che comunque non rispondono.

Certe notti, se non chiudessi gli occhi, sarebbe sempre oggi.

Certe notti nemmeno le gemelle di Shining si fermerebbero a bere un gin tonic con me.

Certe notti il bambino dentro si rifiuta di stare seduto sul sedile posteriore. Vorrebbe guidare. E io alla fine, lo lascio fare.

Certe notti se le parole fossero porte, i silenzi sarebbero serrature a doppia mandata.

Prendo un libro di Foster Wallace. “La ragazza dai capelli strani”. Leggo venti pagine e mi accorgo di aver sbagliato tutto. Così torno indietro di 5 pagine. Sospiro. Giro pagina. Sorrido. Poi stupore. Incomprensione.

Mi comporto come se quello che ho in mano fosse un luogo da raggiungere. Rileggo pagine. Traccio rotte.

Certe notti ho gli occhi talmente annuvolati che alla fine ci piove dentro. E ascolto le parole in gola. Quelle che non ho ancora pronunciato. Le sento gridare impaurite:”Ti prego. Ti scongiuro. Adesso tiraci fuori di qui. ”

#undicesimo piccolo indiano

2 novembre 2018

Una porta che sbatte. Un caffè che si fredda. Il tempo preso a calci, lanciato come una monetina nel pozzo. E alla fine tutto rimane fisso davanti agli occhi. Giusto al di là di un parabrezza. A volte appannato dai sospiri. Altre volte accarezzato dalle minuscole facce imbronciate di una pioggia poco convinta e scura.

In fondo somigliamo a quei tergicristalli che si rincorrono senza sosta. Ostinati e presuntuosi. Testardi e permalosi. Inutili come lancette dell’orologio di un campanile che segna da un secolo la stessa ora. Sembra strano, ma non tutte le notti sono fatte per dormire.

Questa non lo è. Questa sembra nata per ricordare i momenti e le persone che non ci sono più. Le cose perdute. I volti e le voci. Questa sembra fatta a posta per ripercorrere i nomi di chi ti è sempre e comunque vicino, fino a chiuderti gli occhi. Con i pensieri appoggiati nella penombra del corridoio di un ospedale.

Potrei tentare di scriverli tutti. Umberto, Anna, Guido, Francesca, Fabrizio, Salviano, Alexei, Sonia, Roberto, Anna, Roberta, Ilde, Fernando, Giacinta, Gesualdo, Bernardina, Annamaria, Alessandro, Lucia, Maurizio, Giorgia, Giuseppe, Maria Dora, Massimo, Stefania, Stefano, Marina, Barbara, Emanuela, Isabella, Carla, Tonino, Elisabetta, Gabriele, Tiziano, Francesca, Giovanni, Ylenia, Eleonora, Michela, Gianluca, Massimiliano, Luca, Alex, Pino, Cristian, Roberta, Riccardo, Enrica, Marco, Nello, Gianmarco, Silvia, Amedeo, Francesco, Alberto, Alexandra, Cinzia, Sara, Deborah, Mirella, Adelina, Ida, Andrea, Giorgia, Luisa, Luca, Davide, Cristina, Andrea, Cristina, Lorenzo, Gioele, Luca, Pierpaolo, Stefania, Marco, Piero, Eugenio, Simon, Valentina, Chiara, Luca, Lucrezia, Daniela, Monica, Max… e poi?

Come faccio a ricordare tutti senza aprire una bottiglia di birra? Si stappa. Si alza il calice. È così che si ricorda. Alzandolo per brindare a qualunque cosa del passato e di questa giornata. A quel pensiero che mi attraversa da parte a parte. Senza bussare. Al meraviglioso disegno di mia figlia. Agli impegni da regalare a mio padre.

C’è ancora da guardare la Roma in champions. C’è il prato da tagliare. Ci sono le multe dell’auto ancora da pagare. E poi l’appuntamento dal commercialista, dal dentista, dall’avvocato. E gli ho promesso di perdere peso. Questa pagina non è altro che l’anticamera di un sogno. È l’undicesimo piccolo indiano. È arsenico, ricordi e vecchi merletti. È polvere sui libri di scuola da soffiare via.


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