La legge di gravità

Dicono che la mattina sia il momento migliore per sciogliere tutte le matasse di pensieri che ti sei creato la sera.
E quel copilota depresso che si è suicidato schiantandosi con un aereo e 149 persone a bordo? Lui che matasse aveva?
La scatola nera dovrebbero istallarla nella testa delle persone.
Forse anche il terrorismo è sinonimo di depressione. Si spiegherebbe così questa incontenibile desiderio che hanno certi individui di morire portandosi appresso il mondo.
La mia coscienza stamattina si è incagliata. Colpa del mio compulsivo chiedermi “come si possa arrivare a questo punto”. Del mio continuo domandarmi “dove si può arrivare di questo passo” e di un rumoroso notiziario del mattino che racconta di un aereo fatto schiantare a caso.
La morte provocata disincanta l’incanto del vivere. Chiude il sipario. Rimuove il significato di questo esistere così ingannevolmente piacevole.
Esistiamo se esistiamo per qualcuno. Se siamo osservati, riconosciuti e ascoltati. Da una parte il confronto feroce con la quotidianità, dall’altro un certificato di nascita. E in mezzo la sconsiderata follia di un uomo che decide di mettere fine a tutto.
Stamattina il mio risveglio è stato abbastanza operoso e fastidiosamente efficiente, perché credo che la mia vita sia meravigliosa anche con tutti quei noiosi automatismi e incastri che mettono a dura prova la voglia di alzarmi dal letto. Malgrado le delusioni che segnano. Gli amori che ingannano. I mal di testa. Le complesse allergie e i sorrisi che mancano. La vita è qualcosa di più di una curiosa abitudine.
Oggi ho aperto gli occhi 5 minuti prima che suonasse la sveglia e sono rimasto a scrivere mentre il tempo e le cose da fare mi vorticavano attorno.
A volte risolvo così i miei pensieri. Mettendo tutto in pausa. Tanto poi so che recupero con l’avanti veloce. Fermarsi e correre per poi fermarsi ancora fa parte del crescere e io ho un’immagine di me stesso ben al di sopra dell’immagine di me che hanno gli altri.
Sono un film di Jean Jaques Annaud. Sono i colori primari di un arcobaleno. Sono la serenità tenuta insieme per i capelli. Sono i jeans a zampa di elefante che indossavano i miei genitori. Sono tutti i miei “ti amo”. Tutti i miei “ti voglio bene”, i “non ti preoccupare” e i “ci penso io” sussurrati a un orecchio.
Sono un capitano Acab che non sa andare alla deriva. Quel segnale che non sparisce sui radar. Sono la coscienza sporca di chi non sa scrivere le favole con il lieto fine. Un uomo arrotondato per difetto. Una particella di vita. Una quasar pulsante. Una stella esplodente.
Forse aveva ragione Jim Morrison quando diceva che “La vita ti sorride se la guardi sorridendo”. E Marzo è il mese delle certezze. O forse sono io che non riesco mai ad annoiarmi in maniera sufficientemente creativa.
Considero con interesse il valore del verbo esistere e mi rendo conto di quanto i pensieri rivestano più importanza del senso, degli accenti e delle frasi scritte che ne determinano le metriche su un foglio elettronico. Chiudo lo zaino tirando la zip che rigorosamente si incastra a metà strada. Un colpettino e si sblocca. Sono pronto. Per cosa poi, nemmeno lo so. Saranno nuovi sorrisi. Vecchie delusioni. Incerte strette di mano o rassicuranti pacche sulle spalle. Mi guardo ancora un secondo allo specchio. Improvviso due facce da foto con le fossette che si atteggiano a un sorriso circostanziato. Penso alla legge di gravità. All’attrazione universale. Al magnetismo terrestre.
Poi penso alla donna che amo e faccio finta di niente. O faccio finta di tutto.
Perché io non sono solo i pensieri e le parole che scrivo, ma anche tutti quei silenzi, tutti quei respiri e tutto quel tempo meraviglioso trascorso insieme a lei.

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