La grande bellezza

“La grande bellezza” non è una pellicola, ma un olio su tela. Un quadro astratto di difficile comprensione. Un capolavoro dal mio punto di vista. Eppure dal numero di critiche sterili che sono riuscito a leggere su Facebook sembra che solo in pochi ne abbiano colto il senso. Eppure c’è un messaggio che questo lungometraggio trasmette dalla prima all’ultima scena.
“La grande bellezza” non è solo un film, ma un’occasione per riflettere sulla nostra vita.
Non sono un critico ed è complicato per me improvvisare un’analisi della trama, eppure mi sento così legato a questo capolavoro, e deluso dai giudizi di tutti, che voglio comunque fare un tentativo.
Ho visto ed amato diverse precedenti realizzazioni di Paolo Sorrentino, ho letto il suo libro e mi sento decisamente legato a tutti i suoi personaggi.
Uomini che sconfinano nel grottesco mostruosamente interpretati da Tony Servillo e disegnati dal regista con una geniale esagerazione, mai surreale, mai forzata, ma sempre lineare e costruita nei minimi dettagli.
Personaggi delusi, frustrati, difettosi nello stile di vita e spesso vittime di un conformismo che spesso degenera nell’alienazione. Titta Di Girolamo, Jep Gambardella, il Giulio del “Divo”, tutti esseri animati da una perfida ironia che spesso si trasforma in sarcasmo puro con battute che non fanno mai ridere, ma al massimo sorridere, riflettere oppure indignare.
All’inizio il regista sottolinea il capolavoro di Roma. Il giapponese che sviene richiamando chiaro il concetto della sindrome di Stendhal mentre la cinepresa indugia sul profilo della capitale, incurante di tutto quello che sta succedendo.
Poi subito un’incursione nella mondanità romana e il compleanno del protagonista. I suoi 65 anni.
Ma chi è Jep Gambardella e chi siamo noi rispetto a “Jep Gambardella”?
Perché “La grande bellezza” ci pone proprio questo quesito.
Lui è uno che ha scritto un libro ricco di sensibilità, “L’apparato umano” con il quale ha vinto il premio bancarella 40 anni prima ottenendo anche la fama, ma che ora si è lasciato risucchiare dal vortice della mondanità e non ha più voglia di scrivere.
Ha rinunciato a quella sensibilità che lo aveva caratterizzato da giovane. Perché?
Perché da scrittore promettente si è trasformato in un giornalista da strapazzo specializzato nelle interviste a personaggi improbabili o impossibili?
Perché ha rinunciato alla sua sensibilità e preferisce frequentare gente superficiale e artisti da quattro soldi?
Perché partecipa a feste vuote che tra l’altro dichiara di voler fare fallire?
Possibile che abbia davvero perduto ogni passione per la vita?
Il suo modo di rapportarsi con gli altri è cinico, talvolta maligno, ma sempre impeccabile ed educato.
Il sesso non lo soddisfa e sembra mal celare qualcosa dietro a una troppo ostentata allegria. Ma cosa?
Un amore di gioventù apparentemente non ricambiato. Le sue radici lontano da Roma. Una grande bellezza dimenticata.
Quando la sua ex ragazza di 40 anni prima muore Jep scopre che in realtà era sempre stato amato, fino all’ultimo respiro e allora comincia a chiedersi del perché fosse stato lasciato.
Qui comincia il viaggio di Jep Gambardella che ha per metà il punto di partenza. Un tour della sua esistenza passata, ripensata e ridiscussa nei minimi dettagli.
Da questo punto la mondanità in cui si era rifugiato comincia decisamente a pesargli. Questa vuota apparenza lo infastidisce e la sua stessa fama giornalistica che detiene senza nessun merito specifico gli sta decisamente sullo stomaco.
Cosa cercava quando ha scritto il libro?
Jep comprende che c’è stato qualcosa che non è andato, ma stenta a capire cosa. Poi un giorno un mediocre artista suo amico gli confessa di essere deluso da Roma e dalla sua gente. Gli annuncia il suo ritorno al paese di origine. Il suo riavvicinamento alle radici e a Jep comincia a riaprirsi un mondo.
Intanto nella sua mente continuano a scorrere i ricordi del suo vecchio amore che gli parla e lui, sopraffatto dalla nostalgia e dal desiderio di rivivere il suo passato, si rende finalmente conto di non essere nessuno.
Comincia allora a frequentare una attempata spogliarellista e stanno talmente bene insieme da non avere neanche bisogno di consumare rapporti sessuali. Forse Jep ha ritrovato la sua sensibilità, ma non è facile capirlo, perché lei muore e con la sua morte gli ritornano vivide in mente le immagini della sua ragazza defunta. Ora che farà mai Jep?
Arriva la depressione. Gli è difficile resisterle e nasconderla agli altri. Ma insieme alla depressione torna anche quella sensibilità che sembrava sopita in qualche anfratto dell’anima. Medita di scrivere un nuovo libro anche se ora, tirate le somme della sua insignificante esistenza, non sa proprio da quale punto partire.
Intanto il marito della sua vecchia fidanzata è diventato anche suo amico e quando gli confessa che passa le sere a casa a guardare la televisione con la nuova fiamma, una dolce invidia mista a sarcasmo inondano lo sguardo di Jep Gambardella: “Ma quanto siete belli”, gli dice.
Jep sta riscoprendo i valori della vita. Quelli semplici. Quelli fatti di una quotidianità condivisa e rivissuta giorno dopo giorno.
Poi arrivano le immagini di un improbabile artista, che si è fotografato tutti i giorni per ogni giorno della sua vita, e lo trascinano in un vortice di domande a cui trovare risposta.
Qualcosa sta davvero cambiando in Jep.
Infine la cena con la suora e il cardinale.
Lui osserva queste due figure religiose. È ansioso di trovare quelle risposte. E non ne riceve dal cardinale, ma dalla suora.
Una donna che ha sacrificato e consacrato tutta una vita a degli ideali. Un capolavoro di coerenza in pace con tutte le forze della natura.
Un essere rinvigorito dalle sofferenze che gli rivela il segreto più grande.
Non possiamo prescindere dalle nostre radici.
“La grande bellezza” è capire ciò che siamo e confrontarlo con quello che volevamo essere. A volte il cambiamento più grande è prendere coscienza di quello in cui ci siamo trasformati e che non volevamo diventare. Per questo non dobbiamo dimenticare le nostre radici. Per avere la possibilità di correggersi.
Jep fa proprio questo quando alla fine devide di ritornare nei luoghi della sua gioventù.
Il film termina con una carrellata di immagini fantastiche riprese seguendo il profilo di un fiume che scorre da sempre senza nulla chiedere a Roma che sembra quasi disabitata.
Una sequenza che ricorda molto gli ultimi secondi di Blade Runner con la sequenza delle montagne decontestualizzata dagli scenari futuristici.
Il film commuove e alla fine passato e presente si ricongiungono sempre e la vita scorre come un fiume in piena su un unico orizzonte.
Questo è il messaggio.
Un’opera meravigliosa, essenziale, fondamentale.
Perfettamente diretta e dalla fotografia devastante.
Potete criticare oppure osannare Paolo Sorrentino, ma non prima di averlo conosciuto a fondo, guardato tutti i suoi film e letto il suo libro.
Io sono felice che qualcuno riesca ancora a concepire pellicole del genere. Ma “La grande bellezza” si sforza di rappresentare la vita. Un qualcosa di spietatamente soggettivo e a interpretazione squisitamente soggettiva. Quindi normale che a qualcuno possa non piacere, come può non piacere una vita rispetto a quella di un altro.

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