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Insuperabili frittate

10 ottobre 2016

Scrivo troppo. Scrivo più di prima e mi illudo che scrivere tanto aiuti a non pensare. Cazzate. C’è sempre una profondità di pensiero in tutto ciò che faccio. Quando soffriggo il guanciale per la carbonara. Quando scelgo un regalo per una persona importante. O assaggio la famigerata frittata con le patate di mia madre. 

Quando riemergo dopo un tuffo in piscina. Quando bevo direttamente alla fontanella dopo una lunga corsa. Oppure quando rimango minuti interminabili a osservare inebetito un sorriso. Un quadro. O le ultime luci del solito tramonto al Singita. Figuriamoci cosa può succedere quando scrivo. 

Comincio a immaginare le cose in modo polarizzato. Come se il tempo e lo spazio si trasformassero da avversari irriducibili a complici ammiccanti. 
Ecco. Adesso dovrebbe essere il momento in cui la mia scrittura diventa malinconica, o quanto meno sentimentale. Ma non posso certo darla vinta a certe amicizie.

È vero. Quello che so l’ho imparato sbagliando, non certo scrivendo. Magari poi l’ho raccontato in un secondo momento. È che non è necessario per forza sbagliare sempre per scrivere qualcosa di umanamente sensato. 

Allora eccomi qui, tutto preso a non dire, ma a lasciare intendere. A scrivere senza spiegare. Il mio spirito guida è l’ossimoro e il mantra è l’attrazione magnetica. Notoriamente più forte della repulsione. 

Se due poli opposti si attraggono, ciascun magnete favorisce il parallelismo. Entrambi i magneti diventano così un po’ più potenti.

Se però di due poli magnetici si respingono, ciascun magnete va a disturbare l’orientamento parallelo dell’altro. Ed entrambi i magneti si ritrovano a essere più deboli. Invece se li si allontana sufficientemente l’uno dall’altro, allora riprendono il loro ordine originario. E insieme all’ordine riacquistano tutta la loro potenza.

Insomma, “attrazione repulsiva” sembrerebbe l’ossimoro del giorno. L’ho detto. Scrivo troppo. E probabilmente non leggo abbastanza. O meglio, accade con meno frequenza e senza la necessaria attenzione. Senza buoni propositi. E non lo so se da tutto questo ne otterrò mai una saggezza qualificata.  

In questi giorni ho tra le mani  “1Q84” di Haruki Murakami e “Cosmopolis” di Don DeLillo. Poi ascolto i Muse a denti stretti. In modo ripetitivo e confuso. Caotico. Con quella infantile consapevolezza di non poterne uscire fuori senza aver incasinato di più il tutto.

Non c’è nessuna filosofia in questo. Nessuna elevazione culturale. Niente sentimenti e spiritualità. Solo una rinnovata consapevolezza del senso di “tempo che passa”. E di quella sua spietata capacità di lasciare il segno con precisione chirurgica. Che sommata al mio devastante “non poterci fare nulla” rende più credibile il tutto.

Ok. Il cerchio credo di averlo finalmente chiuso prima di partire e con una discreta precisione. Nemmeno si trattasse del pomello del gas. Eppure non ho detto assolutamente nulla. Magari ho solo lasciato intendere molto. Ad esempio che la frittata di mia madre è insuperabile.

Genialità 

10 ottobre 2016

Grandi verità 

10 ottobre 2016

“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive. Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.”

“Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.”

“Non innamorarti di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro, o che non sa vivere senza la musica.”

“Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.”

“Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.”

“Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.”

“Mai.”

(Martha Rivera Garrido)

 
…e aggiungerei che se sa anche cucinare, è davvero la fine. 

Le cose giuste

10 ottobre 2016

Ho sempre avuto questa cosa di essere empirico, ma con la giusta moderazione. Di essere imperfetto, ma con parsimonia. E quindi? Quindi niente.  

In fondo alle volte trovo costruttivo pensare di fare parte del paesaggio. In quella realtà che a tratti può sembrare anche bidimensionale. Perché bidimensionale è il vetro del finestrino. Lo spazio finito all’interno del quale vedo sfrecciare via il mondo. Giusto il tempo che può metterci il treno a inquadrare la quotidianità. 

Nessuna estrusione. Niente intrusioni. Solo origami di verde tenuti insieme da un impercettibile filo elettrico che corre lungo quel paesaggio da sempre. La terza dimensione in quei momenti diventa la nostra capacità di riflessione. Tutti i ricordi. Le altre immagini che scorrono, si ma dentro. 

Ieri ho visto un film documentario ambientato su una piattaforma petrolifera della BP, “Deepwater”. Uno di quei film che producono per denunciare fatti accaduti. Persone impunite. Un po’ come lo sono stati “Il caso Spotlight”, per lo scandalo dei preti pedofili in America e “Margin Call”, con il fallimento della Enron. 

Sul film poco da dire. Quasi nulla. Eccetto una frase che mi è rimasta dentro. Prima che il pozzo petrolifero collassi, la scena in cui Mark Wahlberg spiega a John Malkovich che non si possono saltare i test di verifica con la sola speranza che tutto vada comunque bene. 

“Io andavo con mio fratello a pesca. Pesci gatto. Si prendono con le mani. Cercavamo le tane per infilare dentro il braccio. Farci addentare e tirarli fuori. Ma noi eravamo preparati per questo. Avevamo guanti adatti. Esperienza. E sapevamo sempre cosa fare. La speranza non è mai una tattica.”

E così che improvvisamente il paesaggio ha smesso di correre sul finestrino. Niente stazioni. Alla mente interessava comprendere quanto spazio c’è ancora, da qualche parte nella testa, per coniugare altri verbi. Cose come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere. 

Non che non ce ne sia anche per altre cose. È solo che serve fare un’attenzione chirurgica nella vita per non appoggiarsi sempre e solo alla speranza, per fare le cose giuste.