Strada facendo

A volte ti lasci andare ai ricordi. Volutamente rinunci al verbo resistere e a tutte le sue declinazioni. Chiudi gli occhi e permetti alla vita di attraversarti quel tanto che basta. Che poi io non sono nemmeno un veterano delle resistenze. Combatto poco e spesso dimentico. Questione di genetica. O forse è una delle mie più semplici opzioni di sopravvivenza.

In fondo sarebbe sciocco e inutile ricordare sempre tutti e tutto. Ed è molto più semplice scordare, che perdonare. Per perdonare bisogna usare il cuore e io credo di avere ancora qualche problema. Oggi ho bisogno di tagliare in due il centro della mia città. Ho necessità di calpestare i vicoli di Roma. Ho bisogno dei suoi consigli. Delle sue notti.

L’avete mai vista una notte a Roma? E non chiusi in casa a sgualcire un letto. Oppure ipnotizzati davanti alla TV. Magari appoggiati a pensieri a corto raggio. Al sicuro su colorati divani ergonomici. Intendo, l’avete mai vista davvero una notte a Roma? Camminando per le stradine del centro. Sfidando il tempo. La storia e tutti quei monumenti. I vicoli illuminati. Le piazze nascoste. I ponti e tutte le sue infinite fontane. 

La notte di Roma è fatta di aria leggera. Di incanto appena accennato. Di lampioni che colorano strade. Di estati che ti accarezzano i pensieri. Oppure di inverni freddi che vengono a chiederti scusa per il disturbo. La notte di Roma è fatta di tetti barocchi. Di musiche silenziose. Di gatti sornioni e indaffarati. Di litigi felini e di cortili bagnati. Di statue giganti che si contendono la storia e lo sguardo di turisti coraggiosi.

Ho poche certezze. E le mie hanno lo stesso sapore disinibito delle sbronze notturne. La stessa grinta di cui sono piene le auto parcheggiate in posti abbandonati. Quelle con i vetri appannati. Illuminate da uno spicchio di luna e dalle insegne gracchianti di un supermercato di periferia. 

Il viaggio è ancora lungo. Ho tempo per imparare il nome di qualche nuova stella. Rileggere il libro. Recuperare qualche vecchia lettera e lasciarla per strada. Magari appesa a una delle sei statue parlanti, per chi vorrà leggerla. Di iniziare una frase con una congiunzione. Un avverbio. Oppure usando un nome di donna. 

Ho bisogno di piccoli stupori, di sorprese minime. Di nuove geometrie di vita. Ho bisogno di una linea prospettica e infiniti punti di fuga. Ma anche di un abbraccio. Un cornetto appena sfornato e di un caffè doppio in tazza grande. Magari strada facendo. Nemmeno mi chiamassi Claudio Baglioni.

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