Mi dispiace davvero

No. Non c’è alcuna traccia della pioggia prevista. Ma in fondo chi può credere alla pioggia nel deserto. Il caldo invece non manca mai. Il caldo cambia il riflesso delle persone. Sfuma i dettagli e i movimenti di tutti. 

Al Wallgreen sul boulevard i clienti si muovono più rigidi. Quasi imbalsamati da quel compulsivo desiderio che ogni americano ha di mettersi in fila. Come ne vedono una, impazziscono. Devono assolutamente partecipare. E stamattina io come loro.

Eccomi qui. Vittima predestinata di un’esistenza che mi ha reso impossibile un momento diverso. Reo confesso di suicidio pianificato. La crisi in America non ha ridotto gli acquisti. Per questo anche alle sette di lunedì mattina c’è gente al supermarket. 

La fila è lunga, ma scorre. Di fronte a me due ragazzi di colore chiacchierano fitto. Lo fanno ad alta voce. Se la ridacchiano. Sono i tipici americani con due etti di catenine e suppellettili al collo. 

Sono distratti e non si accorgono del fatto che il cestello con le bottiglie di birra è poggiato, in maniera alquanto precaria, sul bordo della cassa. 
Qualche secondo e le bottiglie franano. È la budweiser a schiantarsi per prima. Finisce in mille pezzi di vetro schiumati. A seguire due confezioni di soia e un litro di latte al cocco. Poco distante, in elegante ritardo sull’incidente, arriva anche una scatola di sushi take away. Dodici rolls tra le vittime accertate.

L’evento dura qualche istante, ma manda in tilt la cassiera. Anche lei di colore e abbondantemente sovrappeso. Perché in extremis aveva provato ad avvisare i ragazzi dell’instabilità del cestello, ma i due erano troppo presi dalla loro conversazione e non eccessivamente propensi all’ascolto. 

In tutto questo mi domando come mai non esista un sistema tecnologico collegato a un bip. Qualcosa di tipicamente americano. Un aggeggio di chiara origine militare in grado di salvare la vita alla budweiser e ai dodici rolls prima del tragico incidente. 

Mentre giudico il mio pensiero ironicamente scadente, assisto alla solita ricerca del colpevole anche di fronte all’inevitabile. Sono perplesso. I ragazzi continuano a ridacchiare tra loro senza accorgersi di nulla. Credo siano già ubriachi, o qualcosa del genere. 

Avranno ballato tutta la notte. Sono visibilmente stanchi, stanchissimi. Ridono, ma le loro facce sono segnate da una fatica alcolica evidente. Probabilmente sono stati all’Omnia, o al Jewels. Sì, è inutile girarci intorno. Odorano di sudore e cuoio. È vero. E anche se mi sento stupido a scriverlo, perché detesto anche solo la possibilità di sembrare razzista, le cose stanno semplicemente così. 

Anche noi siamo in grado di puzzare, volendo. In ogni caso è un miscuglio di fragranze molto simile al nostro. Un retrogusto acre di spezie, aglio, sudore e non eccessiva pulizia. Un qualcosa di mediocremente acido e assolutamente specifico.

Non è sbagliato sentirlo, trovo solo brutto giudicarlo.

Ora inizia la saga del pagamento. Uno dei due giganti riprende la birra nello scaffale e il sushi, l’altro raccoglie il latte di cocco e la soia, ma commette il reato peggiore. Osserva il pavimento con un sorriso. Non capisce il danno creato e la devastazione culturale prodotta all’interno del microcosmo Wallgreen. 

In fondo non trova che sia così grave l’accaduto. Non ritiene nemmeno di dover chiedere scusa. In più, pare non capisca che con 3 dollari cash semplificherebbe la vita alla cassiera e a tutti noi. 

Trenta minuti dopo, eccomi finalmente in hotel. Sono di fronte alla porta della mia suite, ma la carta è smagnetizzata. E la reception è a circa 20 km da qui. Tutto così grande a Vegas. Ma non fa nulla. 

Percorro un corridoio. Poi un altro corridoio. Ascensore. Corridoio. Poi scala interna. Reception. Altra fila alla concierge e poi tutto al contrario. L’ultimo varco è controllato da un signore sulla settantina. Vedi quanti sbarramenti, quanto spazio. Poi finalmente eccomi in camera. Mi lascio andare sul letto. Accendo la radio.

“Sorry / Is all that you can’t say / Years gone by and still / Words don’t come easily / Like sorry like sorry”, “Scusami. È tutto qui quello che non riesci a dire”, canta Tracy Chapman. 

Sì in fondo somigliava alla cassiera. E dovremmo tutti imparare a chiedere scusa. Io per primo. Chissà, forse un giorno non avremo più bisogno di chiavi. E come bianconigli affamati riusciremo a fare irruzione ovunque. Quel giorno non serviranno nemmeno le parole e basterà soltanto un abbraccio per dire, mi dispiace. Mi dispiace davvero.

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