Insuperabili frittate

Scrivo troppo. Scrivo più di prima e mi illudo che scrivere tanto aiuti a non pensare. Cazzate. C’è sempre una profondità di pensiero in tutto ciò che faccio. Quando soffriggo il guanciale per la carbonara. Quando scelgo un regalo per una persona importante. O assaggio la famigerata frittata con le patate di mia madre. 

Quando riemergo dopo un tuffo in piscina. Quando bevo direttamente alla fontanella dopo una lunga corsa. Oppure quando rimango minuti interminabili a osservare inebetito un sorriso. Un quadro. O le ultime luci del solito tramonto al Singita. Figuriamoci cosa può succedere quando scrivo. 

Comincio a immaginare le cose in modo polarizzato. Come se il tempo e lo spazio si trasformassero da avversari irriducibili a complici ammiccanti. 
Ecco. Adesso dovrebbe essere il momento in cui la mia scrittura diventa malinconica, o quanto meno sentimentale. Ma non posso certo darla vinta a certe amicizie.

È vero. Quello che so l’ho imparato sbagliando, non certo scrivendo. Magari poi l’ho raccontato in un secondo momento. È che non è necessario per forza sbagliare sempre per scrivere qualcosa di umanamente sensato. 

Allora eccomi qui, tutto preso a non dire, ma a lasciare intendere. A scrivere senza spiegare. Il mio spirito guida è l’ossimoro e il mantra è l’attrazione magnetica. Notoriamente più forte della repulsione. 

Se due poli opposti si attraggono, ciascun magnete favorisce il parallelismo. Entrambi i magneti diventano così un po’ più potenti.

Se però di due poli magnetici si respingono, ciascun magnete va a disturbare l’orientamento parallelo dell’altro. Ed entrambi i magneti si ritrovano a essere più deboli. Invece se li si allontana sufficientemente l’uno dall’altro, allora riprendono il loro ordine originario. E insieme all’ordine riacquistano tutta la loro potenza.

Insomma, “attrazione repulsiva” sembrerebbe l’ossimoro del giorno. L’ho detto. Scrivo troppo. E probabilmente non leggo abbastanza. O meglio, accade con meno frequenza e senza la necessaria attenzione. Senza buoni propositi. E non lo so se da tutto questo ne otterrò mai una saggezza qualificata.  

In questi giorni ho tra le mani  “1Q84” di Haruki Murakami e “Cosmopolis” di Don DeLillo. Poi ascolto i Muse a denti stretti. In modo ripetitivo e confuso. Caotico. Con quella infantile consapevolezza di non poterne uscire fuori senza aver incasinato di più il tutto.

Non c’è nessuna filosofia in questo. Nessuna elevazione culturale. Niente sentimenti e spiritualità. Solo una rinnovata consapevolezza del senso di “tempo che passa”. E di quella sua spietata capacità di lasciare il segno con precisione chirurgica. Che sommata al mio devastante “non poterci fare nulla” rende più credibile il tutto.

Ok. Il cerchio credo di averlo finalmente chiuso prima di partire e con una discreta precisione. Nemmeno si trattasse del pomello del gas. Eppure non ho detto assolutamente nulla. Magari ho solo lasciato intendere molto. Ad esempio che la frittata di mia madre è insuperabile.

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