“Dopo la notte”

Esistono giorni in cui il sentimento verso le cose che succedono diventa prioritario rispetto a tutto il resto. Giorni che tolgono significato a una vita, già di per se, avara di significati. Succede dopo un attentato. Dopo un incidente ferroviario. Dopo una catastrofe naturale come quella di stanotte. Dopo qualsiasi evento tragico e inaccettabile che cancella vite umane innocenti. 

Eppure all’inizio non sembrava una cosa grave, ma un momento per scherzarci su. Per sdrammatizzare sul fatto di essersi svegliati nel cuore della notte. Nessuno parlava di crolli. Nessuno scriveva di feriti. E sui social network giravano solo brevi video di lampadari dondolanti in camera da letto. Invece c’era qualcosa di molto più grave alle porte.

Ora sono confuso. Terrorizzato. Arrabbiato con me stesso per averci addirittura scherzato. L’Italia dei piccoli paesi trema dalle fondamenta del senso. E intanto crollano le case. I ponti. Le chiese. Insieme alla nostre speranze e alle vite di chi purtroppo non è riuscito a scappare in tempo. È la storia di come ogni volta vorremmo che andasse, e di come invece non va mai.

Ti svegli. Qualcosa comincia a ballare. La libreria. Il letto. La lampada sul mobile. Succede sempre di notte. Poi tutto che finisce e rimane solo quella sensazione evidente di “oddio ma è stato un terremoto?”. Intanto in altri posti però qualcosa e qualcuno non ci sono già più.

Esistono momenti in cui l’esistenza si mostra con troppa incisività, e parlare di una cosa non è mai come viverla. Ma ciò al quale proprio non riesco ad attribuire un significato, è quel continuo “prenderci di sorpresa”. Come se il destino fosse consapevole di quello che sarebbe successo. Come se la natura complottasse per mietere nel sonno più vittime possibili. 

Consapevolezza. Mi ritrovo a spiegarlo oggi a Nicoletta che da stamattina è incollata davanti ai Tg. “Ma ti rendi conto di quanto è grave quello che è successo stanotte amore mio?” E lei mi fa cenno di sì con la testa. Non siamo mai consapevoli all’interno di una tragedia del genere. E mi chiedo cosa viviamo a fare. Forse esistiamo per diventarlo. Consapevoli intendo. Continuamente. Spietatamente.

Ma rispetto alle difficoltà che si affrontano probabilmente non lo saremo mai. Altrimenti non sarebbero esperienze. Altrimenti sarebbe tutto già stato affrontato. Leggo tante cose senza senso in rete. “È la natura che si vendica”. È colpa di questo. Di quello. Si poteva evitare. Preghiamo. Doniamo. Io non so. Sono così confuso. 

La natura non si vendica di niente. Si limita a fare la natura. E le profondità della terra non reagiscono certo alle cose che succedono in superficie, o alle stronzate nostre e dei nostri politici. Il punto è che tutto quello che stiamo guardando è in realtà un corpo solo espresso nelle sue diverse parti.

Siamo attori e spettatori su questa terra. Tremiamo nell’intimità delle nostre case quando c’è un sisma, e siamo sbalorditi davanti alla TV perché il terremoto avviene in una zona sismica. Eppure nessuno ha saputo predire. Nessuno ha fatto niente. Anche il Sindaco di Amatrice è espressione di questo sbigottimento quando piange in diretta. Quando con un filo di voce dice che la città è in ginocchio. Che le strade e i ponti crollano. Che la gente muore. Che niente è sicuro. Che “dopo la notte, non sorge il sole, ma c’è ancora la notte.”

Ogni casa mostra nel suo crollo tutti i mattoni di cui era fatta. Quello che si era sempre dato per scontato come intero è in mille pezzi. E lo è anche ogni sentimento dentro. La TV mostra i mattoni del nostro cuore e li possiamo contare uno ad uno. Ho ancora pensieri confusi per i quali chiedo scusa a chi ogni tanto mi legge. Ma sento che questa ennesima tragedia mi spinge a guardare con amore ogni cosa che custodisco in me. 

Il terremoto è un progetto distrutto. Calce e pietre che perdono il contatto. Che si scollegano e rovinano al suolo, insieme alla vita e ai progetti di chi c’è sotto. Possa ogni sentimento generato da questa calamità rimanere collegato agli altri dentro di noi. E generare amore. Per le persone. Per l’esistenza stessa. E per ogni progetto di vita che dobbiamo in qualche modo portare avanti con dignità, nel più profondo rispetto di chi non può farlo più.

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