Speciali

Fa caldo. Un caldo immorale. Nel senso che, con queste temperature, stare al fresco dovrebbe essere considerato un comandamento in ogni religione. “Non uscire di casa sopra i 30 gradi”.

Il treno. Il taxi. Poi arrivo nella sede della grande banca. Incontro due dirigenti incravattati per parlare di affari creativi. Un tempo avevo anche io tantissime cravatte. Un tempo ero anche più creativo. E se dipendesse solo dalle cravatte?

Mi distraggo. C’è un bel freschetto, penso. E le poltrone sono morbide. Magari adesso arrivano anche dei tramezzini col tonno e una birra gelata. Ma niente. Rimedio solo dei biscotti della seconda guerra mondiale e un Nespresso decaffeinato.

La mattinata si trascina così. Poi finisce tra saluti e poderose strette di mano. Se non sei “cintura nera di stretta di mano” in certi ambienti conti poco.

A questo punto sarei molto in anticipo per il treno che mi riporterebbe a casa. Ma dietro Porta Venezia c’è un parco. Potrei camminare un po’. Sfidare la bibbia e il caldo torrido. Le panchine vuote poi, sembrano storie abbandonate e io il matto del quartiere che avanza, oscillando tra un pensiero e l’altro. Distratto solo dalla statua in bronzo di Indro Montanelli e una strana foglia in movimento sull’erba. 

È lì in terra. Si sposta in modo incongruente e non sembra nemmeno una foglia, ma un animaletto. Magari è un topo. Ah no! Quelli sono una presenza esclusiva del centro di Roma.

Mi avvicino con professionale disinvoltura. Vorrei osservarlo meglio senza che si spaventi e scappi. Sembra un riccio. 

Avevo fatto molta attenzione, tuttavia deve aver percepito qualcosa. Barcolla. Si contrae. Non è ferito. Sta semplicemente lì e mi stupisco che ora sia del tutto immobile. 

Non faccio in tempo a pensarlo che si è già trasformato in una palla tutta aculei. L’ho spaventato credo. O magari lo era già. 

Diventare una palla vuol dire difendersi ed è evidente che lui non possa far altro. Intravedo gli occhietti neri e un nasino. Mi allontano di qualche metro e rimango a guardarlo. Poi sorrido e proseguo verso la fermata della metro, dribblando la mia solita retorica.

Forse la serenità è solo una questione di tane. Di luoghi protetti. Forse ci portiamo dentro la nostra voglia di un porto sicuro, di parole confortanti. Siamo il rimpianto e la nostalgia dei nostri istanti più sereni. Siamo la nostra paura di restare soli. O peggio ancora assediati, lontani e irraggiungibili. 

E se le cose non vanno anche noi diventiamo una palla di silenzi acuminati dietro i quali ci proteggiamo. Siamo la fatica di sfidare il tempo e le distanze, lontani da un giusto riparo. Ma siamo comunque qui. E a forza di pensarlo alla fine si può anche finire per credere davvero di esserlo. In qualche modo, speciali.

Una Risposta to “Speciali”

  1. alemarcotti Says:

    Si hai ragione. Bisogna credere di essere speciali e non dimenticarlo😊😊😊

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